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ROMA. IL GOVERNO OTTIENE LA FIDUCIA ALLA CAMERA, MA IL VERO BANCO DI PROVA E’ IL VOTO AL SENATO

Il premier Giuseppe Conte ha scaricato definitivamente scaricato Matteo Renzi, m nel suo intervento alla Camera non lo ha mai citato. La “pagina nuova” che si aprirà domani con il voto al Senato non prevede un riavvicinamento al gruppo di Italia viva, sostituita da un drappello di responsabili.

Il premier dopo essere uscito dall’aula ha un solo dubbio, che non si arrivi ad avere la maggioranza assoluta di 161 voti a favore dell’esecutivo..

Il dubbio diventa certezza con il passare delle ore, ma la speranza è lì a un passo, basterebbe conquistare una manciata di voti, ma ora si fa sentire anche la stanchezza per l’estenuante trattativa per evitare la crisi di governo durata settimane.

La replica alla discussione di Montecitorio fa capire quanta fatica e quanta tensione si sia accumulata in queste settimane, ma non ha intenzione di arretrare di un millimetro rispetto alle posizioni e al giudizio espresso nei confronti di Matteo Renzi e Italia Viva, che ha provocato una crisi priva di motivazioni e senza fondamento.

Il premier spera di incassare la maggioranza relativa che gli lascerà almeno lo spazio e il tempo per trattare la continuità dell’esperienza di governo, complice il voto sullo scostamento di bilancio previsto per le prossime settimane e sul quale Matteo Renzi non potrà negare il voto a favore, pena dover spiegare a chi ha subito perdite dalle chiusure perché non riceveranno i 24 miliardi di ristori inseriti nel provvedimento.

I più ottimisti pensano di poter arrivare a 158 voti, ma di più è una impresa mentre è partito la nuova ondata di trattative e offerte, ma è una trattativa “alla luce del sole”, come spiegato da Dario Franceschini.

Il premier potrebbe contare su altre defezioni nel centro destra come accaduto alla camera, dove Renata polverini ha votato a favore della fiducia a Conte e si è dimessa dal gruppo di Forza Italia, ma è il Maie-Italia 23, che ha momentaneamente trovato collocazione nel gruppo Misto e ambisce ad essere il seme per il futuro partito di Conte.

De Bonis che fu eletto nelle liste del M5s, da cui usci per incomprensioni ed oggi rappresenta l’ago della bilancia, potrebbe ambire al ministero dell’Agricoltura, che dopo le dimissioni di Bellanova è un interim che Conte non ha ointenzione di tenere a lungo. Altro politico papabile per occupare un Ministero è Riccardo Nencini, erede della tradizione “socialista” alla quale il premier ha aperto insieme a europeisti, popolari e liberali.

Il premier sa bene che bisognerà cedere duo o tre ministeri alle nuove formazioni che appoggeranno il governo mentre nella maggioranza è già partito il manuale Cencelli: uno per la Camera e due al Senato perché sono più determinanti.

Bruno Tabacci è sotto i riflettori in quanto orchestratore di una pattuglia che ha raccolto molti ex grillini consentendo alla maggioranza di muoversi con tranquillità.

Federico D’Incà in cerca di ex da riportare nella maggioranza, che al momento non è più tale.

Il mondo cattolico a cui si guarda con interesse, nonostante il niet arrivato dall’ufficio politico dell’Udc, potrebbe riservare più di una sorpresa dopo l’appello della Cei, “Paola Binetti potrebbe votare con la maggioranza”.

La maggioranza e il governo stanno muovendo tutte le leve possibili e nella discussione politica è intervenuta anche la Comunità di Sant’Egidio che ha dovuto diramare un comunicato ufficiale per smentire di essere tra i navigator dei “costruttori”.

Ma tra le ipotesi che si fanno strada ce ne è anche qualcuna che vedrebbe De Bonis e Nencini papabili a occupare i ministeri rimane un ministero per un esponente del centrodestra non sovranista.

