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MILANO. EMERGENZA CORONAVIRUS. “ATTILIO FONTANA AVEVA IL POTERE DI IMPORRE LE ZONE ROSSE IN LOMBARDIA”.

Il governatore della regione Lombardia, Attilio Fontana, aveva il potere di istituire le “zone rosse”.

Nel documento pubblicato da “Il Fatto quotidiano” sulla mancata istituzione delle zone rosse nella Val Seriana esiste un’ordinanza datata 23 febbraio 2020 e firmata, oltre che dal ministro della Salute, Roberto Speranza, dal governatore lombardo, Attilio Fontana: “Il presidente della Regione Lombardia, dopo aver sentito il ministro della Salute, può modificare le disposizioni di cui alla presente ordinanza in ragione dell’evoluzione epidemiologica”.

Il documento in due pagine elenca tutte le restrizioni che il governatore, Attilio Fontana, a partire dai check point attorno ai dieci comuni del Basso lodigiano poteva istituire: “Il governatore leghista la sera del 23 febbraio quindi, firmò di suo pugno un atto che gli avrebbe permesso fin da subito di allargare la zona rossa di Lodi e di istituire quella in Valseriana. E questo ben prima di scoprire l’esistenza di una legge vecchia di 42 anni (la 833 del 1978) che dà pieni poteri alle regioni ‘in materia di igiene e sanità pubblica’”.

L’ordinanza del 23 febbraio è stata acquisita agli atti della Procura che indaga istituzione della “zona rossa” ad Alzano e Membro a seguito degli esposti del Comitato per le vittime del coronavirus di Bergamo ‘Noi denunceremo’.

Il fatto Quotidiano ricorda che l’acquisizione da pare della Procura “è anche alla base di un’interrogazione al ministero della Salute firmata dall’onorevole del M5S, Valentina Barzotti, in cui si chiede se il governo fosse a conoscenza delle ragioni per cui Regione Lombardia dopo l’emanazione dell’ordinanza del 23 febbraio scelse di non estendere la zona rossa a Lodi.

In Regione Lombardia è il consigliere 5 stelle, Marco Degli Angeli, a invitare l’assessore al Welfare, Giulio Gallera, a riferire in commissione, facendo inoltre richiesta di accesso agli atti “per verificare eventuali responsabilità” e lamentando una certa “inerzia del governatore Fontana e dell’assessore Gallera nel rispondere a mia legittima richiesta”.

Il documento sulla istituzione della zona rossa fu il risultato di una serie di riunioni istituzionali che si tennero il 23 febbraio.

Ma la giunta lombarda non attiverà mai le zone rosse né a Lodi né a Bergamo, dove sempre il 23 febbraio si tenne una riunione in Prefettura con i dirigenti dell’Ats locale e il sindaco, Giorgio Gori, e in serata oltre 200 sindaci si collegarono con i vertici della Regione.

Ma bisognerà attendere l’8 marzo, quando, con un Dpcm, sarà chiusa tutta l’Italia.

ROMA. 209 MILIARDI PER RIPARTIRE: L’EDERITA’ DEL RECOVERY FOUND CHE GIUSEPPE CONTE LASCIA ALL’ITALIA.

Ammettiamo le nostre colpe! L’avvocato Giuseppe Conte lo avevamo sottovalutato, lo avevamo immaginato come il Pulcinella servo di due padroni: Matto Salvini e Luigi Di Maio. Lo avevamo immaginato come “poltronaro” incapace di difendere la sua posizione di Leader e capo del governo, ma ci eravamo sbagliati perché con il cambio di governo Giuseppe Conte ha saputo disegnarsi un ruolo nel nuovo esecutivo, quello che gli compete: Presidente del Consiglio dei Ministri.

Il debutto come prestanome o meglio presta-premier, in nome e per conto dei due vice premier Di Maio-Salvini, il 7 giugno 2018 con il suo discorso d’insediamento in cui ogni parola doveva essere approvata dai suoi vice, ogni frase doveva essere approvata dal censore Casalino in nome e per conto del suoi capo. Giuseppe Conte è cresciuto in questi anno, in questi mesi ha saputo gestire la pandemia, sconosciuta in Italia colpita dopo la Cina.

