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ALESSANDRIA. GIUSEPPE CONTE ACCOLTO CON ENTUSIASMO IN PIAZZETTA. (FOTOGALLERIA DI ANDREA AMATO)

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Accoglienza entusiastica per il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte in piazzetta della Lega Lombarda dai simpatizzanti del movimento, dai cittadini chiamati a decidere le sorti della città il 12 giugno 2022. Giuseppe Conte ègiunto in città per dare il suo contributo alla campagna elettorale del candidato sindaco Giorgio Abonante.

I simpatizzanti hanno potuto avvicinare il presidente Giuseppe Conte, la senatrice alessandrina Susy Matrisciano, l’ex sindacodi Torino Chira Appendino e i parlamentari pentastellati Luca Carabetta e Davide Crippa, i consiglieri Serra e Gentiluomo.

Giuseppe Conte nel suo intervento dal palco improvvisato sugli scalini dell’obelisco ha parlato dei temi, che sono stati i cavalli di battaglia del movimento, partendo dal superbonus alla rigenerazione urbana, al salario minimo fino alle comunità energetiche.

Il presidente Giuseppe Conte, presenti i candidati consiglieri comunali, ha poi insistito sull’immobilismo della giunta uscente sui temi della vivibilità nella città di Alessandria, la cronica mancanza di manutenzione delle infrastrutture, delle strade e dell’abbandono del centro storico ridotto a un cimitero di vetrine impolverate da cui non spiccano le creazioni delle attività artigianali e commerciali, ma l’infatiabile lavoro dei ragni mentre tessono le loro ragnatele su vetrine trasformate in quadri esistenzialisti e desolati.

Giuseppe Conte rimarcando quanto già affermato dai consiglieri di minoranza, da Giorgio Abonante, da Pier Luigi Bersani e il giudizionegativo epresso dalla provincia ha criticato la scelta di collocare il polo logistico vicino a un quartiere residenziale.

ROMA. LE DIMISSIONI DI ZINGARETTI. LA BARRA A DESTRA DEL GOVERNO DRAGHI NEL TEMPESTA DELLA PANDEMIA E LA CRISI ECONOMICA.

Le parole sono pietre, pietre scagliate contro la mattanza politica voluta da Matteo Renzi con la complicità di ex renziani, “paraculi” opportunisti buoni per tutte le stagioni e che in tutte le stagioni si ingegnano per arraffare i frutti della logica politica legata ad interessi economici impresentabili.

Le dimissioni di Nicola Zingaretti sono solo un ultimo drammatico passaggio, che testimonia come l’opportunismo politico di certa mala politica perda venti giorni per discutere di poltrone mentre per anni si sono dimenticati degli interessi generali, dei bisogni e le esigenze del paese, paese inteso come persone, lavoratori, studenti, impiegati, pensionati e minoranze portatrici di diritti. La reazione a catena innescata da Matteo Renzi quando ha minato il governo Conte II e con il governo in carica ha minato la credibilità della rappresentanza politico- istituzionale, che è il segno dello sfacelo dell’assetto istituzionale che nasconde le proprie macerie dietro il sorriso enigmatico e minaccioso di Mario Draghi.

Il passaggio di consegne tra Draghi e Conte ha segnato l’attraversamento del confine tra il tentativo, timido, di dare al paese un governo più sensibile alle richieste, alle esigenze, ai bisogni del popolo, funestato nel suo percorso dalla pandemia da covid-19, dalla crisi economica che ne è seguita e dai continui beceri attacchi politici della destra, che invocava aperture e chiusure a giorni alterni a seconda dei sondaggi elettorali, e un chiarissimo spostamento a destra dell’asse politico.

Un passaggio di consegne che liberato un onda distruttrice che mina il precarissimo equilibrio del sistema politico, accelerando con la consegna della campanella nelle mani di Mario Draghi la liquefazione delle forze politiche che compongono l’esecutivo e aprendo contemporaneamente una avventure imprevedibile in cui il 50% degli elettori si dichiarano incerti, privi di rappresentanza politica.

La crisi del governo Conte è stata in assoluto, nel panorama e nella storia politica italiana, la più assurda e suicida che un gruppo dirigente potesse mettere in atto, ma insieme è stata una crisi politica di una logicità palesemente trasparente in cui il potere economico, che costituisce il baricentro del capitalismo protagonista di un trentennio di declino arrogante e straccione, ha vinto e imposto le sue scelte parassitarie e speculative, aggregate intorno a quella che Luciano Gallino aveva chiamato l’impresa irresponsabile, immaginata sul modello delle autostrade che hanno il loro punto di riferimento nei Benetton.

