GERUSALEMME. ISRAELE E I MITI SIONISTI.

ISRAELE E I MITI SIONISTI (4-4)

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Alcuni pensano che uccidere arabi sia un comandamento e che tutto quello che il Governo dice contro le uccisioni di arabi  non sia una cosa seria e il divieto di uccidere arabi é solo una finzione – Copertina: Nelson Mandela Helen Suzman

di Joseph Halevi

Recensione a: Ilan Pappé Ten Myths About Israel London: Verso 2017, pp. 171

Quarta e ultima  parte

 

Continuiamo a leggere Ben Gurion:

“In linea di massima coloro che hanno i fucili li usano”  e (alcuni) “credono che gli ebrei siano persone ma non gli arabi e che quindi sia possibile far contro di loro qualsiasi cosa. Alcuni pensano che uccidere arabi sia un comandamento e che tutto quello che il Governo dice contro le uccisioni di arabi  non sia una cosa seria e il divieto di uccidere arabi é solo una finzione ma che in effetti sia un atto ben accetto perché così vi saranno meno arabi in giro. Fintanto che continueranno a pensare in questo modo le uccisioni non si fermeranno.” E infine: “Presto non saremo più in grado di mostrare la nostra faccia al mondo. Gli ebrei incontrano un arabo e (che fanno?) lo uccidono”. (14)

La stampa ebraico-israeliana era allora completamente passiva e rarissimamente riportava gli assassinii perpetrati dai soldati – criminali a piede libero – sulle strade di campagna d’Israele, e mai come degli omicidi. A loro volta, i giornali dei movimenti kibbutzistici erano falsi, in quanto predicavano idee socialiste per poi partecipare a man bassa alla spoliazione della popolazione palestinese.

Solo i giornali comunisti Kol ha-am (La voce del popolo) in ebraico e Al Ittihad (L’Unità) in arabo, costituivano una voce fortemente critica riguardo i soprusi subiti dai palestinesi. I comunisti però erano molto guardinghi proprio perché conoscevano bene la situazione sul terreno essendo la maggiore forza tra gli arabi israeliani ed erano consapevoli del rischio di una nuova ondata di pulizia etnica come erano consapevoli della pulizia etnica in atto condotta dall’esercito israeliano nella zona demilitarizzata. Tuttavia non tutto è controllabile soprattutto se la critica viene dall’élite europea degli ebrei israeliani. Anche in Sudafrica del resto il regime dell’ apartheid non riusciva a silenziare completamente le critiche provenienti da bianchi democratici specialmente se si trovavano ad essere membri del Parlamento di Città del Capo come nel caso della famosa deputata Helen Suzman (1917-2009), con 36 anni di vita parlamentare sulle spalle e amica di Nelson Mandela che andava a visitare in prigione.

Nel 1953 Azriel Karlibach, fondatore e direttore di Maariv, il maggior quotidiano – politicamente di centro – d’Israele, pubblicò un suo pezzo, scritto in forma poetica, di una potenza straordinaria, ancor oggi insuperata. Il titolo dell’articolo è molto significativo in quanto è preso da un’opera letteraria sudafricana nota per essere un testo di critica e protesta contro il tipo di società che darà vita all’apartheid. Si tratta del romanzo di Alan Paton pubblicato nel 1948 col titolo Cry Beloved Country (Piangi terra amata). (15) L’articolo di Karlibach, avendo lo stesso titolo, stabiliva un legame diretto col regime di apartheid sudafricano e – essendo l’autore liberaleggiante ed anti-socialista – puntava apertamente il dito contro la falsità dei kibbutzim che da un lato esprimevano solidarietà con gli africani e, dall’altro, derubavano gli arabi delle loro terra. Il tema del poema, stilato nella forma di un dialogo tra padre e figlia mentre vanno a vedere cosa stava succedendo in Galilea, è una disamina molto dettagliata dei meccanismi messi in atto per espropriare i palestinesi israeliani delle proprio terre. In tale contesto, il parlamento israeliano, la Knesset, viene esplicitamente accusato di essere non un’assise democratica ma un consesso ove arbitrariamente viene legalizzata la spoliazione degli arabi d’Israele, contro la quale, in seguito ai ricorsi da parte delle vittime, si erano formalmente espressi i magistrati israeliani. Tuttavia, scrive Karlibach, per aggirare le sentenze, in effetti giuste, dei tribunali israeliani, coloro che hanno partecipato al furto si riuniscono nella Knesset e decretano che questi terreni non sono regolati da alcuna legge stabilendo altresì che ai legittimi proprietari è fatto divieto di rivolgersi alla magistratura. La critica di Karlibach si connette alle osservazioni di Ben Gurion riguardo le uccisioni arbitrarie effettuate dai sodati israeliani in libertà, che si appaiano all’arbitrarietà della legislazione votata dalla Knesset, funzionante come un parlamento dell’apartheid sionista avente quindi poca o nessuna legittimità democratica. Il quadro che emerge circa la democrazia israeliana nei confronti dei palestinesi rimasti in Israele è preciso e sconvolgente.

Quando nel 1966 gran parte dei terreni arabi erano ormai stati requisiti e la popolazione ammassata in villaggi impoveriti e resi asfittici per mancanza di aree disponibili, il regime militare, divenuto troppo ingombrante rispetto alla pretesa di democraticità dello Stato nei confronti di tutti i suoi cittadini, venne abrogato. Non fu così però con le prerogative già in possesso del governatore militare che vennero trasferite alle autorità civili. Intatta rimase la prerogativa di dichiarare illegali degli insediamenti arabi, di raderli al suolo e  adibire le zone così ‘ripulite’ a nuovi insediamenti per soli ebrei.

