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ROMA.IL G20, ACCORDO, (QUASI), UNANIME SUL CLIMA E TANTI BUONI PROPOSITI.

Il G20 di Roma, che si è tenuto in questi giorni, tra dolcetto o scherzetto, si è concluso con un accordo, quasi storico, e molti buoni propositi: “contrastare i cambiamenti climatici e centrare l’obiettivo di non superare 1,5°. Un accordo storico perché, liquidata l’amministrazione Trump, (che lo ricordiamo aveva disconosciuto l’accordo di Parigi sul clima, ripreso l’utilizzo del carbone e avviato il progetto di trivellazione dell’Artico), è stato recepito da tutti oltre alla necessità di accelerare sulla transizione green ed ecosostenibile dell’economia.

La contrattazione e il lavoro di mediazione durato per una note intera per raggiungere e approvare il documento finale del summit. Attività che ha scongiurato rotture e veti applaudita dalla sala alle 10.30 del 31 ottobre.

Il documento approvato dai grandi della terra, che hanno partecipato al G20, conferma il fondo di 100 miliardi per il sostegno ai Paesi in via di sviluppo, seppur con qualche attrito sul resto degli impegni.

Le differenze sono sostanziali come ha spiegato Mario Draghi, che nel merito ha espresso la sua preoccupazione: “Non sono sufficienti”. L’Italia segue la linea più rigida, mentre Russia e Cina si propongono “il raggiungimento della neutralità carbonica entro il 2060”.

Ma è bene ricordarlo: gli accordi raggiunti al G20 rappresenteranno il punto di partenza per la Cop26, l’annuale conferenza sul clima organizzata dall’ONU.

Un occasione per definire il metodo per assicurarsi che i Paesi rispettino gli accordi presi a Parigi e che questi non rimangano solo “belle dichiarazioni” e tanti bla bla bla, come è stato nel passato.

L’accordo sul clima al G20 è stato trovato, ma non senza difficoltà e solennemente dopo una notte di intenso lavoro questa mattina i grandi della terra, capi di stato, ministri e presidenti hanno raggiunto l’accordo sul riscaldamento globale, ma non prima di aver lanciato,( toccandosi gli zebedei), la monetina portafortuna nella fontana di Trevi e per fortuna che Totò non era presente altrimenti gliela avrebbe perfino venduta.

I partecipanti al G20 hanno confermato che il riscaldamento globale non deve superare l’1,5°; soglia oltre la quale i Governi dovranno ammettere di avere fallito gli obbiettivi della sfida per l’ambiente.

Il primo ministro, Mario Draghi, ha spiegato: “agire il prima possibile per evitare conseguenze disastrose sul clima” ed esortato ad agire prima possibile per evitare che i costi, diventino insostenibili una volta superato il limite.

I partecipanti del G20 in chiusura hanno espresso la loro soddisfazione generale, nonostante le critiche per non aver fatto e proposto abbastanza.

l’accordo può essere sintetizzato in tre punti:

  • fondo per il clima da 100 miliardi per il sostegno ai Paesi in via di sviluppo
  • tetto massimo sul riscaldamento globale trovato entro 1,5°
  • indicazione di un periodo di tempo entro il quale attuare azioni intorno a metà del secolo

Un fondo per il clima di 100 miliardi è stato stanziato per i Paesi in via di sviluppo e prevede un sostegno ai Paesi per incrementare la produzione senza innalzare le emissioni.

Un passo indietro importantissimo è stato fatto sul tetto massimo accettabile del riscaldamento globale, fissato a 1,5°, riconoscendo allo stato attuale che non c’è alcuna possibilità di “cura”.

Le attività economiche e industriali, il consumo di suolo e l’energia prodotta con lo sfruttamento del carbone e dei fossili ha prodotto nel tempo conseguenze nefaste per l’ambiente e non possono essere fermate, ma possono essere contenute con investimenti nei Paesi in via di sviluppo, che rappresenta un impegno per evitare scenari di migrazione per danni subiti dall’ambiente.

Ma se tutti leader presenti al G20 si sono dimostrati consapevoli dei disastri provocati dai danni ambientali e che il prossimo decennio potrà fare la differenza in tema di difesa del clima per salvaguardare il pianeta per le generazioni future, resta il nervo scoperto su cui la tutta le discussione rischia di arenarsi: “Il problema è semplicemente economico, i soldi della discordia a cui nessuno dei grandi intende rinunciare”.

Il G20 ha concluso le trattative decidendo di non rifinanziare dal 2022 le centrali a carbone, considerate troppo inquinanti, le cui emissioni sono le maggiori colpevoli per i cambiamenti climatici.

Il Presidente francese, Emmanuel Macron, ha sottolineato l’impegno ad accelerare l’uscita dal carbone, mettendo un termine ai finanziamenti delle centrali a carbone, in particolare in Africa.