Sono passati poco più di due anni e tutto è cambiato, sicuramente in meglio per i rapporti tra Giuseppe Conte e la nuova compagine di governo. Due anni dopo Conte è ancora saldamente a capo del governo ed è rientrato in Italia dopo un estenua trattativa con i colleghi Europei, da una parte i sovranisti nazionalisti amici di Salvini e Meloni che avrebbero voluto affossare il recovery found e con esso l’esperienza di governo e l’Italia; dall’altra il gruppo del nord Europa capeggiati dall’Olanda e dalla’ Austria che non si fidano dell’Italia, di come gestirà questa montagna di soldi e chiedono la fine di Quota 100, voluta dal loro stesso miglior alleato in Europa: Matteo Salvini.

4 giorni di dibatti,discussioni, incontri bilaterali e tavoli dii negoziato per portare a casa il “tesoretto” di 209 miliardi di euro, che saranno necessari per far ripartire la nostra economia ed insieme quella Europea.con i colleghi europei con ben 209 miliardi nel portafogli.

Il premier che per come aveva esordito due anni fa a palazzo Chigi, il suo ruolo di notaio di un governo improbabile, era stato ampiamente sottovalutato.

Lo stesso errore fatto dai media e da Matteo Salvini, che un anno fa in preda all’euforia del risultato ottenuto alle Europee aveva deciso di defenestrarlo, farlo cadere con un colpo di mano, andare a elezioni anticipate e passare all’incasso dei consensi ottenuto sulla pelle dei migranti, dei diseredati e del M5s.

Matteo Salvini che avrebbe voluto lo scalpo dell”avvocato pugliese tra un Dj set al Papeete, porti chiusi e blocco delle navi sia che fossero delle Ong che della nostra Marina Militare e richieste di “pieni poteri” a Sabaudia.

La Lega con Matteo Salvini dalla richiesta di elezioni e pieni poteri fuori dal governo, ricacciata all’opposizione, e Giuseppe ancora al suo posto, a guidare il Conte 2, passando dalla politica dei porti chiusi alla rivendicazione della sua formazione da cattolico democratico, accreditandosi come figlio legittimo di una delle aree culturali da cui nacque nel 2007 il Partito Democratico, nuovo partner di maggioranza.

Giuseppe Conte dopo aver ridotto Salvini a un farneticante giullare di piazza ha agevolato il declino del dioscuro gialloverde: Luigi Di Miao ,che dopo aver dato le dimissioni da capo politico del M5s ha favorito la rapida affermazione di Conte punto di riferimento per un Movimento senza bussola politica, in preda a una lotta senza quartiere fra gruppuscoli e fazioni in vista dei prossimi Stati generali.

L’abilità tattica del premier, che ha saputo farsi tutelare da Beppe Grillo e Nicola Zingaretti, su cui far poggiare la sua leadership extraparlamentare in compagnia di altri due extraparlamentari.

La gestione della pandemia e la conseguente emergenza Covid, che al di là delle tragedie personali ha fatto di lui un Presidente del Consiglio popolare fra gli italiani.

L’intelligenza politica nel trovare le alleanze giuste in Europa,scommettendo sulla Merckel  che in epoca pre-Covid, si è sempre dimostrata più rigorista di qualsiasi Rutte.

Giuseppe Conte che ha ottenuto tanto adesso deve dimostrare di avere il polso della situazione: polso e visione.

Dovrà gestire una maggioranza che è traballante nei numeri, sfilacciata nelle proposte e il tormentone dei tormentoni: il Mes.

I soldi del Recovery Fund nella migliore delle ipotesi potrebbero arriveranno la primavera prossima con i i margini di bilancio per fare nuovo deficit e nuovo debito da cercare sui mercati saranno sempre più stretti, se non chiusi del tutto.

Il terzo scostamento da 20 miliardi che il governo dovrà chiederà al parlamento entro fine mese sarà l’ultimo possibile per quest’anno con l’incognita che per poterlo votare potrebbero essere necessari i voti di Forza Italia alla quale l’attuale situazione e 209 miliardi da spendere e distribuire fanno gola. Se serviranno altri soldi non c’è che aderire al Mes su cui Conte dovrà confrontarsi con la contrarietà dei M5s e Berlusconi che bussa alle porte del governo per allargare la maggioranza e gestire i fondi Europei per tentare di riavvicinare i vecchi amici e sottrarre consensi a Lega e F.di I. per riportarli nell’alveo di F.I.

