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ROMA. LE DIMISSIONI DI ZINGARETTI. LA BARRA A DESTRA DEL GOVERNO DRAGHI NEL TEMPESTA DELLA PANDEMIA E LA CRISI ECONOMICA.

Le parole sono pietre, pietre scagliate contro la mattanza politica voluta da Matteo Renzi con la complicità di ex renziani, “paraculi” opportunisti buoni per tutte le stagioni e che in tutte le stagioni si ingegnano per arraffare i frutti della logica politica legata ad interessi economici impresentabili.

Le dimissioni di Nicola Zingaretti sono solo un ultimo drammatico passaggio, che testimonia come l’opportunismo politico di certa mala politica perda venti giorni per discutere di poltrone mentre per anni si sono dimenticati degli interessi generali, dei bisogni e le esigenze del paese, paese inteso come persone, lavoratori, studenti, impiegati, pensionati e minoranze portatrici di diritti. La reazione a catena innescata da Matteo Renzi quando ha minato il governo Conte II e con il governo in carica ha minato la credibilità della rappresentanza politico- istituzionale, che è il segno dello sfacelo dell’assetto istituzionale che nasconde le proprie macerie dietro il sorriso enigmatico e minaccioso di Mario Draghi.

Il passaggio di consegne tra Draghi e Conte ha segnato l’attraversamento del confine tra il tentativo, timido, di dare al paese un governo più sensibile alle richieste, alle esigenze, ai bisogni del popolo, funestato nel suo percorso dalla pandemia da covid-19, dalla crisi economica che ne è seguita e dai continui beceri attacchi politici della destra, che invocava aperture e chiusure a giorni alterni a seconda dei sondaggi elettorali, e un chiarissimo spostamento a destra dell’asse politico.

Un passaggio di consegne che liberato un onda distruttrice che mina il precarissimo equilibrio del sistema politico, accelerando con la consegna della campanella nelle mani di Mario Draghi la liquefazione delle forze politiche che compongono l’esecutivo e aprendo contemporaneamente una avventure imprevedibile in cui il 50% degli elettori si dichiarano incerti, privi di rappresentanza politica.

La crisi del governo Conte è stata in assoluto, nel panorama e nella storia politica italiana, la più assurda e suicida che un gruppo dirigente potesse mettere in atto, ma insieme è stata una crisi politica di una logicità palesemente trasparente in cui il potere economico, che costituisce il baricentro del capitalismo protagonista di un trentennio di declino arrogante e straccione, ha vinto e imposto le sue scelte parassitarie e speculative, aggregate intorno a quella che Luciano Gallino aveva chiamato l’impresa irresponsabile, immaginata sul modello delle autostrade che hanno il loro punto di riferimento nei Benetton.

Ma le imprese, che costituiscono la nervatura, la spina dorsale del governo di Mario Draghi, sono tutte rappresentate e ci stanno dentro tutte a partire dagli avvelenatori dell’Ilva, i pessimi manutentori del ponte Morandi, i tradizionali vincitori degli appalti di tutte le “grandi opere”, gli immobiliaristi romani e i robber baron del capitalismo delle reti oltre che alla nebulosa economia padana, che galleggia solo grazie ai bassi salari e all’assenza di qualsiasi resistenza sindacale.

I vincitori veri del 13 febbraio sono loro appoggiati dalla quinta colonna rappresentata da Matteo Renzi, ma che avevano già iniziato a minare alle fondamenta la credibilità di Giuseppe Conte ancora prima che entrasse a Palazzo Chigi, contestandone il curriculum, preoccupati che il suo sguardo si posasse anche solo per un brevissimo momento su quanto sta più in basso. I vincitori che hanno sostenuto l’offensiva Loro di Matteo Salvini per svuotare definitivamente la debolissima spinta anti-establishment che i 5Stelle andavano predicando da anni con i “Vaffa” di Beppe Grillo e della piazza, ma che nella compagine giallo verde aveva subito i primi ribaltamenti, come fu per il Tav Torino-Lione, e per poi scavare un profondo buco nero sotto i piedi del governo giallo-rosso chiedendo, fino dagli inizio della pandemia, di mettere l’economia al di sopra della salute, modello Lombardia che ha poi pagato il prezzo più alto in termini di morti per Covid-19. I veri vincitori del 13 febbraio sono sempre loro che al capitano di mojito, Matteo Salvini, hanno sostituito il capitano di ventura, Matteo Renzi, per realizzare la mattanza finale. Ma farsene una ragione non è il modo migliore per affrontare il nuovo corso economico, che può contare sulla disponibilità di 209 miliardi di euro da spendere, e su cui dobbiamo intervenire per dire la nostra. Ma se l’Italia è questa ed è nelle mani di questa gente qui non vuol dire che dobbiamo gettare la spugna e lasciare che possano depredare impunemente 209 miliardi di euro da spartirsi con tutte le mafie nostrane e straniere.