Emmanuel Macron ha da tempo puntato sull’energia nucleare per il passaggio alle energie green mentre l’Europa non si è ancora espressa in merito all’inserimento del nucleare nella categoria green.

Ma il G20 si è dimostrato troppo timido nelle indicazioni per dare una accelerata al passaggio al raggiungimento degli obbiettivi per la produzione di energia green con un generico metà secolo, quando invece deve avvenire il prima possibile insieme all’ambizioso progetto di “emissioni zero”.

Il 2050 resta un obbiettivo teorico perché non tutti si sono dimostrati concordi con quanto scritto nel documento conclusivo:  Russia e Cina perseguono obbiettivi economici e di produzione individuali e hanno già annunciato una loro uscita dall’energia a carbone con 10 anni di ritardo, entro il 2060.

Ma 10 anni potrebbero fare la differenza e Mario Draghi ha sottolineato la necessità di un cambiamento di rotta.

Il Presidente americano Joe Biden si è rivolto in particolare ai leader accanto a lui e un messaggio per i più giovani: “Non voglio che le precedenti generazioni guardino al vertice di oggi pensando: ecco come abbiamo fallito. Le future generazioni devono pensare: ecco perché abbiamo avuto successo”.

CUBA. MANIFESTAZIONI CONTRO IL GOVERNO CUBANO ORGANIZZATE E PAGATE DALL’AGENZIA NORDAMERICANA.

La Casa Bianca, dopo oltre 60 anni di embargo economico e attacchi contro Cuba, sperimenta il tentativo di rovesciare il governo cubano approfittando del disagio sociale e la crisi economica che ha colpito l’isola a causa della pandemia da covid-19. Le proteste inscenate da gruppi di manifestanti si ripetono monotamente uguali a quelle già sperimentate in Venezuela contro il governo Chavez prima e Maduro poi. Gruppi pagati e organizzati attraverso i social dall’agenzia convocano manifestazioni di protesta e provocano scontri con la polizia per poi strumentalizzare la repressione e gli arresti operati dalla polizia cubana.

Sullo sfondo il Palazzo della Rivoluzione di L’Avana che ancora una volta devono fronteggiare una crisi internazionale innescata dal governo nordamericano e volano parole pesanti, accuse che riportano le lancette dell’orologio indietro di oltre 60 anni.

Joe Bide, il presidente degli Stati Uniti di cui siamo stati tifosi nella campagna elettorale contro Donald Trump, parla senza mezzi termini di comunismo fallito come se il capitalismo fosse invece all’apice dello splendore: “Il comunismo è fallito e Cuba è uno Stato fallito” cavalcando l’ondata di proteste nell’isola.

La replica di Miguel Diaz-Canel, l’uomo succeduto a Raul Castro alla presidenza del regime cubano, non si è fatta attendere: “Gli Stati Uniti volevano distruggere Cuba, ma non ci sono riusciti, nonostante abbiano speso miliardi di dollari par farlo”.

La tensione tra Washington e L’Havana è alle stelle mentre si allontana ogni possibilità di disgelo per riprendere i rapporti e le le aperture che avevano distinto l’amministrazione Obama.

Joe Biden dal giorno del suo insediamento alla Casa Bianca ha messo al centro della sua agenda di politica estera la questione dei diritti umani: Cina, di Russia, Arabia Saudita o Cuba. Joe Biden ha spiegato che la sua amministrazione farà di tutto per imporre al governo cubano di ripristinare la rete internet e forzando il blocco dei social imposto dal governo cubano. Joe Biden si è spinto a parlare di regime “comunista autoritario, che la smetta di reprimere il suo popolo che merita la libertà”.

Joe Biden ha annunciato l’invio di una quantità importante di vaccini per combattere la diffusione del Covid che sta mettendo in ginocchio l’isola, assicurandosi che a gestire la distribuzione sia un’organizzazione internazionale in grado di garantire l’accesso a tutti i cittadini cubani.

La risposta di Diaz-Canel è altrettanto eloquente: “Se il presidente americano ha davvero a cuore il popolo cubano e una preoccupazione di tipo umanitario potrebbe eliminare un embargo economico e finanziario che dura dal 1962, e come primo passo cominciare a revocare le ulteriori 243 misure restrittive introdotte dal suo predecessore Donald Trump, di cui più di 50 imposte crudelmente durante la pandemia”.

Una richiesta sposata e avanzata a gran voce dalla maggior parte degli stati dell’America Latina e dal resto del mondo.

Le Nazioni Unite hanno espresso preoccupazione per “l’uso eccessivo della forza” da parte delle forze dell’ordine cubane impegnate a reprimere la protesta, lanciando l’ennesimo appello per la liberazione di “tutti coloro che sono stati arrestati per aver esercitato i loro diritti”.