Ma le imprese, che costituiscono la nervatura, la spina dorsale del governo di Mario Draghi, sono tutte rappresentate e ci stanno dentro tutte a partire dagli avvelenatori dell’Ilva, i pessimi manutentori del ponte Morandi, i tradizionali vincitori degli appalti di tutte le “grandi opere”, gli immobiliaristi romani e i robber baron del capitalismo delle reti oltre che alla nebulosa economia padana, che galleggia solo grazie ai bassi salari e all’assenza di qualsiasi resistenza sindacale.

I vincitori veri del 13 febbraio sono loro appoggiati dalla quinta colonna rappresentata da Matteo Renzi, ma che avevano già iniziato a minare alle fondamenta la credibilità di Giuseppe Conte ancora prima che entrasse a Palazzo Chigi, contestandone il curriculum, preoccupati che il suo sguardo si posasse anche solo per un brevissimo momento su quanto sta più in basso. I vincitori che hanno sostenuto l’offensiva Loro di Matteo Salvini per svuotare definitivamente la debolissima spinta anti-establishment che i 5Stelle andavano predicando da anni con i “Vaffa” di Beppe Grillo e della piazza, ma che nella compagine giallo verde aveva subito i primi ribaltamenti, come fu per il Tav Torino-Lione, e per poi scavare un profondo buco nero sotto i piedi del governo giallo-rosso chiedendo, fino dagli inizio della pandemia, di mettere l’economia al di sopra della salute, modello Lombardia che ha poi pagato il prezzo più alto in termini di morti per Covid-19. I veri vincitori del 13 febbraio sono sempre loro che al capitano di mojito, Matteo Salvini, hanno sostituito il capitano di ventura, Matteo Renzi, per realizzare la mattanza finale. Ma farsene una ragione non è il modo migliore per affrontare il nuovo corso economico, che può contare sulla disponibilità di 209 miliardi di euro da spendere, e su cui dobbiamo intervenire per dire la nostra. Ma se l’Italia è questa ed è nelle mani di questa gente qui non vuol dire che dobbiamo gettare la spugna e lasciare che possano depredare impunemente 209 miliardi di euro da spartirsi con tutte le mafie nostrane e straniere.

Il gesto di Nicola Zingaretti è esemplare come ha ricordato Norma Rangeri perché costituisce “la più cruda, eloquente rappresentazione” della eredità lasciata dal passaggio funesto di Matteo Renzi nel Pd, ma anche di come si è trasformato il Paese. Un atto di onestà quello di Zingaretti, di verità.

Le dimissioni di Zingaretti sono la più eloquente operazione di dignità dove le parole sono pietre ed è che ognuno di noi vede e ha continuato a vedere ogni giorno sotto un cielo funesto. Le parole come pietre in cui pesano come un macigno il termine VERGOGNA che rappresenta l’espressione più calzante per denunciare i comportamenti del gruppo dirigente ancora inquinato dall’opportunismo renziano.

Nicola Zingaretti aveva preso in mano un partito moribondo il 17 marzo del 2019, così l’ha definito Cecilia D’Elia, svuotato e traghettato verso la peggiore sponda berlusconiana da più di quattro anni di segreteria renziana, che non ammetteva confronti e dissidenti al pensiero unico dettato dagli interessi del nuovo padrone. La vita nel partito di Renzi che tentava di fondere un corpo con un’anima per quasi 1550 giorni non sarebbe stata possibile senza compiere una trasformazione camaleontica in cui il rischio era di restare invischiati anima e corpo in compagnia di un simile avventuriero della politica. Tanto più che il PD l’anima, un’anima fragilissima, non l’aveva neppure alla sua nascita con lo sciagurato azzardo, nel 2008, di Walter Veltroni che aveva avviato la fusione a freddo con la Margherita immaginando di farne il perno di un bipartitismo italiano, ispirato da un bipolaralismo nato già cadavere, funzionale solo alle politiche berlusconiane della destra.