Succede ancor oggi e non mi riferisco alle distruzioni di case palestinesi, 50 mila dal 1967, di uliveti, frutteti, e delle requisizioni di terreni che avvengono ormai da cinquant’anni nei territori conquistati con la guerra del 1967. L’ottavo capitolo del volume di Pappé tratta di tutto questo in maniera egregia. Mi riferisco invece a fatti accaduti recentemente, nel 2016, dentro la vecchia linea verde, come la distruzione del villaggio beduino di Um-Al-Hiram nel Negev settentrionale dichiarato illegale cui é seguita la rapida assegnazione del suolo alla costruzione di una località per soli ebrei. (16) I mesi intercorsi tra l’abolizione del governo militare sui palestinesi di Israele e la guerra del 1967 hanno costituito l’unico periodo in cui, dal 1948, i Palestinesi dell’ insieme della Palestina non fossero soggetti ad un regime militare. Con la conquista della Cisgiordania e di Gaza il governo israeliano, nota giustamente Pappé, trasferì l’intero apparato repressivo perfezionato dal governo militare riguardo i palestinesi di Israele sui palestinesi delle zone conquistate senza che essi potessero usufruire perfino di una minima protezione non avendo diritti politici e civili.

Rispetto all’evento del 1960, il 1967 rappresentò la grande occasione di conquistare l’insieme della Palestina. L’occupazione ebbe immediatamente un carattere di conquista – di “liberazione” di tutta la Terra di Israele, come allora recitavano in coro giornali e partiti ad eccezione del quello comunista Rakah. (17) Liberazione da chi? dal controllo arabo ovviamente. Purtroppo, per i dirigenti israeliani, i nuovi territori non vennero liberati dalla presenza della popolazione palestinese. Un esodo oltre il Giordano vi fu: circa trecentomila profughi lo attraversarono ma il restante milione e passa di abitanti della Cisgiordania rimase fissa sul posto. Da Gaza poi era impossibile andarsene sebbene Levi Eshkol, Primo Ministro laburista durante il 1967, ne avesse vagheggiato l’espulsione. Immediatamente in Israele si sviluppò il dibattito su come annettere i nuovi territori senza però assorbirne la popolazione araba, ingombrante e superflua quindi. Questo è Israele, un paese razzista fino al midollo, razzismo che nasce dall’ideologia sionista di insediamento coloniale volta espressamente a sostituire popolazione araba con una ebraica. Molto rapidamente venne prodotto un piano noto come il Piano Allon, ideato da Ygal Allon, ministro nel governo laburista di Levi Eshkol, un’importante figura nel movimento kibbutzistico e nella storia dell’esercito israeliano. Una prima versione apparve nell’estate del 1967 e una seconda agli inizi del 1968. Il piano prevedeva l’annessione di una parte della Cisgiordania, una fascia assai ampia  lungo la valle del Giordano e di tutta Gerusalemme collegata alla fascia con una striscia. In tal modo la Cisgiordania veniva spaccata in tre parti: una zona annessa ad Israele con completa continuità territoriale e due zone palestinesi separate tra loro: una a nord di Gerusalemme e del suo corridoio verso la valle del Giordano e una a sud di Gerusalemme. Queste erano le aree con la più alta concentrazione di palestinesi. Il piano non venne mai adottato ufficialmente dal governo ma servì da piattaforma di riferimento per le politiche di colonizzazione. L’idea di un’autonomia palestinese nella forma dei bantustan del Sudafrica dell’apartheid nasce col Piano Allon.

Cinquant’anni dopo stiamo ancora alla stesso punto con un’importante differenza: già nel 1990 il Piano Allon non era più realizzabile in quanto gli insediamenti coloniali, tutti al 100% illegali, punteggiavano le tre zone. L’alternativa venne in effetti da Rabin: collegare gli insediamenti con Israele e tra di loro attraverso un sistema di strade speciali chiuse ai palestinesi.

Queste strade frammentano le zone della supposta autorità palestinese in un mosaico di piccole aree senza continuità territoriale e soggette al regime dei posti di blocco dell’esercito israeliano. Ciò implica che l’esercito oppressore deve essere presente in permanenza controllando i passaggi da una zona palestinese all’altra attraverso dei posti di blocco. Da molti anni i posti di blocco costituiscono uno strumento di vessazione ed umiliazione costante della popolazione palestinese, una prova quotidiana che – nella ‘democrazia’ israeliana – essi non hanno diritti e sono ciecamente soggetti al dominio militare. Parallelamente gran parte della popolazione ebrea israeliana si trova da circa due generazioni ormai a partecipare attivamente alla repressione dei palestinesi con la gestione dei posti di blocco e dell’occupazione militare, sia attraverso il servizio militare che coinvolge uomini e donne, sia attraverso il periodico richiamo nel servizio di riserva degli uomini fino a circa 50 anni.