Le sorprese non mancheranno e De Bonis ammicca a mezza voce che almeno un paio di Senatori sarebbero pronti a votare in favore dl governo, tra questi circolano i nomi dei senatori Minuto, Stabile e Masini, ma il pressing prosegue anche sul gruppo di Italia viva: “Se se ne smarcassero due o tre non sarebbe solo importante per i numeri, ma anche come segnale politico”.

Donatella Vono data in bilico, ma che continua a smentire, racconta che: “le telefonate sono incessanti, sono davvero esausta” mentre il pressing continua incessante anche su Parente, Carboni, Grimani e Comincini.

Il Movimento 5 stelle e Pd continuano a spingere per una Conte-ter che incassata la maggioranza potrebbe allargare la maggioranza e avere più chance per ampliare le politiche del governo. La nuova formula potrebbe prevedere la salita al Colle di Giuseppe Conte con la nuova lista di ministri, una crisi lampo di massimo 48/72 ore, il reincarico e un nuovo voto di fiducia.

Ipotesi, però che Conte sembra voler scongiurare, ma su cui convergono gran parte dei partiti di maggioranza, un iter che viene richiesto anche da parte di Tabacci e dei responsabili. I nomi che circolano con più insistenza del totoministri sono quelli dei due capigruppo Dem, Graziano Delrio e Andrea Marcucci, che assumerebbero rispettivamente Infrastrutture e Lavoro, con Andrea Orlando nelle vesti di sottosegretario alla presidenza del Consiglio oppure al Viminale in sostituzione di Luciana Lamorgese, che potrebbe assumere l’incarico ai Servizi segreti, ma in quoti c’è anche Gennaro Vecchione, oggi a capo del Dis.

Ai 5 stelle si aprirebbe la porta per l’ingresso in squadra di Giancarlo Cancelleri o Francesco D’Uva al ministero per il Sud, di Stefano Buffagni ai Trasporti scorporati dalle Infrastrutture e di Carla Ruocco, che potrebbe sostituire Paola Pisano all’Innovazione. 

Ma ovviamente sono solo ipotesi che rimangono appese al filo dell’incertezza mentre Ettore Rosato ha nuovamente invitato gli ex alleati ad avere la capacità di alzare il telefono e mettersi intorno a un tavolo per riaprire una porta mai del tutto chiusa, ma che per essere riaperta serve necessariamente tornare al punto di inizio.

Ipotesi che Conte non ha alcuna intenzione di prendere in considerazione e intanto il centrodestra alla Camera ha perso Renata Polverini che nel primo round della conta in Parlamento, in una giornata di delusione e protesta, ha votato a favore del via libera della Camera alla fiducia al governo di Giuseppe Conte.

Renata polverini ha spiegato di aver votato la fiducia al governo per responsabilità e in conseguenza di questo ha abbandonato Forza Italia.

La scelta dell’ex segretario dell’Ugl ha destato parecchia sorpresa nelle file azzurre: “Polverini si è messa fuori da Fi ha detto il vicepresidente di Forza Italia, Antonio Tajani, dopo il voto di fiducia.  Non ne sapevo nulla, non ci aveva avvertiti“.

Tajani ha aggiunto che al Senato Forza Italia voterà no senza defezioni alla fiducia: “Non credo”. 

ROMA. CRISI DI GOVERNO: RENZI VERSO L’ASTENSIONE, CONTE TIRA DRITTO PER LA SUA STRADA.

La conta si farà martedì al senato dove il premier Giuseppe Conte dovrà cercare i numeri per governare mentre Matteo Renzi e il gruppo di Italia Viva si apprestano a innescare una parziale retromarcia astenendosi sulla fiducia. Ma in Senato l’astensione equivale a un voto contrario perciò non cambia nulla. Le acque nel gruppo di Matteo Renzi si stanno agitando man mano che si avvina il chiarimento in parlamento.

Il presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, in foto di archivio durante le festività natalizie.

Martedì in Senato il premier Conte affronterà in Parlamento sfiderà apertamente Matteo Renzi per far sopravvivere il governo.

