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BARI. SEQUESTRATI 171.500 PRODOTTI ANTICONTAGIO CON L’OPERAZIONE REPETITA IUVANT.

Proseguono senza sosta le attività di controllo economico del territorio per contrastare le condotte di chi – approfittando dell’attuale situazione emergenziale correlata alla diffusione del nuovo “coronavirus“ – pone in essere manovre speculative sui prezzi al pubblico dei prodotti anti-contagio (mascherine, igienizzanti/disinfettanti, etc.) o, comunque, ricorre a pratiche commerciali illecite e fraudolente.

In particolare, con la progressiva ripresa delle attività economiche e a seguito della necessità di garantire la salubrità degli ambienti di lavoro nonché il rispetto dei protocolli di sicurezza siglati a livello nazionale, è esponenzialmente aumentata la richiesta di dispositivi di protezione individuali nonché delle mascherine chirurgiche e filtranti. Pertanto, le Fiamme Gialle baresi hanno intensificato i controlli presso le diverse tipologie di esercizi pubblici che offrono in vendita tali prodotti, sviluppando gli input investigativi acquisiti anche grazie alle numerose telefonate effettuate alla Sala Operativa del Comando Provinciale di Bari da cittadini esasperati – che hanno contattato il numero gratuito di pubblica utilità 117 (attivo 24 ore su 24) – per segnalare varie situazioni sospette.

Pertanto, 100 militari dei Reparti dipendenti dal I Gruppo Bari hanno eseguito in provincia di Bari 41 interventi, tra controlli di polizia economico-finanziaria e perquisizioni di iniziativa, nei confronti di imprese operanti nei seguenti settori: supermercati; ferramenta; commercio al dettaglio di articoli medicali ed ortopedici; commercio al dettaglio di prodotti per la casa; commercio al dettaglio di saponi e detersivi; commercio al dettaglio di articoli di profumeria; commercio al dettaglio di parti e accessori di autoveicoli; commercio al dettaglio di giochi e giocattoli.

Gli accertamenti – che proseguiranno nei prossimi giorni – hanno avuto per oggetto sia il riscontro della corretta applicazione delle prescrizioni recate dal Codice del consumo nonché dalle normative di settore che disciplinano i requisiti necessari ed essenziali di salute e di sicurezza per i prodotti posti in vendita a tutela dei consumatori, sia il riscontro dei prezzi dei prodotti anti-contagio onde accertare il loro ingiustificato rincaro a seguito dell’insorgere della pandemia di “COVID 19”.

L’operazione, denominata “REPETITA IUVANT”, ha consentito complessivamente di effettuare il sequestro, per violazioni di natura amministrativa e penale, di circa 171.500 prodotti, in massima parte mascherine di varia tipologia, ma anche visiere e occhiali protettivi, gel e salviettine igienizzanti, per un valore complessivo di mercato pari a oltre euro 430.000, di denunciare 20 soggetti ritenuti responsabili di pratiche commerciali illecite e fraudolente, nonché di segnalare alle Autorità amministrative competenti 19 persone per non avere rispettato la normativa in materia di sicurezza dei prodotti e di disciplina dei prezzi.

In tale contesto, i militari della Tenenza di Putignano – all’interno di un supermercato, gestito da un cittadino cinese, con sede nel Baricentro di Casamassima (BA) – hanno sottoposto a sequestro penale oltre 150 confezioni di farmaci cinesi spacciati espressamente come rimedi “ANTICOVID-19”, nonché a sequestro amministrativo oltre un quintale di alimenti di origine animale e vegetale (carne congelata, insaccati, pasta, snack, succhi di frutta, biscotti ecc.) privi dei prescritti requisiti di tracciabilità.

Inoltre, nel corso dell’operazione è stata eseguita dalle Fiamme Gialle della Tenenza di Bitonto anche una perquisizione delegata dalla Procura della Repubblica di Bari nei confronti di un privato residente a Bitonto (BA) che commercializzava on line mascherine FFP2 a prezzi elevati, con un ricarico di circa il 500% rispetto al prezzo di acquisto. La perquisizione ha consentito di sequestrare 130 mascherine FFP2, ma soprattutto di risalire ai fornitori della merce, due grossisti, nonché a un altro soggetto privato – tutti di nazionalità cinese – presso i cui depositi siti a Modugno (BA) i Finanzieri bitontini hanno sottoposto a sequestro penale 105.000 mascherine tra chirurgiche e FFP2 con istruzioni scritte esclusivamente in lingua cinese. Nello specifico, le mascherine di tipo chirurgico sono risultate non regolari in quanto prive dei prescritti requisiti di sicurezza, ovvero della certificazione dell’Istituto Superiore di Sanità, mentre le mascherine FFP2 riportavano il marchio “CE” impresso illegalmente, posto che la relativa attestazione di conformità era stata rilasciata da un organismo non autorizzato.