Con una politica di bantustan come principio guida, gli accordi di Oslo non potevano che fallire. Ed è questo che dimostra Pappé nell’ottavo capitolo. All’autorità palestinese veniva richiesto di gestire i bantustan secondo i criteri dell’occupazione, di riconoscere la ‘realtà’ sul terreno, cioè la colonizzazione, e veniva escluso il riconoscimento dei diritti dei rifugiati della Naqba. Nei negoziati durante il fallito accordo di Camp David patrocinati da Clinton, fu respinta perfino la richiesta di Arafat di cessare gli abusi quotidiani nei confronti della popolazione palestinese. Gli accordi che avrebbero dovuto portare ad una soluzione negoziata del ‘conflitto’ comportavano inoltre un ulteriore restringimento e frammentazione delle aree palestinesi e, osserva Pappé, ad ogni proposta di spartizione il popolo palestinese ha visto aumentare la violenza nei suoi confronti. Le proposte di Ehud Barak, il leader laburista allora al governo, erano talmente inaccettabili che anche l’allora ministro degli esteri di Israele nel governo Barak, Shlomo Ben Amì, dichiarò nel 2006 in un dibattito televisivo sul canale di “Democracy Now”, che se fosse stato palestinese non avrebbe firmato gli accordi di Camp David. (18)

Particolarmente importante é il racconto che nel nono capitolo Pappé fa della situazione a Gaza ove ricapitola le fasi della crescita di Hamas mostrando che si tratta di un movimento politico, e non terroristico in quanto tale, sviluppatosi sul vuoto creato da Al-Fatah e con una posizione) netta sul diritto al ritorno dei profughi del 1948. Quest’ultimo aspetto è molto importante a Gaza dato che nel 1948 la striscia era stata scelta da Israele per espellervi i palestinesi delle zone meridionali del loro stesso paese. Il fallimento pianificato di Camp David e Taba (19) – località questa sul confine tra Egitto e Israele vicino a Eilat sul Golfo di Aqaba – diede luogo alla Seconda Intifada mentre Ariel Sharon del Likud (‘destra’) diventava il nuovo Primo Ministro. In questo contesto Pappé mostra come Sharon sfruttò la nuova situazione e la crescita di Hamas a Gaza per ottenere da parte degli USA via libera riguardo l’annessione di gran parte della Cisgiordania.

L’impossibilità di controllare Gaza dall’interno fornì lo spunto per la messa in opera di una strategia che da un lato presentava il ritiro da Gaza come una concessione di pace e, dall’altro, chiedeva agli Stati Uniti, allora governati da Bush figlio, di escludere i profughi della Naqba da ogni negoziato. Un fatto riportato da Pappé chiarifica la strategia di Ariel Sharon. Gli Stati Uniti erano riluttanti ad accettare il piano di ritiro da Gaza proposto da Sharon. Contando sulle affinità ideologiche con Bush riguardo il mondo arabo, Sharon scommise che sarebbe riuscito a far accettare il piano alla Casa Bianca. E così in effetti fu con l’aggiunta della promessa da parte di Washington di non includere i profughi nelle trattative e di non far pressione su Israele riguardo l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania. Lo sganciamento da Gaza e la trasformazione della Striscia in una prigione controllata dall’esterno e regolarmente bombardata ha sortito, nota Pappé, l’effetto di silenziare  l’opposizione – tra gli ebrei di Israele – all’occupazione e di formare un vastissimo consenso in favore di essa. Ergo conclude Pappé nel decimo ed ultimo capitolo del libro, la sola via è quella di una battaglia per un solo Stato di tutti i cittadini, come nel caso del Sudafrica dopo l’apartheid. Anzi, prosegue Pappé, continuare a parlare della soluzione a due Stati significa appoggiare l’apartheid, dato che con i due Stati la colonizzazione non verrà eliminata né arrestata mentre lo Stato palestinese sarà una serie di bantustan e Gaza rimarrà una prigione dalle orribili condizioni di vita diventate ormai insostenibili.

Negli ultimi quattro decenni si sono formati degli storici che hanno profondamente cambiato lo studio del Medioriente. Essi sono ebrei israeliani, palestinesi israeliani e palestinesi, dai Khalidi, a Nur Masahla, a Avi Shlaim, a Joseph Massad, a Ilan Pappé. Fino alla formazione di questi storici la propaganda israeliana dominava e si basava su criteri tanto semplici quanto falsi. Secondo tale propaganda, gli “ebrei” hanno diritto alla Terra di Palestina perché era la loro storicamente e ne sono stati stati espulsi definitivamente dai romani. Nei tempi più recenti la Palestina era pressoché disabitata, atta dunque a ricevere i presunti discendenti degli abitanti originari perseguitati da un razzismo anti-ebraico immanente ed incancellabile. Al loro arrivo per costruire il loro legittimo Stato essi  si sono confrontati con l’ostilità araba anch’essa motivata da un’innata anti-ebraicità. I ‘pochi’ abitanti arabi della Palestina avrebbero potuto facilmente sistemarsi nei paesi arabi vicini solo che i governi ‘arabi’ hanno preferito la via di distruggere Israele. Gira e rigira questa è la storia ufficiale ormai del tutto invalidata. Essa è stata talmente invalidata che perfino gli storici ufficiali rimasti la negano sul piano metodologico, come é successo nel caso delle loro reazioni ai volumi di Shlomo Sand ed anche in altre circostanze, per poi farla riemergere quando respingono la natura del sionismo come un movimento di insediamento coloniale ed esclusivo.