Ma la sorte del gruppo Italia Viva al Senato non è legata solo al voto nei confronti del governo, ma se, come è prevedibile, il Partito socialista dovesse ritirare il suo simbolo dal gruppo parlamentare Italia Viva sarebbe costretta a sciogliersi perché verrebbero meno i requisiti previsti dai regolamenti per costituire un gruppo parlamentare.

Il gruppo potrebbe rimanere in vita se ad esso aderiscono almeno 10 senatori, ma se le defezioni interne, che già sembrano una certezza più che un auspicio, e Nencini dovesse ritirare il simbolo del PSI non resterebbe che lo scioglimento del gruppo.

Le conseguenze dello scioglimento del gruppo rappresenterebbe la sconfitta definitiva e la fine politica per Matteo Renzi, ma non solo perché con lo scioglimento del gruppo verrebbe meno la visibilità mediatica, che ha accompagnato l’ex segretario Pd, ex presidente del consiglio dei ministri e ex alleato di governo di Giuseppe Conte. Visibilità accordata all’ex andreottiano Renzi in questi anni dalle televisioni pubbliche e private, visibilità che ha sfruttato in modo molto arrogante, facendo prevalere e imponendo solo le sue posizioni politiche nel partito democratico prima e nel paese poi; impedendo contemporaneamente la discussione nel partito democratico e nel paese durante la sua esperienza di governo

Sul fronte favorevole non cambiano le critiche a Matteo Renzi sono unanimi, criticato per la scelta di far rassegnare le dimissioni ai tre ministri di Italia Viva e aver innescato una crisi al buio senza un motivo vero che la giustificasse.

Ma Italia Viva, dopo aver ritirato le ministre e aperto la crisi, in questi giorni ha fatto una parziale retromarcia e lascia uno spiraglio: “Se Conte scioglie alcuni nodi, ci siamo. Staremo nell’arena politica lunedì e martedì, vedremo cosa il presidente del Consiglio farà, se arriverà al voto. Se dovessi scommettere oggi su un posizionamento nostro, ovviamente non possiamo votare la fiducia dopo quello che è successo, se cercherà di aprire alla senatrice Lonardo, a pezzi di Forza Italia e al mondo che sta cercando di portare con sé al posto nostro, ci asterremo“.

Nicola Zingaretti è pronto a proseguire il sostegno al governo e anche a un allargamento della maggioranza, ma chiede di concretizzare quel cambio di passo invocato a più riprese nelle ultime settimane“. 

Vito Crimi è invece lapidario nei confronti di Matteo Renzi e Italia Viva: “Con Renzi la situazione è e resta invariabile: abbiamo chiuso”.

Ma allo stato attuale ottenere i 161 a Palazzo Madama che rappresentano la maggioranza assoluta è una impresa molto ardua e anche in caso di astensione di Italia Viva il voto varrebbe come un voto di sfiducia nei confronti del governo e la palla passerebbe inesorabilmente nelle mani del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

La trattativa con il gruppo dei costruttori è aperta mentre arriva un secondo gruppo in sostegno del governo, i responsabili dopo l’apertura del Psi, anche il Movimento per gli italiani all’estero, che vota da sempre a sostegno dell’esecutivo, cambia nome e diventa “Maie-Italia 23”.

Il M5s conferma il proprio sostegno al premier e Luigi Di Maio sottolinea la propria lealtà al premier: “Io presidente del Consiglio? Questa cosa affiora ogni volta che si vuole mettere zizzania. E’ una cosa che si fa circolare per avere la scusa per non dare la fiducia martedì a Conte in Senato. Io non solo gli sono leale, ma sto anche lavorando con tutti gli altri ministri per superare questo momento difficile. Poi è ovvio che se dobbiamo mettere insieme un governo posticcio o precario, allora sono io a dire che è meglio andare a votare”.

