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ALESSANDRIA. PROCLAMATO LO STATO DI AGITAZIONE ALLA COOPERATIVA SOCIALE SAN CARLO ONLUS.

Proclamazione dello stato di agitazione ai sensi della Legge 146/90 e s.m.i.  del personale dipendente della cooperativa sociale San Carlo Onlus delle strutture Socio Sanitarie Il Platano di Alessandria e Acqui Terme

Le segreterie provinciali  FP CGIL, UIL FPL e Fisascat CISL  a seguito dell’annoso e reiterato ritardo nel pagamento delle retribuzioni, già più volte segnalato e più volte tema di discussione negli incontri sindacali, dove la Cooperativa imputa questo continuo rinvio al ritardo dei pagamenti delle fatture a loro credito da parte della Committenza la Ca.Ri.Pro Srl a capo della Famiglia Provera, sono a proclamare lo stato di agitazione.

Siamo a ribadire che la situazione creatasi non è più sostenibile dalle lavoratrici e lavoratori, che da tempo non si vedono corrispondere secondo termini contrattuali la retribuzione mensile, causando loro un danno che si fa sempre più esasperante e che sono stufi di fare da banca alla famiglia Provera e alla Cooperativa San Carlo Onlus.

Il servizio reso da queste lavoratrici e lavoratori è stato e continua ad essere di massima importanza, strutture Socio Sanitarie, dedite alla cure di cittadine e cittadini, come il Il Platano sia di Alessandria che di Acqui Terme sono un polo importante per entrambe le città, pensare che chi si occupa dei servizi al loro interno non riesca ad avere per tempo la giusta retribuzione per il lavoro svolto è un chiaro segno di mancanza di rispetto nei loro confronti.

 A seguito di quanto sopra evidenziato le Segreterie Provinciali di Alessandria, proclamano lo stato di agitazione dei lavoratori e delle lavoratrici e conseguente sciopero in caso non si arrivi ad una soluzione in tempi brevi.

Si comunica che verranno attivate tutte le azioni necessarie, con l’obiettivo di veder rispettati gli obblighi contrattuali del datore di lavoro nei confronti dei dipendenti.

Le Segreterie Provinciali

F.to Claudia Canalia Fp CGIL

F.to Giancarlo Moduzzi UIL FP

F.to Tonio Anselmo Fisascat Cisl

ALESSANDRIA. INCUBO PER 130 LAVORATORI DEI MAGAZZINI MAXI DI A RISCHIO LICENZIAMENTO.

Un incontro tra il prefetto e i lavoratori del Maxi Di per scongiurare la chiusura del magazzino di spinetta marengo e il trasferimento a Vercelli e il licenziamento di 130 lavoratori.

I lavoratori dei magazzini Maxi Di hanno indetto uno sciopero contro la chiusura dei magazzini Maxi Di di Spinetta Marengo e il trasferimento a Vercelli e Dhar Lila, rsu dell’Associazione Diritti Lavoratori Cobas spiega: “Siamo molto preoccupati per il nostro futuro, non sappiamo se conserveremo il nostro posto di lavoro”.

I lavoratori hanno indetto una sciopero contro l’ipotesi di chiusura del capannone Maxi Di che dal 2008 rifornisce di prodotti alimentari molti punti vendita del territorio, soprattutto del marchio Di Più.

Lila Dhar ha spiegato che allo sciopero hanno partecipato quasi tutti i dipendenti, che hanno famiglie alle spalle e sono intenzionati a lottare con forza.

L’associazione Adl Cobas ha ottenuto un incontro in prefettura con la dirigenza del magazzino, ma si tratterebbe del secondo vertice, che diversamente dall’incontro di novembre dove l’azienda aveva comunicato di volere trasferire a Vercelli solo il reparto di frutta e dei prodotti freschi, con relativa ricollocazione di una trentina di lavoratori, ora invece la direzione ha annunciato la totale chiusura senza dare ai lavoratori garanzie per il loro futuro.

In questi giorni è stato anche organizzato un presidio dei lavoratori per bloccare qualunque entrata od uscita di camion che trasportavano e il sindacalista Adl Cobas, Claudio Sanità, ha detto che questa azione è perfettamente riuscita perché abbiamo anticipato lo sciopero, cominciandolo alle 21 invece che all’1 di notte, come avevamo annunciato.