Ilan Pappé é sicuramente la persona che ha maggiormente studiato la storia della Palestina e di Israele in tutte le sue molteplici forme fornendoci un quadro storiografico incontrovertibile. Per i suoi imprescindibili contributi, Pappé ha ricevuto, nel novembre del 2017 a Londra, il massimo premio del Palestine Book Awards. (20) Tuttavia non é detto che le conclusioni da lui raggiunte in questo volume siano realizzabili e tali da poter arrestare la colonizzazione. E’ perfettamente possibile, anzi probabile, che mentre la soluzione a due Stati sia ormai defunta, quella che liberi il popolo palestinese dall’oppressione coloniale sia di là da venire e nemmeno individuabile.

Fine

 

Quarta e ultima  parte

fonte: rproject.it

Immagini liberamente inserite da Invictapalestina.

Ringraziamo rproject  per l’autorizzazione alla pubblicazione e l’autore Joseph Halevi per un lavoro così impegnativo.

Note

 

14 Le citazioni provengono dall’ edizione in inglese di Ha-aretz e sono state tradotte da me. Vedi Gedi Weitz in Ha-aretz 1/4/2016: “ Ben-Gurion in 1951: Only Death Penalty Will Deter Jews From Gratuitous Killing of Arabs”.

https://www.haaretz.com/israel-news/.premium-1.712125

15 Azriel Karlibach: “ Cry Beloved Country” , in ebraico in Maariv 25/2/1953. Tradotto e stampato in Inglese in Uri Davis e Norton Mezvinsky (a cura di), Documents From Israel: 1967-1973. London: Ithaca Press, 1975, pp. 14-20.

16 https://972mag.com/authorities-start-process-of-replacing-bedouin-town-with-a-jewish-one/121065/

17 Nel 1965 il Partito Comunista d’Israele si spaccò a causa del fatto che il suo segretario generale, Shmuel Mikunis effettuò una svolta filosionista e critica verso la posizione dell’ URSS sul Medioriente. Il grosso dell’ufficio politico e del partito non seguì Mikunis il quale però era il titolare legale del nome del partito MAKI (partito cominista d’Israele). Si formarono cosi due gruppi parlamentari, quello di Mikunis dal nome Maki e composto dal solo Mikunis, e RAKAH (nuova lista comunista) con tre parlamentari. Molto rapidamente il gruppo Mikunis si sciolse nelle liste piu radicali della sinistra sionista che, dopo varie mutazioni, oggi si condensano nel piccolo partito MERETZ, mentre RAKAH diede vita a HADASH (acronimo per fronte democratico per la pace) oggi facente parte della Lista Unita – terzo gruppo parlamentare alla Knesset – che raccoglie una serie di organismi politici palestineso-israeliani. In tal modo però HADASH ha perso il suo carattere di unica formazione politica israeliana non ‘etnicamente’ schierata. La scelta è stata imposta dal cambiamento delle legge elettorale che, aumentando la soglia di sbarramento, ha obbligato i partiti che operano nel settore arabo o, come i comunisti, che ricevono voti soprattutto dai palestinesi israeliani, ad accorparsi.

 

18 https://www.democracynow.org/2006/2/14/fmr_israeli_foreign_minister_if_i, anche:

https://www.theguardian.com/commentisfree/2010/jul/01/israel-palestinian-peace-camp-david

19 I colloqui di Taba si tennero tra il 21 e il 27 gennaio 2001 e avrebbero dovuto essere lo strumento per l’applicazione degli accordi di Camp David II dell’ anno precedente. I colloqui furono però interrotti per le elezioni israeliane che portarono al governo israeliano Ariel Sharon.

20 http://www.middleeasteye.net/news/three-authors-highlighted-palestine-book-awards-489086373

Il ringraziamento di Pappé, breve ma importante, si trova a:

https://www.versobooks.com/blogs/3532-ilan-pappe-s-keynote-address-at-2017-palestine-book-awards

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ALESSANDRIA. SCONTRO MAGGIORANZA OPPOSIZIONE SULLA QUESTIONE CITTADELLA: STOP ALLE MANIFESTAZIONI E IL 1° MILIONE DI EURO E’ PERSO.

Polemica e scontro tra maggioranza e opposizione sulla Cittadella in commissione consiliare.

La lega che esprime l’attuale maggioranza parla di scontro sul nulla,ma dall’opposizione arriva la risposta: lo scontro non è sul nulla,ma sulle risposte nulle e a farne le spese l’ex cittadella militare che rischia di perdere i fondi per la mancanza di volontà politica da parte della nuova amministrazione.

alla base dello scontro le imminenti elezioni politiche secondo la Lega: “La questione fondi non era all’ordine del giorno, è il Pd che ha voluto buttarla in “caciara” per motivi elettorali”.

Per il Pd la questione è più complessa e va al di là delle elezioni: “La questione era la Cittadella: i fondi li stiamo perdendo, la fortezza rischia di restare chiusa alle manifestazioni. Volevamo solo sapere che cosa vuole fare questa maggioranza, ma nessuno è stato disposto a dircelo”.

La riunione della commissione era stata il 23 novembre,ma convocata solo a metà dicembre e  poi riconvocata a gennaio.