Il presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il card. Gualtiero Bassetti, parlando della crisi politica non nasconde le preoccupazioni dei Cattolici per l’incertezza politiche che ha come prima conseguenza un rallentamento alle misure anticovid e il timore che il vuoto politico possa essere il motore per la ripartenza dei contagi da coronavirus nel paese: “Sono ore d’incertezza per il nostro Paese. In questo momento guardiamo con fiducia al Presidente della Repubblica che con saggezza saprà indicare la strada meno impervia. Trovo un forte stimolo nelle parole pronunciate proprio dal Presidente Mattarella nel messaggio di fine anno: “Non viviamo in una parentesi della storia. Questo è tempo di costruttori’. Aggiungo: questo è anche tempo di speranza! Ci attendono mesi difficili in cui ricostruire le nostre comunità”.

ROMA. MATTEO RENZI E’ DI DESTRA E VUOLE GOVERNARE CON LA DESTRA.

Matteo Renzi è sempre stato di destra e lo abbiamo sempre saputo tutti, ma nel periodo più buio del partito democratico qualcuno si era illuso che che persino l’andreottiano Matteo Renzi si fosse convertito a una idea di sinistra solidale o se non alla sinistra almeno a quella pallida idea che rappresenta l’argine, il confine tra la demagogia della destra populista e la difesa dei diritti delle persone.

Invece No! neppure questo ha mai distinto l’ex premier, l’ex segretario del Pd, l’ex sindaco di Firenze e ora l’ex alleato del governo presieduto da Giuseppe Conte.

Matteo Renzi lo abbiamo scritto e combattuto per l’intero periodo in cui è stato segretario del Pd e presidente del consiglio ha una idea populista, personalista, assolutista e repressiva della politica e del potere, che non ci rappresenta, che non condividiamo e di cui non siamo mai voluti essere complici.

L’idea che ha mosso Matteo Renzi fin dall’inizio della sua ascesa politica nel Partito democratico era quella di traghettare una comunità di persone che ha dedicato la propria esistenza alla difesa dei diritti degli ultimi, dei diversi, dei poveri degli emarginati, dei precari e degli operai nella sponda opposta ai valori del centro sinistra, cioè nella destra berlusconiana, dove i valori condivisi venivano sostituiti con l’ipocrisia, l’egoismo individualista.

Minando i rapporti tra partito democratico, la sua base e il sindacato.

Bene Matteo Renzi la parte del prevaricatore l’ha recitata magnificamente con la rottamazione, non della classe politica dirigente del Pd, ma di tutto il Pd a partire dai suoi dirigenti, ai suoi iscritti, ai militanti fino alla linea politica e alle finalità del partito democratico nato dalla fusione delle esperienze post comuniste e cattolico cristiane.

Matteo Renzi che mentre andava a braccetto con Sergio Marchionne, i vertici della Fiat e Confindustria offendeva milioni di lavoratori e i sindacati che li rappresentavano dicendo: “i sindacati se ne faranno una ragione”.

Mentre regalava pieni poteri di gestione degli istituti ai presidi e ai dirigenti scolastici offendeva la dignità degli insegnanti, dei precari della scuola, del personale non insegnate e degli studenti trasformati da cittadini che esercitano un diritto a sudditi impotenti.

Matteo Renzi che ha regalato al mercato del lavoro il Jobs Act e reso ancor più deboli ampie fasce di lavoratori anziani e deboli a rischio licenziamento senza le dovute garanzie di accompagnamento alla pensione o al reinserimento nel tessuto produttivo.

Matteo Renzi che devastato i diritti dei lavoratori e resi precario il mondo del lavoro al pari di quanto aveva tentato di realizzare Silvio Berlusconi minando alla base quei diritti garantiti dallo Statuto dei Lavoratori, l’autodeterminazione del lavoratore e la libertà di essere portatore di diritti e disporre del proprio futuro.

Bene, tutto questo ha rappresentato Matteo Renzi nei mille giorni più bui del partito democratico e allora perché stupirsi che dopo aver spinto il Pd ad allearsi con i 5 stelle ora abbandona la nave per approdare verso sponde più gradite al suo egocentrismo, la destra berlusconiana.