In più, sono state sottoposte a sequestro amministrativo oltre 30.000 mascherine di varie tipologie prive delle necessarie indicazioni che – secondo le prescrizioni della normativa di settore – devono essere fornite al consumatore a garanzia della relativa sicurezza. Quindi, sono stati segnalati 16 titolari di imprese alla competente Camera di Commercio che ora rischiano sanzioni pecuniarie che possono raggiungere, a seconda dei casi, anche oltre 25.000 euro.

La presente operazione testimonia, ancora una volta, l’importanza del presidio sul territorio garantito dal Comando Provinciale dalla Guardia di Finanza di Bari – in questo momento di particolare emergenza sanitaria e finanziaria del nostro Paese – per contrastare la commercializzazione illecita di dispositivi anti-contagio. Si tratta, invero, di prodotti che dovrebbero assicurare rigorosi standard di sicurezza e che, invece, vengono importati senza alcuna idonea certificazione da imprenditori senza scrupoli che li reperiscono nei modi più disparati, per poi distribuirli sul territorio grazie a commercianti altrettanto improvvisati, operanti nei settori più variegati, che, allettati dai facili guadagni, si sono avventurati in tale business, così mettendo potenzialmente a rischio la salute dei cittadini e ponendo in essere una concorrenza sleale ai danni degli imprenditori che operano onestamente sul mercato.

BOLOGNA. ARRESTATO IMPRENDITORE PER BANCAROTTA FRAUDOLENTA.

I militari della Guardia di Finanza di Bologna, in collaborazione con il Comando Provinciale di Foggia, hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di C.D., classe 1959, imprenditore residente in provincia di Foggia, in quanto ritenuto responsabile di bancarotta fraudolenta e di plurimi reati fiscali, in concorso con altre 4 persone denunciate a piede libero.

È stato altresì disposto il sequestro preventivo di n. 15 autovetture e somme fino all’ammontare di € 1.956.721, quale provento del reato di bancarotta, ed il sequestro preventivo per equivalente di beni immobili, mobili e disponibilità finanziarie fino all’ammontare di € 1.075.952, pari al valore delle somme sottratte al pagamento delle imposte.

Le indagini eseguite dal Nucleo di Polizia Economico Finanziaria di Bologna, sotto la direzione della Procura della Repubblica di Bologna, nella persona del dott. Nicola Scalabrini, hanno consentito di far luce sulle vicende relative al fallimento di una società operante nel settore della compravendita di autovetture ed altri beni, affermata nella zona di Cerignola e la cui sede è stata successivamente trasferita a Bologna.

Gli approfondimenti condotti hanno permesso di delineare numerose condotte illecite poste in essere dal principale indagato che, nell’arco di circa cinque anni, si è reso responsabile non solo di reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale, documentale e per operazioni dolose ma anche dei reati di natura tributaria di dichiarazione infedele, omessa presentazione di dichiarazioni fiscali e distruzione di documentazione contabile.

In particolare, le indagini hanno permesso di evidenziare l’esistenza di un preordinato progetto delittuoso consistente, in una prima fase, nel far “sparire” la società, spostandone la sede a Bologna, presso un indirizzo ove risultava sconosciuta e quindi irreperibile, e intestando le quote e le cariche a soggetti prestanome nullatenenti; successivamente, l’attività commerciale veniva proseguita in completa evasione di imposte (senza assolvere agli obblighi di registrazione, dichiarazione e versamento delle imposte) e ponendo in essere truffe a danno di ignari fornitori.

Questi ultimi, dopo il versamento di alcuni acconti, ricevevano in pagamento assegni postdatati privi di copertura e/o resi irregolari alla data dell’incasso in quanto, nel frattempo, era cambiato l’amministratore formale e quindi la persona autorizzata alla firma della traenza alla data apparente dell’assegno. L’irreperibilità della società e degli amministratori rendeva vano anche qualsiasi tentativo da parte dei creditori di poter far valere le proprie spettanze.

Tali comportamenti facevano sorgere, di conseguenza, in capo all’impresa ingenti debiti a cui la stessa non riusciva a far fronte dal momento che i proventi derivanti dalla vendita dei beni aziendali (compresi quelli acquisiti in frode) venivano distratti dall’indagato dalle casse della società causandone inevitabilmente il fallimento.

Contestualmente alla misura cautelare e ai sequestri sono state eseguite numerose perquisizioni locali in provincia di Foggia, Venezia, Verona, Treviso, Rovigo e Cosenza.

In particolare, nel corso delle attività è stato, altresì, rintracciato a Treviso e tratto in arresto un soggetto indagato nell’ambito dell’operazione odierna, sul quale pendeva un Ordine di carcerazione per reati connessi al traffico di stupefacenti.

L’operazione odierna è espressione della particolare attenzione del Corpo nei confronti dei molteplici fenomeni in cui si dispiegano le illecite attività connesse ai reati fallimentari e testimonia il costante impegno profuso dalla Guardia di Finanza a tutela dell’economia legale e a salvaguardia delle realtà aziendali.