Al compito di rianimare un moribondo ricoverato in terapia intensiva Zingaretti si era applicato con tantissima buona volontà, anche se spesso senza idee brillantissime, fino a dover scoprire l’inutilità dell’accanimento terapeutico di fronte alla coriacea incapacità di quella parte di dirigenza del partito di rapportarsi alla sofferenza diffusa, lacerante, di buona parte della popolazione, della frustrazione dei militanti del partito a cui è stato negato anche la possibilità di includere quella sofferenza nel proprio orizzonte di pensiero.

L’uso distorto, astuto, nel giorni degli agguati a Zingaretti, che dissemina di indizi mai raccolti dei dati rilasciati dall’Istat sulla povertà assoluta in cui versano oltre 5 milioni di persone, che non hanno neppure il minimo indispensabile per vivere “una vita dignitosa”, un cittadino su dieci.

Un milione di poveri in più per effetto della pandemia e della crisi economica che ne è seguita rispetto allo scorso anno, metà “operai o assimilati”, titolari di un posto di lavoro che non gli permette in ogni caso di vivere dignitosamente e non sono stati ancora stati sbloccati i licenziamenti.

La domanda che legittimamente vogliamo fare alla quella che per anni abbiamo considerato la nostra classe politica dirigente è chi rappresenterà e difenderà quella palude di sofferenza sociale nel prossimo futuro e i tempi durissimi che attendono quella parte di umanità che un tempo chiamavamo orgogliosamente classe operaia?

Chi sarà in grado di sottrarre tanta sofferenza al fascino del demagogo di turno che li ammalia e infine li tradisce?

Chi li metterà in guardia dalla dura legge della protezione sociale in cambio di fedeltà, che è stata nei secoli la tomba di ogni democrazia.

ROMA. IL GOVERNO OTTIENE LA FIDUCIA ALLA CAMERA, MA IL VERO BANCO DI PROVA E’ IL VOTO AL SENATO

Il premier Giuseppe Conte ha scaricato definitivamente scaricato Matteo Renzi, m nel suo intervento alla Camera non lo ha mai citato. La “pagina nuova” che si aprirà domani con il voto al Senato non prevede un riavvicinamento al gruppo di Italia viva, sostituita da un drappello di responsabili.

Il premier dopo essere uscito dall’aula ha un solo dubbio, che non si arrivi ad avere la maggioranza assoluta di 161 voti a favore dell’esecutivo..

Il dubbio diventa certezza con il passare delle ore, ma la speranza è lì a un passo, basterebbe conquistare una manciata di voti, ma ora si fa sentire anche la stanchezza per l’estenuante trattativa per evitare la crisi di governo durata settimane.

La replica alla discussione di Montecitorio fa capire quanta fatica e quanta tensione si sia accumulata in queste settimane, ma non ha intenzione di arretrare di un millimetro rispetto alle posizioni e al giudizio espresso nei confronti di Matteo Renzi e Italia Viva, che ha provocato una crisi priva di motivazioni e senza fondamento.

Il premier spera di incassare la maggioranza relativa che gli lascerà almeno lo spazio e il tempo per trattare la continuità dell’esperienza di governo, complice il voto sullo scostamento di bilancio previsto per le prossime settimane e sul quale Matteo Renzi non potrà negare il voto a favore, pena dover spiegare a chi ha subito perdite dalle chiusure perché non riceveranno i 24 miliardi di ristori inseriti nel provvedimento.

I più ottimisti pensano di poter arrivare a 158 voti, ma di più è una impresa mentre è partito la nuova ondata di trattative e offerte, ma è una trattativa “alla luce del sole”, come spiegato da Dario Franceschini.

Il premier potrebbe contare su altre defezioni nel centro destra come accaduto alla camera, dove Renata polverini ha votato a favore della fiducia a Conte e si è dimessa dal gruppo di Forza Italia, ma è il Maie-Italia 23, che ha momentaneamente trovato collocazione nel gruppo Misto e ambisce ad essere il seme per il futuro partito di Conte.

De Bonis che fu eletto nelle liste del M5s, da cui usci per incomprensioni ed oggi rappresenta l’ago della bilancia, potrebbe ambire al ministero dell’Agricoltura, che dopo le dimissioni di Bellanova è un interim che Conte non ha ointenzione di tenere a lungo. Altro politico papabile per occupare un Ministero è Riccardo Nencini, erede della tradizione “socialista” alla quale il premier ha aperto insieme a europeisti, popolari e liberali.