Per l’Alto commissario Onu per i diritti umani, Michelle Bachelet, le notizie che arrivano da Cuba non lasciano ben sperare: “E’ importante che ci sia un’indagine indipendente, trasparente ed efficace e che i responsabili siano processati” e a proposito del dimostrante rimasto ucciso alla periferia di L’Avana durante una delle manifestazioni.

WASHINGTON. JOE BIDEN CONTRO VLADIMIR PUTIN PER LE INTERFERENZE NELLE ELEZIONI AMERICANE.

Il presidente Usa Joe Biden è stato durissimo dopo le accuse al Cremlino sulle interferenze nelle elezioni Usa 2020

Joe Biden accusa direttamente Putin per le interferenze nelle elezioni americane del 2020 e alla domanda di George Stephanopulos di Abc: “Lei conosce Vladimir Putin. Pensa che sia un killer?”. Biden ha risposto senza esitare: “Lo penso”.

Il presidente Joe Biden non si tira indietro e promette che il leader del Cremlino “pagherà un prezzo” per aver tentato di influenzare le elezioni presidenziali del 2020. 

Il portavoce del Cremlino, Dimitri Peskov, ha respinto le accuse, definendole “completamente infondate”.

Le conclusioni del rapporto declassificato sulle interferenze nelle elezioni americane del 2020, diffuso dalla direzione della National Intelligence, che coordina tutte le agenzie degli 007, emerge che il leader del Cremlino Vladimir Putin autorizzò personalmente le operazioni per denigrare la campagna presidenziale di Joe Biden diretta a sostenere la rielezione di Donald Trump, tentando di seminare sfiducia nel processo elettorale e discordia per esasperare le divisioni socio-politiche negli Usa.

L’Iran invece, come scritto nei documenti, tentò di minare la riconferma del nemico Trump, ma senza mai promuovere direttamente il suo rivale.

Le manovre che usarono messaggi aperti e coperti per attaccare la rielezione di Trump furono approvate dal leader supremo, l’ayatollah Ali Khamenei, coinvolgendo l’esercito e le agenzie di intelligence.

La Cina valutò di interferire nelle elezioni Usa, ma scelse di non farlo, ritenendo che le operazioni sarebbero fallite e molto probabilmente avrebbero avuto un effetto boomerang.

Nessuna delle potenze che interferirono con la campagna elettorale riuscì a penetrare nei sistemi di voto, diversamente da quanto successo nel 2016.

L’accusa contro Putin, che avrebbe supervisionato gli sforzi per condizionare la campagna elettorale ricorrendo a persone vicine agli 007 russi, come il deputato ucraino Andriy Derkach, legato all’intelligence di Mosca, sanzionato dagli Usa in settembre.

Influenzando persone vicine a Trump non indicate, ma che il rapporto lascia trasparire nel nome di Rudy Giuliani, l’ex avvocato del presidente, che gestì con un lavoro oscuro le trame ‘ucraine’ contro Biden, lanciando una campagna di sospetti di corruzione contro Joe Biden. I servizi di intelligence Usa hanno denunciato: “Lo Stato russo e attori delegati che servono gli interessi del Cremlino lavorarono per danneggiare le percezione pubblica americana in modo costante”. 

Il portavoce del Cremlino, Dimitri Peskov ha spiegato che le accuse sono “completamente infondate”. Vyacheslav Volodin, presidente della Duma, la Camera bassa del Parlamento russo, ha definito le parole del presidente Usa: “un attacco ai russi”, una reazione “isterica dovuta all’impotenza” degli Stati Uniti. “Putin è il nostro presidente, gli attacchi contro di lui sono attacchi alla Russia”. 

Il rapporto sconfessa le dichiarazioni di Trump, che aveva negato aiuti russi e accusato la Cina di sostenere Biden oltre ad aver ammonito che il pericolo più grande erano le frodi elettorali alimentate dagli avversari stranieri: “L’ultima persona che la Russia vuole vedere in carica è Donald Trump” mentre al contrario di quanto dichiarato il Cremlino tifava e lavorava per Donald Trump. Putin grato a trump per i silenzi sui diritti umani, per le sanzioni di facciata, per il ritirata americana dagli scacchieri caldi del mondo.

Il rapporto smentisce le sue accuse di corruzione contro i Biden, inserendole nella campagna per gettare fango sul candidato democratico.


Le conclusioni dell’intelligence fanno eco a quelle del ministero degli Interni, ma ora c’è un documento ufficiale col timbro della National Intelligence.

Un altro punto a favore di Biden, volato oggi in Pennsylvania per pubblicizzare, negli Stati “in bilico”, durante le elezioni il suo piano Covid da 1900 miliardi di dollari.