MILANO. SEQUESTRO DI OLTRE DUE MILIONI DI EURO A TRUFFATORE DEL RIP-DEAL.

La Polizia ha sequestrato beni per oltre due milioni di euro a un pluripregiudicato specializzato nel settore delle truffe rip-deal ovvero di cambio fraudolento.

L’indagine, svolta dalla divisione anticrimine di Milano, ha evidenziato la sua ingiustificata ricchezza rispetto alle capacità reddituali del suo nucleo familiare.

L’uomo, che fin da minorenne si era reso responsabile di reati contro il patrimonio, si era poi specializzato nelle truffe soprattutto nei confronti di vittime facoltose.  

Diverse sono le truffe messe a segno dal malvivente con tecniche collaudate che gli hanno permesso di avere un tenore di vita elevato.

Il truffatore si presentava con abiti griffati, gioielli e autovetture di grossa cilindrata e si faceva passare talvolta come facoltoso commerciante d’arte, altre volte come un importante immobiliarista o addirittura come diplomatico. Poi, con sofisticati raggiri, conquistava la fiducia delle vittime per realizzare operazioni fraudolente nelle quali, promettendo un favorevole cambio di valuta, riusciva ad impossessarsi di considerevoli somme di denaro o di beni mobili di elevato valore.

L’ultima truffa in ordine di tempo l’ha commessa lo scorso dicembre in un albergo di Milano: spacciandosi per un facoltoso acquirente, si è appropriato di un grosso diamante del valore di oltre tre milioni di euro pagandolo in contanti con banconote da 200 euro false. 

Nel 2002, invece, fingendosi un professionista italiano e utilizzando un fax intestato a una società di investimenti, ha raggirato un cittadino austriaco. Simulando di essere interessato ad acquistare un immobile in Austria, ha dato al venditore una caparra di 500.000 franchi svizzeri, risultati poi tutti contraffatti, e si è fatto consegnare dalla vittima 90 mila euro in contanti che non sono stati mai recuperati.

Nel 2007 è stato segnalato dall’Interpol per quattro truffe rip-deal commesse in Germania, Svizzera e in Austria, utilizzando l’identità di “Claudio Moro”.

Nel 2018 è stato arrestato per furto aggravato e sostituzione di persona per essersi impossessato di due importantissime opere d’arte (olio su tavola raffigurante la “Sacra famiglia” di Peter Paul Rubens e olio su tela raffigurante “La Fanciulla Sul Prato” di Pierre Auguste Renoir), valutate 26 milioni di euro. In quell’occasione, spacciandosi per un rabbino israeliano rappresentante della comunità ebraica milanese, ha incontrato i venditori in alcuni locali adiacenti a un Consolato Generale e, facendo credere loro di essere all’interno dell’ente diplomatico, ha fatto depositare i quadri in una stanza; mentre erano in un’altra stanza si è allontanato con una scusa ed è sparito con le opere d’arte, in seguito recuperate in un campo nomadi del Nord Italia.

All’uomo sono stati sequestrati due appartamenti con annessi box, un’auto di grossa cilindrata, numerosi gioielli e diversi rapporti bancari.

CASERTA. UCCIDE L’AMANTE DEL MARITO, MOGLIE DEL BOSS IN CARCERE.

Arrestata stamattina, dai poliziotti della Squadra mobile di Caserta, la moglie di un ras del clan camorristico del Marcianise. La donna ordinò l’omicidio dell’amante del marito nell’ottobre del 1991.

Attraverso indagini compiute con pedinamenti e intercettazioni telefoniche e ambientali, gli agenti sono riusciti a fare luce sulle dinamiche dell’omicidio della donna e sulla gestione del clan de ‘i Mazzacane le cui redini sono rimaste per lungo tempo nelle mani della “first lady” criminale di Marcianise.

La donna, dopo aver ucciso l’amante del marito da cui aveva avuto una figlia, prese con sé la bambina e la allevò come se fosse sua figlia.

La vittima era stata, infatti, per lungo tempo amante del suo carnefice e da lui, nel 1978, aveva avuto anche una figlia. L’uomo, tuttavia, non aveva mai “ufficializzato” quella nascita. Nel 1991, però, quando ormai la ragazza aveva 13 anni, si era riavvicinato offrendo anche alcuni contributi economici scatenando, allo stesso tempo, le ire della moglie. Questa, perciò, pose l’uomo di fronte a un aut aut: o lo avrebbe lasciato, portando con sé i loro figli, oppure lui avrebbe dovuto assassinare quella donna e occultarne il cadavere; in cambio, avrebbe accettato di crescerne la figlia presso la loro casa.

Il ras perciò uccise la donna e occultò il cadavere in un luogo ancora oggi ignoto. Nello stesso tempo, come pattuito, la figlia nata fuori dal matrimonio venne accolta in casa.

A quel punto la mandante ha continuato a gestire il clan in nome e per conto del marito, con massimo potere decisionale.

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