Dal sindacato hanno spiegato che è necessario proseguire la mobilitazione almeno per avere la garanzia del posto di lavoro per gli attuali dipendenti: “Chiederemo la ricollocazione a Vercelli con stipendi e risorse in più per affrontare le trasferte. Sarà un braccio di ferro, ma intendiamo lottare per i nostri diritti”.

ALESSANDRIA. IL DIRITTO DI SCIOPERO RISPETTA LA COSTITUZIONE, VA TUTELATO E NON CONDANNATO.

Le motivazioni della sentenza a favore dei braccianti di Castelnuovo Scrivia: “Quelle proteste per lo sfruttamento sono un diritto da tutelare”.

Il giudice Margherita Pastorino del Tribunale civile di Alessandria lo ha scritto nella sentenza favorevole ai braccianti agricoli in sciopero contro le condizioni di lavoro a cui erano soggetti e pubblicata il 22 dicembre: “Le manifestazioni di protesta attuate dal Presidio permanente di Castelnuovo Scrivia a sostegno dei braccianti della ditta Lazzaro rientrano nel legittimo esercizio del diritto di sciopero e quindi, oltre a non essere sanzionabili, vanno tutelate nel rispetto di principi stabiliti dalla Costituzione”.

Il giudice Margherita Pastorino del Tribunale civile di Alessandria scrive ha rigettato la richiesta di Bruno e Mauro Lazzaro, padre e figlio, che pretendevano un risarcimento danni di oltre 1.500.000 euro da una trentina di lavoratori, sindacalisti e persone che nel 2012 avevano solidarizzato con i braccianti di una azienda agricola che si erano ribellati alle condizioni di lavoro a cui erano sottoposti nei campi di proprietà dei Lazzaro.

Il Presidio permanente, realtà composta da braccianti, sindacalisti e persone solidali alla lotta dei braccianti, nata dalla lotta di dieci anni fa, che continua a organizzare lotte e vertenze sul territorio: “Nel 2012 abbiamo detto basta allo schiavismo di questi padroni che costringevano i braccianti a lavorare fino a 13 ore al giorno nei campi a raccogliere ortaggi senza essere pagati per mesi. Dopo aver proclamato uno sciopero ad oltranza, abbiamo allestito un presidio di tende ai bordi della statale, durato tre mesi, abbiamo avviato un boicottaggio dei supermercati Bennet, che si rifornivano dai Lazzaro, ci siamo opposti al crumiraggio nei campi, con il sostegno di decine di cittadini solidali. Oggi finalmente una sentenza esemplare che oltre a ritenere non dimostrati i danni lamentati dai Lazzaro, riconosce la liceità delle nostre manifestazioni di protesta”.

La sentenza favorevole ai braccianti agricoli prevede la condanna dei Lazzaro a rifondere a favore degli avvocati della difesa le spese processuali e di lite per 30 mila euro.

I rappresentanti del presidio proseguono: “Ma quella dei Lazzaro resta ancora una vicenda aperta. Nonostante abbiano in precedenza patteggiato una condanna a 1 anno e 8 mesi per sfruttamento della manodopera, mancano ancora all’appello i 400 mila euro che i Lazzaro devono pagare ai lavoratori per salari arretrati, a seguito della sentenza del Tribunale di Torino, sentenza passata in giudicato. A questi 400 mila euro non intendiamo rinunciare, nonostante le strategie e le furbizie messe in campo dai Lazzaro e dai loro sodali”.

NOVARA. ADIL LELAKHDIM: VIVERE E MORIRE PER IL LAVORO, UCCISO MENTRE DIFENDEVA IL SUO LAVORO.

Le nuove regole, la nuova organizzazione del lavoro dettate al tempo della globalizzazione e della pandemia hanno ucciso Adil Belakhdim perché chiedeva maggiori garanzie per i lavori in subappalto e le battaglie con i Cobas: “È morto perché pensava che non si può vivere così”. Il suo assassino un camionista di 25 anni che ha ucciso per lavoro, per lo stress, le continue richieste del rispetto degli orari e i turni di lavoro e di guida impossibili per un essere umano.

Il sindacalista è stato investito sulle strisce pedonali davanti ai cancelli della Lidl in cui Adil Belakhdim era entrato per pagarsi gli studi.

Nel 2014 era diventato delegato per rappresentare gli interessi collettivi suoi e dei suoi colleghi di lavoro.

Adil è morto perché pensava che non si potesse vivere con 850 euro al mese, perché a fronte di un contratto part time a 4 ore al giorno doveva lavorarne 12 senza che gli straordinari gli venissero riconosciuti integralmente.