Il premier sa bene che bisognerà cedere duo o tre ministeri alle nuove formazioni che appoggeranno il governo mentre nella maggioranza è già partito il manuale Cencelli: uno per la Camera e due al Senato perché sono più determinanti.

Bruno Tabacci è sotto i riflettori in quanto orchestratore di una pattuglia che ha raccolto molti ex grillini consentendo alla maggioranza di muoversi con tranquillità.

Federico D’Incà in cerca di ex da riportare nella maggioranza, che al momento non è più tale.

Il mondo cattolico a cui si guarda con interesse, nonostante il niet arrivato dall’ufficio politico dell’Udc, potrebbe riservare più di una sorpresa dopo l’appello della Cei, “Paola Binetti potrebbe votare con la maggioranza”.

La maggioranza e il governo stanno muovendo tutte le leve possibili e nella discussione politica è intervenuta anche la Comunità di Sant’Egidio che ha dovuto diramare un comunicato ufficiale per smentire di essere tra i navigator dei “costruttori”.

Ma tra le ipotesi che si fanno strada ce ne è anche qualcuna che vedrebbe De Bonis e Nencini papabili a occupare i ministeri rimane un ministero per un esponente del centrodestra non sovranista.

Le sorprese non mancheranno e De Bonis ammicca a mezza voce che almeno un paio di Senatori sarebbero pronti a votare in favore dl governo, tra questi circolano i nomi dei senatori Minuto, Stabile e Masini, ma il pressing prosegue anche sul gruppo di Italia viva: “Se se ne smarcassero due o tre non sarebbe solo importante per i numeri, ma anche come segnale politico”.

Donatella Vono data in bilico, ma che continua a smentire, racconta che: “le telefonate sono incessanti, sono davvero esausta” mentre il pressing continua incessante anche su Parente, Carboni, Grimani e Comincini.

Il Movimento 5 stelle e Pd continuano a spingere per una Conte-ter che incassata la maggioranza potrebbe allargare la maggioranza e avere più chance per ampliare le politiche del governo. La nuova formula potrebbe prevedere la salita al Colle di Giuseppe Conte con la nuova lista di ministri, una crisi lampo di massimo 48/72 ore, il reincarico e un nuovo voto di fiducia.

Ipotesi, però che Conte sembra voler scongiurare, ma su cui convergono gran parte dei partiti di maggioranza, un iter che viene richiesto anche da parte di Tabacci e dei responsabili. I nomi che circolano con più insistenza del totoministri sono quelli dei due capigruppo Dem, Graziano Delrio e Andrea Marcucci, che assumerebbero rispettivamente Infrastrutture e Lavoro, con Andrea Orlando nelle vesti di sottosegretario alla presidenza del Consiglio oppure al Viminale in sostituzione di Luciana Lamorgese, che potrebbe assumere l’incarico ai Servizi segreti, ma in quoti c’è anche Gennaro Vecchione, oggi a capo del Dis.

Ai 5 stelle si aprirebbe la porta per l’ingresso in squadra di Giancarlo Cancelleri o Francesco D’Uva al ministero per il Sud, di Stefano Buffagni ai Trasporti scorporati dalle Infrastrutture e di Carla Ruocco, che potrebbe sostituire Paola Pisano all’Innovazione. 

Ma ovviamente sono solo ipotesi che rimangono appese al filo dell’incertezza mentre Ettore Rosato ha nuovamente invitato gli ex alleati ad avere la capacità di alzare il telefono e mettersi intorno a un tavolo per riaprire una porta mai del tutto chiusa, ma che per essere riaperta serve necessariamente tornare al punto di inizio.

Ipotesi che Conte non ha alcuna intenzione di prendere in considerazione e intanto il centrodestra alla Camera ha perso Renata Polverini che nel primo round della conta in Parlamento, in una giornata di delusione e protesta, ha votato a favore del via libera della Camera alla fiducia al governo di Giuseppe Conte.

Renata polverini ha spiegato di aver votato la fiducia al governo per responsabilità e in conseguenza di questo ha abbandonato Forza Italia.

La scelta dell’ex segretario dell’Ugl ha destato parecchia sorpresa nelle file azzurre: “Polverini si è messa fuori da Fi ha detto il vicepresidente di Forza Italia, Antonio Tajani, dopo il voto di fiducia.  Non ne sapevo nulla, non ci aveva avvertiti“.