Il gesto di Nicola Zingaretti è esemplare come ha ricordato Norma Rangeri perché costituisce “la più cruda, eloquente rappresentazione” della eredità lasciata dal passaggio funesto di Matteo Renzi nel Pd, ma anche di come si è trasformato il Paese. Un atto di onestà quello di Zingaretti, di verità.

Le dimissioni di Zingaretti sono la più eloquente operazione di dignità dove le parole sono pietre ed è che ognuno di noi vede e ha continuato a vedere ogni giorno sotto un cielo funesto. Le parole come pietre in cui pesano come un macigno il termine VERGOGNA che rappresenta l’espressione più calzante per denunciare i comportamenti del gruppo dirigente ancora inquinato dall’opportunismo renziano.

Nicola Zingaretti aveva preso in mano un partito moribondo il 17 marzo del 2019, così l’ha definito Cecilia D’Elia, svuotato e traghettato verso la peggiore sponda berlusconiana da più di quattro anni di segreteria renziana, che non ammetteva confronti e dissidenti al pensiero unico dettato dagli interessi del nuovo padrone. La vita nel partito di Renzi che tentava di fondere un corpo con un’anima per quasi 1550 giorni non sarebbe stata possibile senza compiere una trasformazione camaleontica in cui il rischio era di restare invischiati anima e corpo in compagnia di un simile avventuriero della politica. Tanto più che il PD l’anima, un’anima fragilissima, non l’aveva neppure alla sua nascita con lo sciagurato azzardo, nel 2008, di Walter Veltroni che aveva avviato la fusione a freddo con la Margherita immaginando di farne il perno di un bipartitismo italiano, ispirato da un bipolaralismo nato già cadavere, funzionale solo alle politiche berlusconiane della destra.

Al compito di rianimare un moribondo ricoverato in terapia intensiva Zingaretti si era applicato con tantissima buona volontà, anche se spesso senza idee brillantissime, fino a dover scoprire l’inutilità dell’accanimento terapeutico di fronte alla coriacea incapacità di quella parte di dirigenza del partito di rapportarsi alla sofferenza diffusa, lacerante, di buona parte della popolazione, della frustrazione dei militanti del partito a cui è stato negato anche la possibilità di includere quella sofferenza nel proprio orizzonte di pensiero.

L’uso distorto, astuto, nel giorni degli agguati a Zingaretti, che dissemina di indizi mai raccolti dei dati rilasciati dall’Istat sulla povertà assoluta in cui versano oltre 5 milioni di persone, che non hanno neppure il minimo indispensabile per vivere “una vita dignitosa”, un cittadino su dieci.

Un milione di poveri in più per effetto della pandemia e della crisi economica che ne è seguita rispetto allo scorso anno, metà “operai o assimilati”, titolari di un posto di lavoro che non gli permette in ogni caso di vivere dignitosamente e non sono stati ancora stati sbloccati i licenziamenti.

La domanda che legittimamente vogliamo fare alla quella che per anni abbiamo considerato la nostra classe politica dirigente è chi rappresenterà e difenderà quella palude di sofferenza sociale nel prossimo futuro e i tempi durissimi che attendono quella parte di umanità che un tempo chiamavamo orgogliosamente classe operaia?

Chi sarà in grado di sottrarre tanta sofferenza al fascino del demagogo di turno che li ammalia e infine li tradisce?

Chi li metterà in guardia dalla dura legge della protezione sociale in cambio di fedeltà, che è stata nei secoli la tomba di ogni democrazia.

ROMA. LA FANTASIA AL POTERE DAI CAVALIERI AI DRAGHI PASS…SANDO PER FESTE, FESTINI E TAVOLE ROTONDE.

Il governo di Mario Draghi è nato applicando alla lettera il manuale Cencelli dove tutto viene spartito e nulla lasciato al caso.