Una vita da vivere con 850 euro al mese, senza tutele, ne una vita privata, senza poter fiatare se i turni vengono sempre spostati all’ultimo momento, se le ferie non le decide il lavoratore, ma il capoarea oppure se chiedi un permesso per andare a prendere tuo figlio a scuola e ti lasciano a casa per una settimana in punizione. L’orario di lavoro che dura 13 ore invece che otto, ma il contratto ne prevede 4, gli straordinari dimezzati e di notte ti arrivano sul telefono i messaggi con l’ordine di essere in magazzino all’alba.

Adil è morto perché credeva che fosse ingiusto lo sfruttamento a cui erano sottoposti i suoi compagni di lavoro e lui stesso e perché era giusto stare davanti a quei cancelli mentre altri suoi compagni e colleghi di lavoro sono stati violentemente picchiati dalle squadracce pagate dal padrone a Piacenza qualche giorno fa.

Il cadavere di Adil è rimasto per ore sul selciato bollente coperto da due teli viola che non riescono a coprire tutto il corpo e da sotto spunta il piede sinistro.

La fibia di metallo della scarpa brilla di luce accecante nel piazzale chiamato Area produttiva di Biandrate, cresciuto negli anni intorno al casello dell’autostrada.

Il luccichio della fibia della scarpa in quella posizione innaturale disturba gli amici e i colleghi di Adil mentre qualcuno urla di coprirlo davanti ai cronisti.

Adil aveva accettato quel lavoro per pagarsi gli studi, era entrato nella filiera nostrana della logistica, una specie di giungla dove non esistono legalità e tutela. Adil come troppi, come lui, era dipendente, socio lavoratore senza diritto di voto, di una società cooperativa che lavorava in subappalto per la TNT di Peschiera Borromeo.

Le aziende per risparmiare sui costi si affidano a una miriade di cooperative padronali che subappaltano i lavori e assumo disperati, spesso extracomunitari, da sfruttare per i lavori più faticosi e peggio pagati. Ma non chiamateli neo-proletariato perché il proletariato ha saputo nei secoli conquistarsi quei diritti che vengono negati ai nuovi schiavi della mercato del lavoro.

Adil nel 2014 si era fatto eleggere delegato sindacale e a quei tempi Pape Ndyaie, senegalese studente di matematica e fisica all’Università, ricopriva lo stesso incarico alla DHL di Settala.

In Italia Pape avrebbe voluto proseguire gli studi, ma era clandestino, aveva un contratto di formazione, senza obbligo di reintegro.

Lo cacciarono senza troppi complimenti e in qull’occasione conobbe Adil e i due si aiutarono a vicenda.

Adil nel frattempo aveva conosciuto Lucia, una ragazza di Molfetta, che si era convertita all’Islam e che diede alla luce due figli.

Arrivò il licenziamento e un periodo particolarmente duro, faceva fatica a mantenere la famiglia, aveva fatto due anni di volontariato sindacale nella zona sud dell’hinterland milanese.

Mauro Tagliabue, l’avvocato che per lungo tempo ha seguito le sue vertenze racconta la storia di asdil: “Era un uomo duro, un compagno fedele alle sue idee e alla sua ideologia. Sognava di unire i lavoratori di ogni nazionalità nelle sue lotte. Credo che gli piacerebbe essere ricordato così”.

Il giono in cui lo SI Cobas decise di aprire un ufficio a Novara per la costante crescita dei poli logistici nella zona, diventa coordinatore d’area, con la supervisione di Pape Ndyaie.

Le regole interne del sindacato prevedono una retribuzione pari al salario di un operaio di quinto livello della logistica.

Lo stipendio di 1.540 euro al mese, senza indennità gli bastavano.

Non faceva il sindacalista per soldi, ma per sete di giustizia.

Nel febbraio del 2018 durante una vertenza contro il pagamento in nero, organizza un picchetto davanti alla DSV, colosso danese della logistica con quartier generale nell’area industriale di San Piero Mosezzo, appena quattro chilometri di distanza dai cancelli della Lidl.

Adil raccontò che i manifestanti furono caricati mentre stavano sciogliendo il presidio mentre la Polizia accusò Adil di resistenza a pubblico ufficiale.

Comunque sia finì al Pronto soccorso, con lesioni alla testa, alle costole e al collo.