Quello che ritorna e affonda il governo di Giuseppe Conte, nel momento più delicato per la lotta alla pandemia mondiale da coronavirus e la seconda grande crisi economica che ne è seguita, è un Matteo Renzi al servizio delle destre, torna il politico a servizio pieno alle dipendenze di Silvio Berlusconi, alle dipendenze degli appetiti di grandi interessi economici e gruppi finanziari che si stanno affollando intorno al Recovery Plan, al MES e ai 209 miliardi di euro che l’Europa ha messo a disposizione dell’Italia per far fronte alla crisi economica.

Ma non basta perché nonostante Giuseppe Conte avesse garantito un patto di legislatura Matteo Renzi ha obbedito a ordini ignobili quanto innominabili per far cadere il governo in carica per dare spazio e vita a un governo a guida berlusconiana che ha come unico scopo la gestione e la distribuzione, agli amici e agli amici degli amici, dei fondi messi a disposizione dalla comunità europea.

Per gli alleati di governo, Nicola Zingaretti in testa, la scelta di Matteo Renzi è un “Errore gravissimo contro l’Italia” ed una scelta “incomprensibile” che mette a rischio la ripresa, un atto che porterà il Paese “in una situazione ancor più drammatica“.

Nicola Zingaretti spiega che “Conte aveva assicurato la disponibilità per un patto legislatura e questo rende scelta Italia viva ancora più incomprensibile. Ora è a rischio tutto, dagli investimenti nel digitale alla sanità”.

Per il segretario dem, quello dei renziani è “un errore gravissimo contro l’Italia“, specie di fronte al fatto che oggi ci sono stati “circa 500 morti” a causa del coronavirus.

Vito Crimi su facebook ha commentato: “E noi apriamo una crisi di governo? Io francamente non lo capisco“, ma lo sconcerto è anche tra i 5 stelle: “Mentre il Paese affronta con fatica, impegno e sacrificio la più grave crisi sanitaria, sociale ed economica della storia recente, Renzi sceglie di ritirare la propria delegazione di ministri. Credo che nessuno abbia compreso le ragioni di questa scelta”.

La scelta ovviamente si può spiegare soltanto con una frase: “Matteo Renzi aprendo la crisi di governo ha un obbedito ordine che è quello di far nascere un governo di destra che gestisca i 209 miliardi di euro per garantire la distribuzione di mance, le solite regalie, elargizioni generose agli amici degli amici che crei un nuovo sistema di clientele e una nuova fonte di consenso elettorale per il suo passato, attuale e mai dimenticato padrone”.

ROMA. PATRIMONIALE NO DOCET. LA DISCUSSIONE SU PRESEPI E IBERNAZIONI, MA NON DELLA DISEGUAGLIANZA ECONOMICA E SOCIALE.

La legge di Bilancio in arrivo sul tavolo delle commissioni prima e parlamento poi contemplerà tutto, ma proprio tutto, presepe e ibernazione umana, ma non l’unico provvedimento che potrebbe ridurre la forbice delle disuguaglianze sociale: “la patrimoniale”.

La proposta dei deputati Orfini (Pd) e Fratoianni (Leu) di inserire l’imposta sulle grandi ricchezze, che già esiste in tutta Europa, in legge di Bilancio è stata accolta da un coro di critiche da entrambi gli schieramenti politici.

La patrimoniale non è stata bocciata solo partiti dell’opposizione, ma anche dai leader della maggioranza.

Momento inopportuno per parlare di patrimoniale, un furto ai danni dei ricchi urlano i leader politici di destra, da Salvini a Meloni, ma anche in casa gli azionisti di governo non scherzano.

Alla camera, spulciando gli emendamenti alla manovra, è possibile constatare come si stia discutendo di tutto, anche delle cose inutili che servono solo a far perdere tempo e soldi, ma per la patrimoniale non è tempo, non è il momento e neppure il luogo dove mettere a rischio gli interessi, poco, legittimi di chi ha tanto e contribuisce in misura minima al bilancio dello stato.