Il presidente,Carmine Passalacqua,eletto nelle liste di Forza Italia,ma manifestamente monarchico e che chissà,della questione cittadella cosa direbbero, i reali di casa Savoia,ci mette la faccia: “Il sindaco aveva detto che non ci sarebbe stato perché è in ferie in Estremo Oriente”,ma Cuttica,ci chiediamo, non è  l’espressione della Lega a Palazzo Rosso e che dell’immigrazione ha fatto il suo cavallo di battaglia,in estremo oriente in mezzo a possibili futuri profughi e immigrati clandestini cosa ci è andato a fare? E poi Passalacqua prosegue spiegando che  purtroppo solo stamane la dirigente,Rosella Legnazzi, ha fatto sapere di essere ammalata”.

Meglio rinviare tutto a data da destinarsi,cioè a mai, la discussione sul futuro della Cittadella,ed invece la discussione si è aperta e sono piovute dalla minoranza domande rimaste senza risposta.

Il milione del Cipe a disposizione per il 2017 ormai è stato perso,come ha spiegato vittoria Oneto, e i fondi europei Por Fesr hanno una scadenza e verranno persi:”Con Regione e ministero avevamo immaginato la Cittadella come motore di sviluppo per la città. così si rischia di vanificare tutto. Il progetto di fattibilità commissionato e pagato dalla Compagnia di San Paolo al Politecnico è stato consegnato a settembre, ma mai reso noto. Insomma che cosa volete fare? Ne avrete ben parlato in giunta e in maggioranza”.

Le domande sono rimaste senza risposta e il leghista,Lorenzo Iacovini, ha affermato che la maggioranza sa benissimo cosa fare,ma fino ad oggi non è stato reso noto,(ci penserà la provvidenza a salvare la Cittadella) .

Il capogruppo di FI, Maurizio Sciaudone, difensore della Cittadella, si è detto d’accordo sui rischi e le regole da dare a chi utilizza la fortezza, ma il tema è tecnico, quindi senza la Legnazzi inutile discutere e se la Legnazzi si ammala ogni volta che la commissione si riunisce la questione non verrà mai risolta.

 

Il problema di fondo della Cittadella è la possibilità di accesso ai mezzi di soccorso e gli eventi che le associazioni vorrebbero programmare nel 2018 sono legati all’agibilità della fortezza.

Il ponte della Porta Reale deve essere  rinforzato altrimenti i mezzi di soccorso non possono passare.

Vittoria Oneto confermato che esiste uno studio del politecnico: “Nello studio del Politecnico c’è anche un progetto relativo a questo, ma se non lo si rende noto….”.

Dall’amministrazione solo voci ufficiose secondo cui starebbe valutando la possibilità di abilitare alle emergenze la Porta di soccorso,ma solo a condizioni di una perizia favorevole.

La perizia di settembre ha stabilito che il ponte della Porta reale non può sopportare più di 35 quintali anche se negli anni scorsi sono passati da carichi  superiori a quelli stimati,ma la legge è legge e se poi succede l’imprevisto chi risponde?

ALESSANDRIA. ZERO IN DIFFERENZIATA E INTANTO LA CITTADELLA PERDE 1 MILIONE DI EURO.

ALESSANDRIA. La produzione di rifiuti pro capite dei piemontesi è pari 458,5 kg, di questi 205,3 sono indifferenziati destinati al ‘recupero energetico’. La raccolta differenziata nel 2016 è stata pari al 55.2%,con un meno 10% sull’obbiettivo minimo dei comuni interessati.

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Le provincia di Alessandria e Torino sono le meno virtuose.

La raccolta differenziata nella provincia di Alessandria è appena sopra  48 % contro una raccolta di rifiuti che ha raggiunto i 531,3 chili anno per abitante.

Gli alessandrini i peggiori in classifica con il 47,8%  e 530 chili di rifiuti prodotti pro capite.

Il casalese più attento alla differenziata con il 58,3% e 446 chili prodotti.

L’ovadese ha differenziato il 46.2% e prodotto 559,9 chili.

Molto meglio la provincia di  Novara al 66,6% di differenziata con 457,1 chili: 152,6 chili per abitante destinati allo smaltimento contro i 274 della provincia di Alessandria.

Ma il fronte rifiuti non è l’unico aperto ad Alessandria e provincia,altro terreno di scontro è sulla Cittadella con un clima di tensione in Commissione cultura a Palazzo Rosso.

L’ex assessore alla cultura,Vittoria Oneto, spiega: “Non possiamo perdere altro tempo. Anzi, temo che il milione di euro stanziato dal Cipe per il 2017, e per il cui utilizzo non è stato presentato alcun progetto, sia andato perduto: si tratta infatti di ripartizioni puntuali che non puoi ‘trascinarti’ da un anno all’altro, e se ricordiamo bene, quando il ministro Franceschini aveva inserito il nostro monumento tra quelli di valenza nazionale, gli altri erano Pompei, Ercolano, gli Uffizi… Occorre fare piani rigorosi, altrimenti i finanziamenti già calendarizzati (1,5 milioni di euro per il 2018, 2 milioni per il 2019, 6 milioni per il 2020, 6 milioni per il 2021 e 8,5 milioni per il 2022 ndr) rischiano la stessa fine”.

GERUSALEMME .SE IL BAMBINO TIRA LE PIETRE AL PAPA’ VIENE TOLTO IL LAVORO.

Shin Bet: Perdi il lavoro se il tuo bambino lancia dei sassi

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Il servizio di sicurezza israeliano affigge avvisi nel villaggio palestinese di Beit Omar con la minaccia di revocare i permessi di lavoro alle famiglie i cui figli sono sospettati di lancio di pietre.