Con il governo Draghi è iniziata la grande abbuffata di potere condita con 209 miliardi di euro messi a disposizione dalla Ue all’Italia per contrastare la crisi economica seguita alla pandemia da Covid, ma anche per modernizzare il paese, avviare la rivoluzione digitale, riconvertire le industrie fonte di inquinamento ambientale in industrie green, ecologiche che siano in grado di affrontare i temi dei cambiamenti climatici.

Ma qualcuno crede veramente che questa favola verde non diventi invece la fonte di nuove attività speculative, fonte di inquinamento sociale, di corruzione, di nuovo clientelismo e che alla fine i progetti rivoluzionari restino solo tante parole, belle chiacchiere da salotto.

Quello che più salta agli occhi è il ritrovato amore tra le parti politiche in causa, un abbuffata di potere e di poltrone come mai si era visto nella storia italiana dal 1861 in poi.

La lega di Salvini che con un triplo salto carpiato è riuscita a smentire se stesso e gli alleati euroscettici a Bruxelles.

Forza Italia dell’ormai ex cavaliere che ha riproposto e riesumato dall’oblio figure ormai tramontate e destinate al sottoscala che porta in cantina.

Italia Viva che voluto così tanto un esecutivo Draghi con tutti dentro che ne è riamsta esclusa, nessun ministero di peso per Matteo Renzi e i suoi a parte la famiglia per Bonetti.

M5s che nel governo Draghi forti del loro 33% di voti sono stati i veri asfaltati, bastonati, nel nuovo esecutivo con solo 3 ministeri.

Partito Democratico che riesce a raccogliere una buona parte di quanto seminato e porta a casa alcuni ministeri tra i più importanti.

Infine Fratelli d’Italia, ma più che di fratelli bisognerebbe parlare di coltelli, non entrano nel nuovo esecutivo, ma dalle posizioni intransigenti delle scorse settimane e la continua richiesta di elezioni anticipate sono passati a una probabile astensione sulla fiducia, che anche a loro sia venuto quel languorino che più che fame e voglia di qualcosa di dolce.

Fermo restando inalterato il gioco delle tre carte a cui ci hanno abituati l’ex cavaliere e i suoi alleati, che può essere sintetizzato in questo modo: Se il governo funziona i meriti saranno di Berlusconi, impegnato in un lavoro sinergico con gli alleati della Lega e allora l’invito sarà, ovviamente, a votare Cdx perché Berlusconi e Salvini si attribuiranno la paternità di tutti i meriti dell’uscita dalla crisi e dalla pandemia da covid 19. Ma se le cose dovessero andare male, allora, gli elettori troveranno un ottima alternativa in Giorgia Meloni che a gran voce si attribuirà la maternità di non aver partecipato al governo e quindi di non essere responsabile della catastrofe, anzi avanzerà, a maggior ragione, la sua candidatura a leader e salvatrice della patria.

Quindi elettori di Cdx avete ben due alternative: votare Berlusconi e Salvini se le cose vanno bene oppure votare Meloni se vanno male comunque senza affaticarsi troppo e far affaticare il “libero pensiero”.

Per tutti gli altri auguri di più fortuna e per Matteo Renzi, che ha compiuto un vero capolavoro riportando la destra al governo, l’augurio di non riuscire più a mettere piede in parlamento per i prossimi 1000 anni.

ROMA. MATTEO RENZI APRE A CONTE: “POSSIBILE RILANCIARE L’AZIONE DI GOVERNO”

A pochi giorni dalla crisi di governo innescata da Matteo Renzi con le dimissioni dei ministri dal governo in carica Renzi in una intervista al Corriere della Sera ha spiegato che ci sono le condizioni per rilanciare l’azione di governo e che Italia Viva sarebbe pronta a partecipare in una coalizione in cui si riconosca il ruolo centrale del PD, ma che senza l’appoggio di IV non ci sono i numeri per governare. Dunque cadono le pregiudiziali che avevano portato alla crisi di governo a patto che vengano risolti i nodi che hanno portato alla crisi di governo.

Matteo Renzi nell’intervista rilasciata a Maria Teresa Mieli ha spiegato: “Da mesi chiediamo un salto di qualità nell’azione del governo. Serve un sogno per l’Italia, non l’incubo del litigio quotidiano. Serve un progetto, una visione, una strategia. Il Pd dice che l’esperienza con noi è chiusa? Se qualcuno nel Pd preferisce Mastella alla Bellanova o Di Battista a Rosato ce lo farà sapere. Noi vogliamo che si formi un governo di coalizione con un ruolo fondamentale per il Pd e per i suoi esponenti. Il Pd sa che senza Italia viva non ci sono i numeri. Forse non sarà più amore, ma almeno è matematica. Se Zingaretti insiste a dire no a Italia viva, finisce col dare il Paese a Salvini. È questo ciò che vuole? Conosco le donne e gli uomini del Pd. Dai gruppi parlamentari alle cucine delle case del popolo nessuno vuole regalare il Quirinale ai sovranisti”.