Il Parlamento argomentando, che i ricchi non si toccano, ha fatto terra bruciata attorno all’idea della patrimoniale proposta dai deputati Matteo Orfini (Pd) e Nicola Fratoianni (Leu).

La Camera che discuterà di ibernazione umana e tutela delle abbazie Benedettine ha impallinato l’emendamento alla legge di Bilancio per istituire un’imposta temporanea sui grandi patrimoni.

Nel momento in cui la pandemia Covid provoca morti, dolore, ricoveri, emergenze e allarga in maniera esponenziale, come mai accaduto negli ultimi decenni, le diseguaglianze economiche e sociali per la nostra politica non è una priorità tentare la ridistribuire la ricchezza.

La nostra politica non reputa che il mezzo giusto per farlo sia la manovra, anche se è con questo strumento che lo Stato decide dove prendere i soldi e come spenderli.

Il ragionamento per capire i motivi per cui i nostri politici non ritengono che la legge di bilancio non sia lo strumento per imporre una patrimoniale temporanea sta nel passaggio alle commissioni prima che in Parlamento per l’approvazione della legge di Bilancio.

La manovra una volta varata dal governo arriva all’esame delle commissioni della Camera dove ogni parlamentare può avanzare le sue proposte di modifica, quest’anno sono in cantiere circa 7 mila emendamenti alla legge finanziaria.

Ogni gruppo politico presenta gli emendamenti da mettere in discussione e votare.

I “segnalati” sono le uniche proposte di modifica che potrebbero avere qualche chance di passare dalla carta alla realtà.

Le priorità dei partiti, spulciando tra gli emendamenti “segnalati”, sono le proposte sui grandi temi emersi durante i mesi della pandemia: la sanità, la scuola, le reti.

Le richieste di sostegno e ristoro per diversi settori e lavoratori sono tra i temi più appetibili dalle commissioni e nessuna categoria deve finire nel dimenticatoio: dalla moda agli universitari fuori sede, dai cuochi professionisti, alle auto, dalle guide alpine alle bande di musica jazz.

La crisi economica seguita a quella sanitaria sta colpendo duro e ogni comparto economico merita attenzione.

In tutto questo spuntano gli emendamenti di convenienza, quelli che puzzano di clientelismo, frutto di una trattativa clientelare tra la politica e gruppi di pressione elettorale.

Nel documento ci sono proposte che difficilmente si coniugano con l’emergenza sanitaria ed economica in corso: “Fratelli d’Italia chiede di rimodulare la tassa per il porto di fucile, di versare 150 milioni in tre anni a un fondo per la tutela delle abbazie Benedettine, di erogare un contributo straordinario alla società Eur Spa”.

Il Pd si imbarca nella richiesta di un credito d’imposta per l’acquisto dei fusti di birra e aiuti per lo stoccaggio dei vini di qualità.

Richieste per finanziare i Giochi del Mediterraneo di Taranto del 2026, assumere manovalanza al ministero della Difesa e personale ai corpi delle capitanerie di porto, potenziare i servizi consolari con 6 milioni di euro.

Italia Viva chiede fondi per nuove assunzioni per l’Arsenale di La Spezia e finanziare con 3 milioni corsi di chirurgia estetica per gli odontoiatri.

Forza Italia propone gli indennizzi per le imprese colpite dalla cimice asiatica e il reclutamento di 500 impiegati negli organismi delle province e città metropolitane.

I 5 Stelle la proroga dei contratti per i navigator, l’istituzione del garante per i diritti degli animali, il contributo a favore dei liberi consorzi e delle città metropolitane della Sicilia e l’incremento delle risorse per gli scatti di carriera del personale prefetture.

I deputati sparsi per l’emiciclo del parlamento propongono un fondo per far entrare gratis nei musei gli italiani residenti oltre confine, soldi per potenziare gli aeroporti minori o gli organismi degli italiani all’estero, 4 milioni per l’ottavo centenario della prima rappresentazione del presepe.