Copertina – Lavoratori palestinesi ammassati per passare attraverso il checkpoint israeliano di Betlemme per andare al loro lavoro nelle città israeliane – Betlemme, Cisgiordania, 19 marzo 2017. (Ahmad Al-Bazz / Activestills.org)

 

di Yael Marom, 4 gennaio 2018

I residenti del villaggio palestinese di Beit Omar, in Cisgiordania, hanno scoperto la scorsa settimana che lo Shin Bet, il servizio di sicurezza interno israeliano, aveva affisso avvisi minacciosi sulle loro case e attività commerciali. Le comunicazioni, pubblicate in arabo e firmate da un agente dello Shin Bet noto come “Capitan Amar”, minacciano di revocare i permessi di lavoro a famiglie i cui figli sono sospettati di lanciare sassi.

Tamar Goldschmidt ha tradotto gli avvisi in ebraico:

 

“Ciao a tutti,

Come sapete, una gran parte dei capifamiglia della città hanno un permesso di lavoro che consente loro di viaggiare all’interno della Linea Verde. Questi permessi permettono alle famiglie di vivere con dignità, curare la loro salute, costruire, ricevere un’istruzione, coprire i diversi, pesanti costi della vita.

Noi sosteniamo chiunque cerchi di guadagnarsi da vivere con il sudore della fronte. D’altra parte, non ha senso che allunghiamo la mano e offriamo un posto di lavoro, quando scopriamo che vostro figlio lancia pietre o bottiglie Molotov sulla strada principale, usata sia dagli israeliani che dagli arabi. Il lancio di pietre è più di un crimine, è un tentato omicidio.

Pertanto non c’è perdono per quanto riguarda il fatto che è vostro dovere come genitori tenere d’occhio i vostri bambini e fare in modo che non disturbino l’ordine pubblico – non ha senso non avere un controllo su di loro – al fine di assicurare la loro educazione e il sostentamento delle vostre famiglie.

Sappiate che, se dovessimo revocare il permesso di lavoro, non saremo da biasimare.

Inoltre, come gesto di buona volontà da parte nostra, abbiamo deciso di esaminare la possibilità di perdonare tutti coloro che chiedono che gli sia restituito un permesso di lavoro rescisso, e in merito ci impegneremo il più possibile.

Dedicheremo un giorno speciale per la presentazione di queste richieste con l’inizio del nuovo anno, il 1° gennaio 2018 dalle 09:00

Vi auguriamo un felice anno nuovo.

Amar”

 

Le parole gentili non rendono le comunicazioni meno minacciose. I residenti del villaggio conoscono abbastanza bene il capitano Amar, così come i suoi colleghi dello Shin Bet. Questa è la vita quotidiana degli abitanti di villaggi che vivono sotto punizione collettiva perpetua, compresi frequenti incursioni notturne, arresti, gas lacrimogeni, posti di blocco, chiusure e pressioni per informare le autorità di occupazione su vicini, familiari e conoscenti.

 

FOTO – Un avviso dello Shin Bet affisso su case e attività commerciali nel villaggio palestinese di Beit Omar con cui si minaccia di revocare permessi di lavoro di palestinesi i cui figli sono sospettati di lancio di pietre.

 

Abbiamo contattato lo Shin Bet per un commento, in particolare sulla veemenza delle minacce. Abbiamo anche chiesto se lo Shin Bet ha una politica per punire i genitori i cui bambini siano stati presumibilmente coinvolti in “scontri” privandoli dei loro mezzi di sostentamento. Pubblicheremo la loro risposta se e quando la riceveremo.

 

Yael Marom è il responsabile della partecipazione del pubblico di Just Vision in Israele e un co-editore di Local Call, su cui questo articolo è stato originariamente pubblicato in ebraico.

 

Traduzione Simonetta Lambertini – invictapalestina.org

Fonte: https://972mag.com/shin-bet-threatens-to-revoke-permits-from-stone-throwers-families/132164/

GERUSALEMME. ISRAELE E I MITI SIONISTI.

ISRAELE E I MITI SIONISTI (3-4)

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Un paese che si basa sulla pulizia etnica e sulla colonizzazione permanente non può essere definito democratico.

di Joseph Halevi 5 gennaio 2018

Recensione a: Ilan Pappé Ten Myths About Israel London: Verso 2017, pp. 171

Terza  parte

Un paese che si basa sulla pulizia etnica e sulla colonizzazione permanente non può essere definito democratico. In verità nessuna entità statuale ove é in atto una colonizzazione a scapito della popolazione autoctona é definibile come democratica: si veda il caso dell’Australia ove fino al 1967 gli aborigeni, già violentemente decimati durante il diciannovesimo secolo, non venivano nemmeno contati nei censimenti. Eppure l’Australia era considerata una fiorente democrazia, il che significa che il termine è perfettamente malleabile a piacere senza un valore universale. Il settimo capitolo del volume di Pappé si prefigge di dimostrare la fallacia insita nella propaganda americano-israeliana riguardo l’unica democrazia nel Medioriente. Il capitolo é più incisivo di quello precedente appena discusso.