Per Conte riuscire a spendere bene i 209 miliardi conquistati in Europa in modo efficace ed efficiente, senza dare soddisfazione agli appetiti politico-elettorali dei partiti di maggioranza e di opposizione, sarà una impresa epocale e biblica anche perché i soldi del Recovery Fund non sono gratis, la parte più consistente sono sotto forma di prestiti e anche quando si parla di sussidi l’Europa vuole la garanzia che siano utilizzati davvero per combattere la crisi da Covid, fare le riforme per rendere l’Italia competitiva e moderna.

Insomma il banco di prova non da poco visto che di riforme, promesse e mai realizzate, nel nostro paese si parla da almeno 30 anni e il solo stellone che brilla sulla testa di Giuseppe Conte sicuramente da solo non basterà.

ROMA. GIUSEPPE CONTE REPLICA ALLE FAKE NEWS E ALLE ACCUSE DI SALVINI E MELONI.

la Presidenza del Consiglio con un comunicato ha risposto a tutti coloro che accusavano Conte di aver fatto “un discorso a reti unificate”, senza contraddittorio e di aver sbagliato.

La notizia si era rivelata l’ennesima bufala messa in rete e propagandata sulle televisioni sia pubbliche che private da Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Ma l’ennesima bufala dei due politici è stata sbugiardata dal presidente del consiglio che è intervenuto sulle fake news rilanciate a reti unificate dai due.

“Alla luce del dibattito che sistematicamente si crea intorno alle conferenze stampa del Presidente del Consiglio, si precisa che non c’e’ stata alcuna Conferenza Stampa a reti unificate. Palazzo Chigi non ha mai chiesto che la Conferenza stampa venisse trasmessa a reti unificate; e infatti è stata trasmessa solo da alcuni canali tv e solo per una parte e non interamente.

Relativamente a quella del 10 aprile invece: “Nell’occasione, oltre ad aver elencato i nuovi provvedimenti, si sono smentite vere e proprie fake news che rischiavano di alimentare divisioni nel Paese e di danneggiarlo, compromettendo il “senso di comunità'”, fondamentale soprattutto in questa fase di emergenza. In conclusione, anche questa volta non c’è stata richiesta, da parte della Presidenza del Consiglio, di trasmettere un discorso alla nazione a reti unificate. La decisione di trasmettere o meno le conferenze stampa del Presidente del Consiglio è spettata – come sempre – ai responsabili delle singole testate giornalistiche.

Questi ultimi sono liberi di sostenere la singolare opinione secondo cui il Presidente del Consiglio non dovrebbe smentire fake news e calunnie nel corso di una Conferenza stampa rivolta al Paese, né dovrebbe parlare di un tema rilevante e di interesse generale come il Mes”.

ROMA. CONFERENZA STAMPA DI GIUSEPPE CONTE:” IERI NESSUNA FIRMA, IL MES ESISTE DAL 2012, CON MELONI AL GOVERNO”.

Il Premier Giuseppe Conte durante le conferenza stampa sul rinnovo delle misure di contrasto al coronavirus bacchetta’ Salvini e Meloni: “Ieri nessuna firma, il MES esiste dal 2012, con Meloni al Governo”

Il lockdown è stato ufficialmente prorogato fino al 3 maggio. Il Premier Giuseppe Conte ha parlato del MES e dell’accordo trovato nella serata scorsa dall’Eurogruppo.