Sempre secondo quanto dichiarato da Matteo Renzi difficilmente Conte potrà farcela con i responsabili: “Al momento da Palazzo Chigi sono molto attivi sui social dove sono degli autentici fuoriclasse, anche usando uno stile che mi fa rabbrividire e inquietare. Le aule parlamentari tuttavia sono fatte di deputati e senatori, non di followers. E raggiungere il quorum della maggioranza assoluta mi sembra difficile. Se in Senato Conte avrà 161 voti, rispetteremo il risultato”.

Matteo Renzi ha poi spiegato i motivi che potrebbero spingere il gruppo di IV ad astenersi sulla fiducia: “Decideremo alla riunione di gruppo, ma credo che sia la scelta più saggia”.

Infine nell’intervista spiega le richieste di IV al governo Conte: “Vogliamo che l’Italia sia protagonista. Si parli di questo, senza personalizzare su Conte-Renzi”.

Il leader di Italia Viva spiega anche quale scenario potrebbe aprirsi martedì nel caso in cui Conte non dovesse ottenere la fiducia in Senato: “C’è una bellissima frase di Paolo VI che un sacerdote amico mi ripete spesso. Dice che il nostro compito deve essere fare presto, fare bene, fare tutto, fare lietamente. Se Conte si dimetterà noi chiederemo alle consultazioni di fare presto, perché non possiamo perdere nemmeno un giorno. Di fare tutto, perché ci vuole un programma da qui al 2023. Di fare bene, perché serve qualità al governo. Il fare lietamente forse non è la priorità in questo momento, ma sul resto direi che ci siamo”.

ROMA. CRISI DI GOVERNO: RENZI VERSO L’ASTENSIONE, CONTE TIRA DRITTO PER LA SUA STRADA.

La conta si farà martedì al senato dove il premier Giuseppe Conte dovrà cercare i numeri per governare mentre Matteo Renzi e il gruppo di Italia Viva si apprestano a innescare una parziale retromarcia astenendosi sulla fiducia. Ma in Senato l’astensione equivale a un voto contrario perciò non cambia nulla. Le acque nel gruppo di Matteo Renzi si stanno agitando man mano che si avvina il chiarimento in parlamento.

Il presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, in foto di archivio durante le festività natalizie.

Martedì in Senato il premier Conte affronterà in Parlamento sfiderà apertamente Matteo Renzi per far sopravvivere il governo.

Ma la sorte del gruppo Italia Viva al Senato non è legata solo al voto nei confronti del governo, ma se, come è prevedibile, il Partito socialista dovesse ritirare il suo simbolo dal gruppo parlamentare Italia Viva sarebbe costretta a sciogliersi perché verrebbero meno i requisiti previsti dai regolamenti per costituire un gruppo parlamentare.

Il gruppo potrebbe rimanere in vita se ad esso aderiscono almeno 10 senatori, ma se le defezioni interne, che già sembrano una certezza più che un auspicio, e Nencini dovesse ritirare il simbolo del PSI non resterebbe che lo scioglimento del gruppo.

Le conseguenze dello scioglimento del gruppo rappresenterebbe la sconfitta definitiva e la fine politica per Matteo Renzi, ma non solo perché con lo scioglimento del gruppo verrebbe meno la visibilità mediatica, che ha accompagnato l’ex segretario Pd, ex presidente del consiglio dei ministri e ex alleato di governo di Giuseppe Conte. Visibilità accordata all’ex andreottiano Renzi in questi anni dalle televisioni pubbliche e private, visibilità che ha sfruttato in modo molto arrogante, facendo prevalere e imponendo solo le sue posizioni politiche nel partito democratico prima e nel paese poi; impedendo contemporaneamente la discussione nel partito democratico e nel paese durante la sua esperienza di governo

Sul fronte favorevole non cambiano le critiche a Matteo Renzi sono unanimi, criticato per la scelta di far rassegnare le dimissioni ai tre ministri di Italia Viva e aver innescato una crisi al buio senza un motivo vero che la giustificasse.