Ma contro Joe Biden gioca l’emergenza migranti al confine col Messico, dove il ministro degli interni Alejandro Mayorkas ha previsto l’arrivo di un picco record negli ultimi 20 anni e la difficoltà di gestire il crescente numero di minori non accompagnati, a volte anche di 6 o 7 anni: 4200 sono ancora in custodia.

WASHINGTON. JOE BIDEN HA FIRMATO I PRIMI 17 PROVVEDIMENTI PROMESSI IN CAMPAGNA ELETTORALE.

Gli Usa vogliono tornare a collaborare con il mondo, dopo la chiusura autarchica dell’amministrazione di Donald Trump, e immediatamente, dopo la cerimonia di insediamento del 46° presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha firmato i primi 17 provvedimenti che impegnano gli stati Uniti nella lotta al Covid-19 e a siglare la “pace” con l’ambiente e il mondo intero.

Joe Biden lo aveva promesso in campagna elettorale che con la sua vittoria avrebbe lavorato per riunire tutte le anime dellAmerica, che avrebbe imposto uno stop alla distruzione sistematica dell’ambiente, caldeggiata invece ad esempio da Trump con il piano di trivellazioni del polo nord e l’uscita dal protocollo di Parigi sul clima, che avrebbe riportato gli USA negli accordi di Parigi per la lotta ai cambiamenti climatici e riallacciato i rapporti con l’OMS per coordinare la lotta alla diffusione della pandemia da Coronavirus.

Ebbene Joe Biden sta tenendo fede alle promesse con la firma dei primi 17 provvedimenti in cantiere:

– Obbligo di portare la mascherina e del distanziamento sociale.

– Ritorno degli Stati Uniti negli accordi di Parigi sul clima e nell’Organizzazione mondiale della sanità.

– Cancellazione del Muslim Ban, che prevedeva le restrizioni all’ingresso da nazioni islamiche.

– Difesa contro le espulsioni degli immigrati irregolari che arrivano negli USA da bambini

– Blocco della costruzione del muro tra USA e Messico e la risoluzione immediata della dichiarazione di emergenza nazionale che permetteva di utilizzare miliardi di dollari per l’ampliamento e la costruzione del muro.

– La proroga della moratoria sugli sfratti in questo periodo di pandemia e sul pagamento degli interessi per i prestiti agli studenti.

WASHINGTON. JOE BIDEN HA GIURATO E’ IL 46° PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI, KAMALA HARRIS, LA PRIMA VOLTA DI UNA DONNA.

L’era Trump finisce per lasciare spazio alla riunificazione ideale, politica, sociale ed economica degli Usa come ha voluto sottolineare il neo presidente degli USA Joe Biden, che con il giuramento di oggi ha iniziato ufficialmente il suo mandato presidenziale.

L’esponente Democratico ha giurato alla cerimonia di insediamento al Campidoglio come 46° presidente degli Stati Uniti, in contemporanea col ritorno in Florida dell’ex presidente Donald Trump che con un ulteriore sgarbo istituzionale non ha partecipato alla cerimonia di insediamento di Joe Biden.

Kamala Harris, prima donna alla vice presidenza degli USA, per la prima volta nella storia e prima di Biden ha prestato giuramento. L’ex senatrice californiana ha giurato nelle mani della giudice della Corte suprema Sonia Sotomayor e su due bibbie.

Le due bibbie: una di Regina Shelton, che ha definito una ‘seconda madre’ e una seconda dell’icona dei diritti civili, Thurgood Marshall.

Il neo presidente degli USA e ex vice di Obama ha prestato giuramento davanti al presidente della Corte suprema John Roberts su una vecchia bibbia di famiglia tenuta dalla moglie Jill e utilizzata in altre occasioni. La formula utilizzata da Joe Biden: “Giuro solennemente di adempiere con fedeltà all’ufficio di presidente degli Stati Uniti e di preservare, proteggere e difendere la Costituzione al meglio delle mie capacità. Che Dio mi aiuti”.

Biden che di anni ne ha 78 è il presidente americano più anziano ad entrare alla Casa Bianca, il primo del Delaware e il secondo cattolico dopo John F. Kennedy.

La cerimonia aperta dalle star della musica che hanno sostenuto Biden: sul palco si sono esibite Lady Gaga che ha cantato l’inno americano, il celebre The Star-Spangled Banner, e in seguito Jennifer Lopez.

Ad accogliere Biden non c’era, come noto, Donald Trump, che ha voluto concludere il suo mandato presidenziale con l’ultimo sgarbo istituzionale, ma il vicepresidente uscente Mike Pence e la moglie Karen.

Il braccio destro di Donald Trump è stato accolto da applausi bipartisan da parte dei presenti. Applausi previsti dal protocollo, ma non scontati visti gli eventi delle ultime settimane.

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