L’ultima volta che si sono visti è stato giovedì notte, negli uffici milanesi del Cobas, in via Celentano per organizzare la trasferta di sabato a Roma, per lo sciopero nazionale dei lavoratori della logistica.

Ndaye spiega che Adil diceva che ogni tentativo di contatto con Lidl si era trasformato in una porta chiusa: “Non rispondono neanche alle mail, non vogliono fare alcuna trattativa”.

All’ultimo momento aveva tentato di convocare via WhatsApp una ventina di lavoratori, ma non si trattava di un blocco, volevano solo essere ricevuti dll’azienda.

Un’ora al massimo e sarebbe finito tutto, ma presto sarebbe finita comunque anche dopo questa tragedia.

I suoi compagni ripetono che non bisogna parlare di guerra tra poveri, facchini contro camionisti, quella è la vulgata dei padroni e Ndaye spiega che : “Vivono tutti sotto ricatto. Da una parte quello di non essere richiamati e restare a casa, dall’altra quello degli orari e della tempistica che prevede anche 50-60 consegne nell’arco di un solo giorno. Ma sono cose che riguardano quasi esclusivamente gli immigrati, a chi vuoi che interessino i loro diritti”.

Il tempo trascorso al caldo, la rabbia si stempera, diventa dibattito, mozione, chiamata dal prefetto, trasferta a Roma, ma ormai è accaduto l’irreparabile tutto e il resto sono solo parole vane.

L’amico e collega di Adil ha fatto da solo, ha chiesto permesso agli agenti e si è chinato sul corpo di Adil per coprire la scarpa con un panno verde.

Alle 15 i necrofori portano via la salma.

I compagni di lavoro di Adil hanno avvertito la moglie, che all’inizio dell’ultimo lockdown si era trasferita in Marocco con i figli.

L’Area produttiva di Biandrate si svuota per un giorno sulla A4 i Tir carichi di merci proseguono la loro corsa verso le loro destinazioni.

ALESSANDRIA. SCIOPERO DIPENDENTI RSA CAPRA, PRESIDIO SOTTO PREFETTURA.

“Sciopero Dipendenti Rsa Capra”

A poco più di un mese dalla Procedura di Raffreddamento tenutasi in Prefettura ad Alessandria.

Nel pieno rispetto delle normative anti-Covid e nell’ambito dello sciopero dei lavoratori della Sereni Orizzonti 1 SpA e Work on Time SpA che prestano servizio presso la RSA Capra di Alessandria proclamato dalla CSE Sanità – Dip.to FLP si è tenuto Giovedì 03 Giugno 2021 un sit-in di protesta davanti la Prefettura.

A guidare la protesta Stefania Gallo, coordinatore territoriale CSE Sanità – Dip.to FLP del Piemonte, insieme a Claudia Mensi, Coordinatore Territoriale CSE Sanità-Dip.to FLP Alessandria-Asti, e Giuseppe Scala in Rappresentanza della Confederazione Nazionale Cse. Tra i motivi della protesta: – mancato rispetto del verbale di accordo della procedura di raffreddamento del 20 aprile 2021; – mancata chiarezza sul CCNL applicato nel rapporto di lavoro tra azienda Sereni Orizzonti 1 SpA e i suoi lavoratori dipendenti; – comportamento antisindacale della Sereni Orizzonti 1 SpA volto ad escludere dai tavoli di trattativa la CSE; – difficoltà nell’elaborazione delle buste paga dei dipendenti; – demansionamento del personale (OSS e Ausiliari) costretto a svolgere compiti di non loro competenza; – mancato rispetto dell’applicazione delle normative vigenti in tema di orario di lavoro; – carenza di personale; – mancanza di manutenzione della struttura; “L’Azienda ha tentato in ogni modo di bloccare questo sciopero attuando comportamenti non rispettosi della normativa vigente in materia di scioperi e della nostra carta costituzionale che sono stati subito soggetti di segnalazione agli organi competenti e nei prossimi giorni di un ricorso giudiziale, ma nonostante tutto la manifestazione è stata partecipata ed attiva, speriamo che dia nel più breve tempo possibile i suoi frutti” ha commentato Gallo Stefania Coordinatrice Regionale Cse sanità-FLP.

Una delegazione sindacale è stata poi ricevuta dal Vice Prefetto Vicario Dott. Paolo Ponta il quale a seguito dell’esposizione dei problemi ha comunicato la sua intenzione di attenzionare la Rsa in questione insieme agli organi di controllo competenti.