Ma Italia Viva, dopo aver ritirato le ministre e aperto la crisi, in questi giorni ha fatto una parziale retromarcia e lascia uno spiraglio: “Se Conte scioglie alcuni nodi, ci siamo. Staremo nell’arena politica lunedì e martedì, vedremo cosa il presidente del Consiglio farà, se arriverà al voto. Se dovessi scommettere oggi su un posizionamento nostro, ovviamente non possiamo votare la fiducia dopo quello che è successo, se cercherà di aprire alla senatrice Lonardo, a pezzi di Forza Italia e al mondo che sta cercando di portare con sé al posto nostro, ci asterremo“.

Nicola Zingaretti è pronto a proseguire il sostegno al governo e anche a un allargamento della maggioranza, ma chiede di concretizzare quel cambio di passo invocato a più riprese nelle ultime settimane“. 

Vito Crimi è invece lapidario nei confronti di Matteo Renzi e Italia Viva: “Con Renzi la situazione è e resta invariabile: abbiamo chiuso”.

Ma allo stato attuale ottenere i 161 a Palazzo Madama che rappresentano la maggioranza assoluta è una impresa molto ardua e anche in caso di astensione di Italia Viva il voto varrebbe come un voto di sfiducia nei confronti del governo e la palla passerebbe inesorabilmente nelle mani del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

La trattativa con il gruppo dei costruttori è aperta mentre arriva un secondo gruppo in sostegno del governo, i responsabili dopo l’apertura del Psi, anche il Movimento per gli italiani all’estero, che vota da sempre a sostegno dell’esecutivo, cambia nome e diventa “Maie-Italia 23”.

Il M5s conferma il proprio sostegno al premier e Luigi Di Maio sottolinea la propria lealtà al premier: “Io presidente del Consiglio? Questa cosa affiora ogni volta che si vuole mettere zizzania. E’ una cosa che si fa circolare per avere la scusa per non dare la fiducia martedì a Conte in Senato. Io non solo gli sono leale, ma sto anche lavorando con tutti gli altri ministri per superare questo momento difficile. Poi è ovvio che se dobbiamo mettere insieme un governo posticcio o precario, allora sono io a dire che è meglio andare a votare”.

Il presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il card. Gualtiero Bassetti, parlando della crisi politica non nasconde le preoccupazioni dei Cattolici per l’incertezza politiche che ha come prima conseguenza un rallentamento alle misure anticovid e il timore che il vuoto politico possa essere il motore per la ripartenza dei contagi da coronavirus nel paese: “Sono ore d’incertezza per il nostro Paese. In questo momento guardiamo con fiducia al Presidente della Repubblica che con saggezza saprà indicare la strada meno impervia. Trovo un forte stimolo nelle parole pronunciate proprio dal Presidente Mattarella nel messaggio di fine anno: “Non viviamo in una parentesi della storia. Questo è tempo di costruttori’. Aggiungo: questo è anche tempo di speranza! Ci attendono mesi difficili in cui ricostruire le nostre comunità”.

ROMA. MATTEO RENZI E’ DI DESTRA E VUOLE GOVERNARE CON LA DESTRA.

Matteo Renzi è sempre stato di destra e lo abbiamo sempre saputo tutti, ma nel periodo più buio del partito democratico qualcuno si era illuso che che persino l’andreottiano Matteo Renzi si fosse convertito a una idea di sinistra solidale o se non alla sinistra almeno a quella pallida idea che rappresenta l’argine, il confine tra la demagogia della destra populista e la difesa dei diritti delle persone.

Invece No! neppure questo ha mai distinto l’ex premier, l’ex segretario del Pd, l’ex sindaco di Firenze e ora l’ex alleato del governo presieduto da Giuseppe Conte.

Matteo Renzi lo abbiamo scritto e combattuto per l’intero periodo in cui è stato segretario del Pd e presidente del consiglio ha una idea populista, personalista, assolutista e repressiva della politica e del potere, che non ci rappresenta, che non condividiamo e di cui non siamo mai voluti essere complici.

L’idea che ha mosso Matteo Renzi fin dall’inizio della sua ascesa politica nel Partito democratico era quella di traghettare una comunità di persone che ha dedicato la propria esistenza alla difesa dei diritti degli ultimi, dei diversi, dei poveri degli emarginati, dei precari e degli operai nella sponda opposta ai valori del centro sinistra, cioè nella destra berlusconiana, dove i valori condivisi venivano sostituiti con l’ipocrisia, l’egoismo individualista.