L’intervento del premier Giuseppe Conte su facebook e ripreso dalle televisioni:

Stiamo affrontando la più grossa crisi del dopo guerra e serviranno 1500 miliardi di Euro per poter affrontare quest’emergenza in Europa. Devo necessariamente chiarire alcuni aspetti dopo il dibattito, anche legittimo, segno di sana democrazia, che si è sviluppato nelle ore scorse. Voglio precisare, dunque, che il MES esiste dal 2012 e non è stato approvato o attivato stanotte come falsamente è stato detto da Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Inoltre, se non ricordo male, Meloni era anche Ministro di quel Governo. Noi non lavoriamo con il favore delle tenebre, se ha qualche proposta la porta alla luce del sole. Su richiesta di alcuni stati membri, e preciso non dell’Italia, l’Eurogruppo ha lavorato su questa proposta, su una linea di credito completamente diversa dal MES. Ma voglio precisare che l’Italia non ha bisogno del MES, l’ho detto e dichiarato più volte. Questo perchè è uno strumento inadeguato rispetto l’emergenza che stiamo vivendo. L’ho chiarito a tutti i leader dei paesi europei. Ci stiamo battendo per avere degli strumenti innovativi e continueremo la battaglia per gli Eurobond. Dobbiamo ancora lavorare, ma per la prima volta abbiamo messo nero su bianco le nostre proposte davanti all’Eurogruppo ed anche gli altri paesi hanno dovuto convenire per lavorare ora verso l’introduzione di questo strumento che sia attuabile sin da subito. Abbiamo bisogno di tutti voi italiani, le menzogne ci fanno male. Avevo chiesto all’opposizione di essere uniti, queste falsità dette nelle scorse ore rischiano di indebolire non Conte, non il Governo ma l’Italia.

Il Meccanismo europeo di stabilità (MES – European Stability Mechanism, ESM) e la sua riforma: domande frequenti e risposte.

Il Meccanismo europeo di stabilità (MES – European Stability Mechanism, ESM) è stato istituito mediante un trattato intergovernativo, al di fuori del quadro giuridico della UE, nel 2012. La sua funzione fondamentale è concedere, sotto precise condizioni, assistenza finanziaria ai paesi membri che – pur avendo un debito pubblico sostenibile – trovino temporanee difficoltà nel finanziarsi sul mercato.

La condizionalità varia a seconda della natura dello strumento utilizzato: per i prestiti assume la forma di un programma di aggiustamento macroeconomico, specificato in un apposito memorandum; è meno stringente nel caso delle linee di credito precauzionali, destinate a paesi in condizioni economiche e finanziarie fondamentalmente sane ma colpiti da shock avversi.

Il MES è guidato da un “Consiglio dei Governatori” composto dai 19 Ministri delle finanze dell’area dell’euro. Il Consiglio assume all’unanimità tutte le principali decisioni (incluse quelle relative alla concessione di assistenza finanziaria e all’approvazione dei protocolli d’intesa con i paesi che la ricevono). Il MES può operare a maggioranza qualificata dell’85 per cento del capitale qualora, in caso di minaccia per la stabilità finanziaria ed economica dell’area dell’euro, la Commissione europea e la BCE richiedano l’assunzione di decisioni urgenti in materia di assistenza finanziaria.

Il MES ha un capitale sottoscritto pari a 704,8 miliardi, di cui 80,5 sono stati versati; la sua capacità di prestito ammonta a 500 miliardi. L’Italia ha sottoscritto il capitale del MES per 125,3 miliardi, versandone oltre 14. I diritti di voto dei membri del Consiglio sono proporzionali al capitale sottoscritto dai rispettivi paesi. Germania, Francia e Italia hanno diritti di voto superiori al 15 per cento e possono quindi porre il loro veto anche sulle decisioni prese in condizioni di urgenza.

La proposta di riforma del Trattato istitutivo del MES interviene sulle condizioni necessarie per la concessione di assistenza finanziaria e sui compiti svolti dal MES in tale ambito, introducendo modifiche di portata complessivamente limitata; la riforma non prevede né annuncia un meccanismo di ristrutturazione dei debiti sovrani, non affida al MES compiti di sorveglianza macroeconomica.

La riforma, inoltre, attribuirebbe al MES una nuova funzione, quella di fornire una rete di sicurezza finanziaria (backstop) al Fondo di risoluzione unico (Single Resolution Fund, SRF) nell’ambito del sistema di gestione delle crisi bancarie.

Per ulteriori dettagli: https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-governatore/integov2019/visco-audizione-4122019.pdf

1. È vero che il MES non serve all’Italia e che anzi addirittura la danneggia?

Il MES non è un organismo inutile e, certo, non danneggia il nostro paese; serve all’Italia tanto quanto a ciascun altro paese dell’area dell’euro.