Il record della creatività va assegnato alla Lega di Matteo Salvini da dove arrivano emendamenti in cui si chiede di destinare fondi per istituire un museo nazionale dell’astrattismo storico a Como, per adeguare l’aeroporto a Lamezia Terme, per agevolare la tassazione sulle auto storiche e per costruire nuovi ponti sul fiume Adda.

Il deputato leghista, sovranista e No Euro Claudio Borghi, che ha investito i propri soldi in titoli esteri, è poco fiducioso del fatto che i prossimi anni possano essere migliori del 2020, suggerisce di versare 5 milioni di euro all’Agenzia Spaziale Italiana per la ricerca sulle tecniche d’ibernazione dell’uomo.

Le proposte degne del miglior Senatore Antonio La Trippa, frutto di una classe politica mediocre, arraffona e abbuffina che pensa più al proprio tornaconto personale che al bene comune e nel farlo (come il Senatore Antonio La trippa si arrampicano sugli specchi, sparano risposte a vanvera, alle richieste serie che vengono dal mondo del lavoro, dalla società rispondono con sproloqui e senza entrare mai nel merito delle richieste), lo spreco di carta per scrivere una montagna di sciocchezze parlamentari e politiche, che vi abbiamo elencato alla fine non saranno approvate dalla Commissione e sarà stato tutto tempo sprecato.

La proposta di istituire una patrimoniale avanzata da Orfini e Fratoianni che potrebbe essere legittimamente discussa e criticata nel merito non arriverà neppure in Commissione, ma quello che fa impressione è che una classe politica mediocre, con capacitò sotto il minimo sindacale richiesto, discute di tutto tranne che dell’unico argomento tabù: “la tassazione delle grandi ricchezze”.

ROMA. 209 MILIARDI PER RIPARTIRE: L’EDERITA’ DEL RECOVERY FOUND CHE GIUSEPPE CONTE LASCIA ALL’ITALIA.

Ammettiamo le nostre colpe! L’avvocato Giuseppe Conte lo avevamo sottovalutato, lo avevamo immaginato come il Pulcinella servo di due padroni: Matto Salvini e Luigi Di Maio. Lo avevamo immaginato come “poltronaro” incapace di difendere la sua posizione di Leader e capo del governo, ma ci eravamo sbagliati perché con il cambio di governo Giuseppe Conte ha saputo disegnarsi un ruolo nel nuovo esecutivo, quello che gli compete: Presidente del Consiglio dei Ministri.

Il debutto come prestanome o meglio presta-premier, in nome e per conto dei due vice premier Di Maio-Salvini, il 7 giugno 2018 con il suo discorso d’insediamento in cui ogni parola doveva essere approvata dai suoi vice, ogni frase doveva essere approvata dal censore Casalino in nome e per conto del suoi capo. Giuseppe Conte è cresciuto in questi anno, in questi mesi ha saputo gestire la pandemia, sconosciuta in Italia colpita dopo la Cina.

Sono passati poco più di due anni e tutto è cambiato, sicuramente in meglio per i rapporti tra Giuseppe Conte e la nuova compagine di governo. Due anni dopo Conte è ancora saldamente a capo del governo ed è rientrato in Italia dopo un estenua trattativa con i colleghi Europei, da una parte i sovranisti nazionalisti amici di Salvini e Meloni che avrebbero voluto affossare il recovery found e con esso l’esperienza di governo e l’Italia; dall’altra il gruppo del nord Europa capeggiati dall’Olanda e dalla’ Austria che non si fidano dell’Italia, di come gestirà questa montagna di soldi e chiedono la fine di Quota 100, voluta dal loro stesso miglior alleato in Europa: Matteo Salvini.

4 giorni di dibatti,discussioni, incontri bilaterali e tavoli dii negoziato per portare a casa il “tesoretto” di 209 miliardi di euro, che saranno necessari per far ripartire la nostra economia ed insieme quella Europea.con i colleghi europei con ben 209 miliardi nel portafogli.

Il premier che per come aveva esordito due anni fa a palazzo Chigi, il suo ruolo di notaio di un governo improbabile, era stato ampiamente sottovalutato.