Minando i rapporti tra partito democratico, la sua base e il sindacato.

Bene Matteo Renzi la parte del prevaricatore l’ha recitata magnificamente con la rottamazione, non della classe politica dirigente del Pd, ma di tutto il Pd a partire dai suoi dirigenti, ai suoi iscritti, ai militanti fino alla linea politica e alle finalità del partito democratico nato dalla fusione delle esperienze post comuniste e cattolico cristiane.

Matteo Renzi che mentre andava a braccetto con Sergio Marchionne, i vertici della Fiat e Confindustria offendeva milioni di lavoratori e i sindacati che li rappresentavano dicendo: “i sindacati se ne faranno una ragione”.

Mentre regalava pieni poteri di gestione degli istituti ai presidi e ai dirigenti scolastici offendeva la dignità degli insegnanti, dei precari della scuola, del personale non insegnate e degli studenti trasformati da cittadini che esercitano un diritto a sudditi impotenti.

Matteo Renzi che ha regalato al mercato del lavoro il Jobs Act e reso ancor più deboli ampie fasce di lavoratori anziani e deboli a rischio licenziamento senza le dovute garanzie di accompagnamento alla pensione o al reinserimento nel tessuto produttivo.

Matteo Renzi che devastato i diritti dei lavoratori e resi precario il mondo del lavoro al pari di quanto aveva tentato di realizzare Silvio Berlusconi minando alla base quei diritti garantiti dallo Statuto dei Lavoratori, l’autodeterminazione del lavoratore e la libertà di essere portatore di diritti e disporre del proprio futuro.

Bene, tutto questo ha rappresentato Matteo Renzi nei mille giorni più bui del partito democratico e allora perché stupirsi che dopo aver spinto il Pd ad allearsi con i 5 stelle ora abbandona la nave per approdare verso sponde più gradite al suo egocentrismo, la destra berlusconiana.

Quello che ritorna e affonda il governo di Giuseppe Conte, nel momento più delicato per la lotta alla pandemia mondiale da coronavirus e la seconda grande crisi economica che ne è seguita, è un Matteo Renzi al servizio delle destre, torna il politico a servizio pieno alle dipendenze di Silvio Berlusconi, alle dipendenze degli appetiti di grandi interessi economici e gruppi finanziari che si stanno affollando intorno al Recovery Plan, al MES e ai 209 miliardi di euro che l’Europa ha messo a disposizione dell’Italia per far fronte alla crisi economica.

Ma non basta perché nonostante Giuseppe Conte avesse garantito un patto di legislatura Matteo Renzi ha obbedito a ordini ignobili quanto innominabili per far cadere il governo in carica per dare spazio e vita a un governo a guida berlusconiana che ha come unico scopo la gestione e la distribuzione, agli amici e agli amici degli amici, dei fondi messi a disposizione dalla comunità europea.

Per gli alleati di governo, Nicola Zingaretti in testa, la scelta di Matteo Renzi è un “Errore gravissimo contro l’Italia” ed una scelta “incomprensibile” che mette a rischio la ripresa, un atto che porterà il Paese “in una situazione ancor più drammatica“.

Nicola Zingaretti spiega che “Conte aveva assicurato la disponibilità per un patto legislatura e questo rende scelta Italia viva ancora più incomprensibile. Ora è a rischio tutto, dagli investimenti nel digitale alla sanità”.

Per il segretario dem, quello dei renziani è “un errore gravissimo contro l’Italia“, specie di fronte al fatto che oggi ci sono stati “circa 500 morti” a causa del coronavirus.

Vito Crimi su facebook ha commentato: “E noi apriamo una crisi di governo? Io francamente non lo capisco“, ma lo sconcerto è anche tra i 5 stelle: “Mentre il Paese affronta con fatica, impegno e sacrificio la più grave crisi sanitaria, sociale ed economica della storia recente, Renzi sceglie di ritirare la propria delegazione di ministri. Credo che nessuno abbia compreso le ragioni di questa scelta”.

La scelta ovviamente si può spiegare soltanto con una frase: “Matteo Renzi aprendo la crisi di governo ha un obbedito ordine che è quello di far nascere un governo di destra che gestisca i 209 miliardi di euro per garantire la distribuzione di mance, le solite regalie, elargizioni generose agli amici degli amici che crei un nuovo sistema di clientele e una nuova fonte di consenso elettorale per il suo passato, attuale e mai dimenticato padrone”.