Il MES attenua i rischi di contagio connessi con eventuali crisi di un paese dell’area dell’euro, rischi che in passato si sono materializzati e hanno avuto gravi ripercussioni sul nostro paese (come è accaduto, ad esempio, a partire dal 2010 con la crisi della Grecia). La presenza del MES riduce la probabilità di un default sovrano, almeno per i paesi le cui difficoltà sono temporanee e possono essere risolte con prestiti o linee di credito (per gli altri non cambia nulla).
Con la riforma, che consente al MES di fungere da backstop del Fondo di risoluzione unico, il MES contribuirebbe anche a contenere i rischi di contagio connessi con eventuali crisi bancarie di rilievo sistemico.

Per quanto riguarda specificamente l’Italia, il rifinanziamento dell’elevato debito pubblico del nostro paese può avvenire in maniera più ordinata e a costi più contenuti se le condizioni sui mercati finanziari restano distese.

2. È vero che il Governatore Visco ha definito un “enorme rischio” la riforma?

No, il Governatore ha sostenuto che l’introduzione di un meccanismo di ristrutturazione del debito sovrano (Debt Restructuring Mechanism) comporterebbe un rischio enorme (https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-governatore/integov2019/Visco_OMFIF_15112019.pdf); la riforma del MES non prevede né annuncia un tale meccanismo.

3. È vero che la riforma del MES implicherebbe una ristrutturazione automatica del debito nel caso in cui il nostro paese dovesse chiedere accesso ai suoi fondi?

No, la riforma non prevede né annuncia un meccanismo automatico di ristrutturazione dei debiti sovrani. Come nel Trattato già oggi in vigore, non c’è scambio tra assistenza finanziaria e ristrutturazione del debito. La riforma chiarisce che le verifiche preliminari sulla sostenibilità del debito del paese che chiede assistenza non hanno alcun carattere di automaticità (sono condotte con un “margine di discrezionalità sufficiente”) e ribadisce che il coinvolgimento del settore privato nella ristrutturazione del debito rimane strettamente circoscritto a casi eccezionali.

4. È vero che la riforma è costruita in modo da facilitare l’accesso ai fondi di paesi che sono in regola con i conti pubblici (per esempio la Germania per affrontare una crisi delle sue banche) e da penalizzare invece l’accesso ai fondi dei paesi che non rispettano i parametri di Maastricht (per esempio l’Italia se dovesse esserci una crisi del suo debito sovrano)?

Le condizioni per l’accesso ai finanziamenti del MES (prestiti e linee di credito precauzionali) a seguito della riforma rimarrebbero sostanzialmente inalterate.

Per quanto riguarda i prestiti (che sono condizionati a un programma di aggiustamento macroeconomico), alla preliminare verifica della sostenibilità del debito (già prevista dal trattato in vigore) verrebbe affiancata quella della capacità di ripagare il prestito (già utilizzata nella sorveglianza post-programma). Sono clausole a tutela delle risorse del MES, di cui l’Italia è il terzo principale finanziatore.

Per quanto riguarda le linee di credito precauzionali la riforma conferma la differenza già esistente nel Trattato in vigore tra quella “semplice” (Precautionary Conditioned Credit Line, PCCL) e quella “a condizionalità rafforzata” (Enhanced Conditions Credit Line, ECCL): la PCCL è riservata ai paesi che rispettano le prescrizioni del Patto di stabilità e crescita, che non presentano squilibri macroeconomici eccessivi e che non hanno problemi di stabilità finanziaria, mentre la ECCL è destinata ai paesi che non rispettano pienamente i suddetti criteri e ai quali pertanto vengono richieste misure correttive.

La riforma precisa, rendendoli più stringenti, i criteri attualmente in vigore per l’accesso alla PCCL. In particolare la riforma stabilisce che di norma la PCCL può essere utilizzata solo dai paesi non soggetti a procedure per disavanzo o per squilibri macroeconomici eccessivi e prevede benchmark quantitativi per le variabili di finanza pubblica. A fronte di requisiti più stringenti, per la concessione della PCCL non sarebbe più richiesta la firma di un Memorandum of Understanding: la linea di credito verrebbe concessa a fronte di una lettera di intenti del paese richiedente.