Pappé inizia osservando che la visione di Israele nel mondo, condivisa anche da rispettabili autori palestinesi, é che, dopo la guerra del 1967, il paese pur incorrendo in delle difficoltà con l’occupazione e il dominio sui palestinesi, rimane comunque uno Stato democratico. Scrive però Pappé che anche prima del 1967 in nessun modo poteva lo Stato d’Israele essere considerato democratico; a meno che, aggiungo, non si consideri la democrazia applicabile solo ad una parte della popolazione. A questo punto l’autore passa in rassegna le misure e le politiche di repressione nei confronti dei pochi palestinesi scampati alla Naqba. Nei due anni che trascorsero dalla fine della guerra del 1948-49 il parlamento, la Knesset, incorporò le leggi speciali di emergenza varate dalle autorità britanniche nel 1945 durante gli anni del terrorismo sionista dell’Irgun di Begin e compagnia, ma che non era soltanto una prerogativa della destra bensì vi partecipava anche l’establishment socialista-sionista. (10) La popolazione palestinese rimasta venne sottoposta ad un governatorato militare retto dalle leggi di emergenza, le stesse che al tempo del dominio britannico tutte le organizzazioni sioniste denunciarono come di stile nazista. La conseguenza fu la totale assenza di uno stato di diritto per questa popolazione che in teoria avrebbe dovuto godere di tutti i diritti in quanto formalmente di cittadinanza israeliana. Il governatore militare poteva – in maniera assolutamente insindacabile – requisire case, espellerne ed arrestarne gli abitanti, confiscare terreni, revocare permessi. Il governatore poteva dichiarare delle aree chiuse per motivi di sicurezza rendendo ‘illegali’ casolari e agglomerati di abitazioni palestinesi ubicate dentro queste aree che poi venivano assegnate a insediamenti che per statuto erano esclusivamente ebraici.

Palestinian Bedouin women react to the destruction of houses in the village of Umm al-Hiran, near the city of Beersheba, in the Negev Desert, on January 18, 2017. (Photo by AFP)

Tale pratica continua tutt’oggi con la messa fuori legge di agglomerati beduini nel Negev a sud di Tel Aviv. Accadeva e accade, che dei palestinesi fossero – e siano ancora – condannati per aver violato un’area chiusa di cui erano o sono proprietari. (11) Spesso i villaggi palestinesi erano sottoposti a coprifuoco e fu in queste circostanze che, sottolinea Pappé, alla vigilia della guerra del 1956, accadde il massacro di Kafr Qasim che costò la vita a 49 palestinesi.

“Kufr Qassem”
sono tornato dalla morte
per vivere … per cantare
lasciami prendere la mia voce
da una ferita incandescente
e aiutami sul rancore, che
semina spine nel mio cuore.
Sono l’inviato di una ferita
sulla quale non si tratta,
il flagello del boia mi insegnò
a camminare sulla mia ferita,
camminare … camminare
e resistere!
Mahmud Darwish

Sul villaggio, assieme ad alcuni altri nelle vicinanze, il coprifuoco scattò quando molte persone erano ancora al lavoro nei campi per cui man mano che rientravano, ignare della decisione del governatore militare, venivano uccise dall’esercito israeliano. Tale evento non fu casuale: Pappé scrive che l’eccidio va inquadrato nell’ambito dell’operazione “Talpa”, un piano di espulsione dei restanti palestinesi in caso di un nuovo conflitto con i paesi arabi e il massacro di Kafr Qasim costituiva un test circa la propensione della restante popolazione palestinese a fuggire oltre la linea verde. Malgrado il governo di Ben Gurion avesse cercato di occultare l’eccidio, questo fu portato alla luce del sole grazie all’attività dei deputati comunisti e di un deputato del partito socialista sionista Mapam. Il processo che seguì inflisse delle pene molto leggere seguite da ulteriori condoni.

 

Gran parte delle leggi discriminatorie nei confronti dei palestinesi passano, senza mai menzionare i soggetti verso cui sono dirette, attraverso il fatto che gli arabi israeliani sono esenti dal servizio militare. Ad esempio, disposizioni riguardo l’usufrutto di servizi sociali o di altri tipi di sovvenzioni includono la clausola che i richiedenti devono aver effettuato il servizio militare. Nella popolazione ebraico-israeliana – la sola che veramente conti dato che gli altri ci sono perché o l’esercito non ha fatto in tempo a cacciarli via o perché sono riusciti a rimanere aggrappati ai loro paesi e/o a nascondersi in villaggi vicini a quelli investiti dal terrorismo dell’Haganà –  l’esonero dei palestinesi dall’esercito fornisce la giustificazione circa la natura non razzista delle misure di discriminazione.

Meritatamente Pappé porta a conoscenza del grande pubblico la vera storia dell’esclusione dalla leva dei palestinesi israeliani. A metà degli anni ’50 il governo israeliano mise i palestinesi di fronte alla prova, chiamandoli ai centri di reclutamento dell’esercito. Sollecitati anche organizzativamente dal Partito Comunista d’Israele, che era la maggiore formazione politica tra i palestinesi israeliani e la sola forza di ricostituzione della loro identità palestinese, i giovani in età di leva accorsero in massa con grande sorpresa del governo. Colte in contropiede le autorità non ripeterono mai più l’esercizio ma hanno da sempre usato la falsa scusa del rifiuto palestinese di servire nell’esercito per giustificare le misure discriminatorie.

L’arbitrio del regime militare verso i palestinesi era totale. Non solo i coprifuoco erano ingiustificati e applicati per terrorizzare la popolazione palestinese ma i soldati potevano intimare l’alt e sparare, anche su bambini, in condizioni ‘normali’. Avendo, una parte di quegli anni, vissuto da ragazzo in Israele come figlio di una famiglia dell’establishment sionista socialista, posso dire che la segregazione era totale.