Lo stesso errore fatto dai media e da Matteo Salvini, che un anno fa in preda all’euforia del risultato ottenuto alle Europee aveva deciso di defenestrarlo, farlo cadere con un colpo di mano, andare a elezioni anticipate e passare all’incasso dei consensi ottenuto sulla pelle dei migranti, dei diseredati e del M5s.

Matteo Salvini che avrebbe voluto lo scalpo dell”avvocato pugliese tra un Dj set al Papeete, porti chiusi e blocco delle navi sia che fossero delle Ong che della nostra Marina Militare e richieste di “pieni poteri” a Sabaudia.

La Lega con Matteo Salvini dalla richiesta di elezioni e pieni poteri fuori dal governo, ricacciata all’opposizione, e Giuseppe ancora al suo posto, a guidare il Conte 2, passando dalla politica dei porti chiusi alla rivendicazione della sua formazione da cattolico democratico, accreditandosi come figlio legittimo di una delle aree culturali da cui nacque nel 2007 il Partito Democratico, nuovo partner di maggioranza.

Giuseppe Conte dopo aver ridotto Salvini a un farneticante giullare di piazza ha agevolato il declino del dioscuro gialloverde: Luigi Di Miao ,che dopo aver dato le dimissioni da capo politico del M5s ha favorito la rapida affermazione di Conte punto di riferimento per un Movimento senza bussola politica, in preda a una lotta senza quartiere fra gruppuscoli e fazioni in vista dei prossimi Stati generali.

L’abilità tattica del premier, che ha saputo farsi tutelare da Beppe Grillo e Nicola Zingaretti, su cui far poggiare la sua leadership extraparlamentare in compagnia di altri due extraparlamentari.

La gestione della pandemia e la conseguente emergenza Covid, che al di là delle tragedie personali ha fatto di lui un Presidente del Consiglio popolare fra gli italiani.

L’intelligenza politica nel trovare le alleanze giuste in Europa,scommettendo sulla Merckel  che in epoca pre-Covid, si è sempre dimostrata più rigorista di qualsiasi Rutte.

Giuseppe Conte che ha ottenuto tanto adesso deve dimostrare di avere il polso della situazione: polso e visione.

Dovrà gestire una maggioranza che è traballante nei numeri, sfilacciata nelle proposte e il tormentone dei tormentoni: il Mes.

I soldi del Recovery Fund nella migliore delle ipotesi potrebbero arriveranno la primavera prossima con i i margini di bilancio per fare nuovo deficit e nuovo debito da cercare sui mercati saranno sempre più stretti, se non chiusi del tutto.

Il terzo scostamento da 20 miliardi che il governo dovrà chiederà al parlamento entro fine mese sarà l’ultimo possibile per quest’anno con l’incognita che per poterlo votare potrebbero essere necessari i voti di Forza Italia alla quale l’attuale situazione e 209 miliardi da spendere e distribuire fanno gola. Se serviranno altri soldi non c’è che aderire al Mes su cui Conte dovrà confrontarsi con la contrarietà dei M5s e Berlusconi che bussa alle porte del governo per allargare la maggioranza e gestire i fondi Europei per tentare di riavvicinare i vecchi amici e sottrarre consensi a Lega e F.di I. per riportarli nell’alveo di F.I.

Per Conte riuscire a spendere bene i 209 miliardi conquistati in Europa in modo efficace ed efficiente, senza dare soddisfazione agli appetiti politico-elettorali dei partiti di maggioranza e di opposizione, sarà una impresa epocale e biblica anche perché i soldi del Recovery Fund non sono gratis, la parte più consistente sono sotto forma di prestiti e anche quando si parla di sussidi l’Europa vuole la garanzia che siano utilizzati davvero per combattere la crisi da Covid, fare le riforme per rendere l’Italia competitiva e moderna.

Insomma il banco di prova non da poco visto che di riforme, promesse e mai realizzate, nel nostro paese si parla da almeno 30 anni e il solo stellone che brilla sulla testa di Giuseppe Conte sicuramente da solo non basterà.