5. È vero che la riforma del MES aumenta la probabilità di un default sovrano?

No, non è vero. La riforma ribadisce che la ristrutturazione del debito sovrano con il coinvolgimento del settore privato rimane strettamente circoscritta a casi eccezionali. È alla luce di questa confermata eccezionalità che va interpretata la modifica – che avverrebbe a partire dal 2022 – delle clausole di azione collettiva (collective action clauses, CACs).

In base a tale modifica, se un paese decidesse di procedere alla ristrutturazione del proprio debito, sarebbe sufficiente un’unica deliberazione dei possessori dei titoli pubblici al fine di modificare i termini e le condizioni di tutte le obbligazioni (single limb CACs), anziché richiedere una doppia deliberazione (una per ciascuna emissione e una per l’insieme dei titoli). Lo scopo di questa modifica è di rendere più ordinata un’eventuale ristrutturazione del debito, riducendo i costi connessi con l’incertezza sulle modalità e sui tempi della sua realizzazione, che danneggiano sia il paese debitore sia i suoi creditori. Ma questi costi sono solo una piccola parte di quelli complessivi di un default, e la loro riduzione non è certo sufficiente a renderlo più probabile: il vero disincentivo al default sono le sue disastrose conseguenze economiche e sociali.

Come già avvenuto nel 2013 quando furono introdotte le CACs attualmente in vigore, la modifica ora proposta – che non aumenta la probabilità di insolvenza ma riduce l’incertezza relativa al suo esito – potrebbe favorire un calo dei premi per il rischio che gravano sui titoli pubblici di tutti i paesi dell’area, inclusi quelli italiani.

Va in ogni caso ricordato che la probabilità di un default dipende in primo luogo dalle politiche economiche messe in atto dai paesi.

6. È vero che, nel processo decisionale che porta alla concessione di aiuti ai paesi da parte del MES, la riforma accresce il potere della struttura che governa il MES (organismo tecnico) rispetto a quello della Commissione europea (organismo politico)?

Pur svolgendo compiti “tecnici”, il MES è guidato da un “Consiglio dei Governatori” composto dai 19 Ministri delle finanze dell’area dell’euro ai quali spetta la decisione sulla concessione del supporto finanziario ai paesi che lo richiedono (di norma all’unanimità).

La riforma non accresce i poteri del MES ma prevede un suo ruolo attivo nella gestione delle crisi e nel processo che conduce all’erogazione dell’assistenza finanziaria, così come nel successivo monitoraggio; coerentemente vengono indicati i compiti dell’Amministratore delegato del MES.

Il MES affianca, non sostituisce la Commissione europea. Le modalità di cooperazione tra le due istituzioni saranno definite in un accordo che verrà sottoscritto quando le modifiche al Trattato entreranno in vigore. I termini di un’intesa di massima raggiunta tra le due istituzioni nel 2018 sono riflessi nel testo della proposta di riforma.

L’attività del MES è vincolata al rispetto della legislazione dell’Unione europea; al riguardo sono affidati compiti di controllo alla Commissione.

Rimane responsabilità esclusiva della Commissione la valutazione complessiva della situazione economica dei paesi e la loro posizione rispetto alle regole del Patto di stabilità e crescita e della Procedura per gli squilibri macroeconomici.

È esclusa la possibilità che il MES serva allo scopo del coordinamento delle politiche economiche tra gli Stati membri per il quale il diritto dell’Unione europea prevede le disposizioni necessarie.

7. È vero che con la riforma l’Italia dovrà versare al MES ulteriori fondi?

No, il capitale del MES è invariato, così come le regole che ne governano l’eventuale versamento.

8. È vero che in caso di intervento del Meccanismo in una crisi dovremmo versare entro sette giorni la quota mancante?

Già nel trattato in vigore il versamento di ulteriore capitale entro sette giorni è previsto solo in condizioni di assoluta emergenza, e cioè nel caso in cui il MES dovesse rischiare di trovarsi in default nei confronti dei suoi creditori.

In generale, la decisione di richiedere ulteriori versamenti di capitale spetta al Consiglio dei Governatori e segue le normali procedure di voto. Il Consiglio di amministrazione del MES può decidere a maggioranza semplice solo per versamenti volti a ripianare perdite che hanno ridotto il livello del capitale versato. La riforma non interviene su questi aspetti.