Tajani ha aggiunto che al Senato Forza Italia voterà no senza defezioni alla fiducia: “Non credo”. 

ROMA. IN VIGORE IL NUOVO DPCM VALIDO FINO AL 15 MARZO 2021.

ROMA – Il di nuovo DPCM è entrato in vigore e ha validità fino al 15 marzo 202.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha firmato il decreto che tra le misure adottate prevede la chiusura degli impianti da sci almeno fino al 15 febbraio. Le palestre, piscine, cinema e teatri dovranno restare chiuse fino al 5 marzo. Cambiano le regole per i musei che potranno aprire dal lunedì al venerdì, ma solo in fascia gialla e con contingentamento. Per i bar sarà vietato fare asporto dopo le 18 mentre i ristoranti potranno andare avanti fino alle 22.

La consegna a domicilio è consentita senza limitazioni di orario. Resta il sistema di divisione dell’Italia per fasce di colore , il Piemonte è in fascia arancione, e mantiene il coprifuoco dalle 22 alle 5 oltre al consueto obbligo di mascherina nei luoghi pubblici all’aperto e al chiuso.

ROMA. MATTEO RENZI APRE A CONTE: “POSSIBILE RILANCIARE L’AZIONE DI GOVERNO”

A pochi giorni dalla crisi di governo innescata da Matteo Renzi con le dimissioni dei ministri dal governo in carica Renzi in una intervista al Corriere della Sera ha spiegato che ci sono le condizioni per rilanciare l’azione di governo e che Italia Viva sarebbe pronta a partecipare in una coalizione in cui si riconosca il ruolo centrale del PD, ma che senza l’appoggio di IV non ci sono i numeri per governare. Dunque cadono le pregiudiziali che avevano portato alla crisi di governo a patto che vengano risolti i nodi che hanno portato alla crisi di governo.

Matteo Renzi nell’intervista rilasciata a Maria Teresa Mieli ha spiegato: “Da mesi chiediamo un salto di qualità nell’azione del governo. Serve un sogno per l’Italia, non l’incubo del litigio quotidiano. Serve un progetto, una visione, una strategia. Il Pd dice che l’esperienza con noi è chiusa? Se qualcuno nel Pd preferisce Mastella alla Bellanova o Di Battista a Rosato ce lo farà sapere. Noi vogliamo che si formi un governo di coalizione con un ruolo fondamentale per il Pd e per i suoi esponenti. Il Pd sa che senza Italia viva non ci sono i numeri. Forse non sarà più amore, ma almeno è matematica. Se Zingaretti insiste a dire no a Italia viva, finisce col dare il Paese a Salvini. È questo ciò che vuole? Conosco le donne e gli uomini del Pd. Dai gruppi parlamentari alle cucine delle case del popolo nessuno vuole regalare il Quirinale ai sovranisti”.

Sempre secondo quanto dichiarato da Matteo Renzi difficilmente Conte potrà farcela con i responsabili: “Al momento da Palazzo Chigi sono molto attivi sui social dove sono degli autentici fuoriclasse, anche usando uno stile che mi fa rabbrividire e inquietare. Le aule parlamentari tuttavia sono fatte di deputati e senatori, non di followers. E raggiungere il quorum della maggioranza assoluta mi sembra difficile. Se in Senato Conte avrà 161 voti, rispetteremo il risultato”.

Matteo Renzi ha poi spiegato i motivi che potrebbero spingere il gruppo di IV ad astenersi sulla fiducia: “Decideremo alla riunione di gruppo, ma credo che sia la scelta più saggia”.

Infine nell’intervista spiega le richieste di IV al governo Conte: “Vogliamo che l’Italia sia protagonista. Si parli di questo, senza personalizzare su Conte-Renzi”.

Il leader di Italia Viva spiega anche quale scenario potrebbe aprirsi martedì nel caso in cui Conte non dovesse ottenere la fiducia in Senato: “C’è una bellissima frase di Paolo VI che un sacerdote amico mi ripete spesso. Dice che il nostro compito deve essere fare presto, fare bene, fare tutto, fare lietamente. Se Conte si dimetterà noi chiederemo alle consultazioni di fare presto, perché non possiamo perdere nemmeno un giorno. Di fare tutto, perché ci vuole un programma da qui al 2023. Di fare bene, perché serve qualità al governo. Il fare lietamente forse non è la priorità in questo momento, ma sul resto direi che ci siamo”.