9. È vero che con la riforma né la Bce né la Commissione europea potrebbero più intervenire in caso di crisi senza la decisione del MES?

In questo campo non ci sono cambiamenti con la riforma.

Da sempre la presenza di assistenza finanziaria del MES (nella forma di un prestito accompagnato da un programma di aggiustamento macroeconomico o di una ECCL) è condizione necessaria per l’intervento della BCE sul mercato secondario dei titoli di Stato di un paese (con le “operazioni monetarie definitive”, Outright Monetary Transactions, OMT).

Per quanto riguarda la Commissione europea, lo strumento a sua disposizione era ed è il meccanismo europeo di stabilizzazione finanziaria (European Financial Stabilisaton Mechanism, EFSM), istituito nel 2010 con una capacità di prestito di 60 miliardi e utilizzato per fornire assistenza all’Irlanda e al Portogallo. Con la piena operatività del MES, l’EFSM resta oggi di fatto attivo solo per compiti specifici come l’allungamento delle scadenze dei prestiti in essere e la concessione di prestiti ponte.

ROMA. INASPRITE LE SANZIONI PER CHI VIOLA IL DECRETO ANTICORONAVIRUS.

Il governo ha dato un giro di vite nei confronti di chi viola le disposizioni anticoronavirus. Uscire di casa, spostarsi sul territorio senza un comprovato motivo rischierà una sanzione fino a 3.000 euro.
Il premier Giuseppe Conte durante la conferenza stampa ha confermato che il Consiglio dei Ministri ha deciso di inasprire le sanzioni per chi non si attiene alle misure contro il coronavirus: troppe persone ancora in strada le persone in strada, i runners incalliti e chi prende l’automobile per andare a casa della fidanzata.

La misura approvata oggi va ad aggiungersi al divieto di uscire dal Comune di residenza/domicilio, ma è stato escluso il sequestro amministrativo del veicolo con il quale viene effettuato lo spostamento.

La sanzione per chi viola i divieti arriva fino a 3000 euro.

Le misure attualmente in vigore sono state aggirate e disattese da troppe persone che tutti giorno escono, passeggiano indisturbate, fanno commissioni e non si tutelano contro il contagio dal virus.

Il Governo per correre ai ripari si è riunito e deciso di applicare sanzioni più severe: da 400 euro fino a 3000 euro di multa per chi esce di casa a piedi, in automobile o con i mezzi pubblici senza una valida ragione.

Il divieto di uscire di casa non è assoluto. E’ possibile per motivi di salute, di lavoro e assoluta necessità. Obbligatoria la compilazione e firma del modulo di autocertificazione del Ministero.

Si può uscire per fare la spesa, andare in farmacia e provvedere a commissioni urgenti e non procrastinabili. Gli spostamento devono essere limitati al quartiere in cui si vive.

Correre e portare a spasso il cane non è espressamente vietato, ma si può fare alla condizione che la passeggiata avvenga sotto la propria abitazione perché parchi, ville comunali e aree verdi della città naturali luoghi di ritrovo di sportivi e amanti degli animali da compagnia sono stati chiusi fino a nuovo ordine.

Nel decreto precedente chi non si atteneva alle misure di distanziamento sociale contro la COVID-19 rischiava “solamente” la denuncia penale per Inosservanza dei provvedimenti dell’Autorità: ex articolo 650 del Codice penale con ammenda di 206 euro o arresto fino a tre mesi.

La misura si è rivelata poco efficace e per questo motivo è stat introdotta una misura più severa.

Il premier Giuseppe Conte ha comunque chiarito che alla sanzione pecuniaria non sarà aggiunta quella ventilata da più parti del sequestro dell’automobile nel caso si venga colti alla guida senza valido motivo, misura adottata dalla Procura di Parma, ma che non sarà estesa sul piano nazionale.

Chi compila l’autocertificazione con informazioni menzognere o dichiara motivazioni inesistenti rischia la denuncia per Falsa attestazione e dichiarazioni mendaci: ex articolo 495 del Codice penale che prevede la reclusione da 1 a 6 anni.