Pappé scrive che il governatorato militare proibiva ai palestinesi l’accesso al 93% del territorio nazionale. Per noi ‘ebrei’ del luogo, Israele era – ed é per gli ‘ebrei’ israeliani di oggi – un paese liberissimo di cui si poteva e si può dire peste e corna fermo restando il fatto che gli ‘arabi’ volevano e vogliono ‘distruggerci’ e quelli rimasti in Israele – una potenziale quinta colonna – dovevano ringraziarci per tollerarli. In ogni caso, la Terra d’Israele è nostra da oltre 3000 anni, eccetera.  Noi ‘ebrei’ abbiamo quindi ragione a priori!

Benché sottoposti al regime militare i palestinesi israeliani potevano votare e questo, dal lato propagandistico, cancellava ogni discriminazione. Guardando poi da vicino si scopre che la situazione era ed é assai diversa, ma su questo tema rinvio ad un altro lavoro di Pappé. (12) La situazione, allargando il tema trattato da Pappé, era gravissima per i palestinesi cittadini israeliani di terza o quarta classe col diritto di voto come foglia di fico che copriva la realtà effettiva. L’assenza per loro di uno stato di diritto significava essere esposti ad uccisioni da far west. Ben Gurion era consapevole dello stato di cose e ne era preoccupato non per ragioni di democrazia verso i palestinesi  ma perché pensava che gli assassinii compiuti dai soldati verso gli arabi israeliani potessero ripercuotersi sull’immagine di Israele. Di recente Gidi Weitz di Ha-aretz ha riportato alla luce i verbali desecretati di una riunione del consiglio dei ministri del 1951 nella quale Ben Gurion parlò nella veste del suo secondo ruolo, quello di Ministro della Difesa, strabiliando gli stessi ministri:

“Non sono il Ministro della Giustizia, non sono il Ministro di Polizia e non sono a conoscenza di tutte le azioni criminali commesse ma come Ministro della Difesa, conosco alcuni di questi crimini e devo dire che la situazione fa paura specialmente in relazione a due aspetti: 1) omicidi e 2) atti di stupro”. E aggiunse: “persone dello Stato Maggiore mi dicono – ed é anche la mia opinione –  che fintanto che un soldato ebreo non viene impiccato per aver ucciso degli arabi, questi omicidi non cesseranno”.

Ben Gurion colse perfettamente l’essenza della dimensione razzista di Israele, allora ancora in formazione ma oggi non più eradicabile su cui la professoressa (Premio Sakharov del Parlamento Europeo) Nurit Peled Elhanan dell’Università ebraica di Gerusalemme, ha scritto pagine preziosissime. (13)

Terza parte (Continua)

fonte: rproject.it

Immagini liberamente inserite da Invictapalestina.

Ringraziamo rproject  per l’autorizzazione alla pubblicazione e l’autore Joseph Halevi per un lavoro così impegnativo.

Note

10 E’ indicativo che durante il massacro di Deir Yassin perpetrato dall’Irgun nell’aprile del 1948, una formazione dell’ufficiale Haganà stazionasse a pochissimi chilometri di distanza senza alzare un dito. Le bande criminali ebbero tutto il tempo di esibire la popolazione catturata per le strade di Gerusalemme, di riportarla a Deir Yassin e di sterminarla senza che l’Haganà facesse nulla per impedirlo.

11 Vedi Mondoweiss del 27/12/2017: http://mondoweiss.net/2017/12/israeli-sentences-trespassing/?utm_source=Mondoweiss+List&utm_campaign=32481edf23-RSS_EMAIL_CAMPAIGN&utm_medium=email&utm_term=0_b86bace129-32481edf23398519897&mc_cid=32481edf23&mc_eid=9728f22b82

12 Ilan Papp é, The Forgotten Palestinians: A History of the Palestinians in Israel, New Haven, CT: Yale University Press, 2013.

13 Nurit Peled Elhanan: La Palestina nei testi scolastici di Israele. Ideologia e propaganda nell’istruzione. Milano: EGA-Edizioni Gruppo Abele, 2015.

 

GERUSALEMME. 100 ARTISTI E INTELLETTUALI SI SCHIERANO CON LORDE CONTRO ISRAELE.

OLTRE CENTO TRA ARTISTI E INTELLETTUALI FIGURANO TRA I FIRMATARI DELLA LETTERA IN SOLIDARIETA’ DELLA CANTANTE LORDE PUBBLICATA DAL GUARDIAN: “la decisione della cantante neozelandese di non esibirsi a Tel Aviv”.  ctRA I FIRMATARI CI SONO: Mark Ruffalo, Peter Gabriel, Roger Waters. John Cusack, Ken Loach, Angela Davis e Alice Walker

La pop star Lorde

Gerusalemme. 9 gennaio 2018, Nena News – La cantante neozelandese Lorde,che nelle scorse settimane si era schierata contro la decisione di Trump su Gerusalemme capitale di Israele e la violenta repressione dell’esercito contro i palestinesi,, è stata attaccata e accusata di essere “una antisemita”.

Le lobby ebraiche e i gruppi Gruppi pro-Israele hanno comprato pagine di quotidiani importanti,come il Washington Post, per protestare contro la decisione do Lorde di non esibirsi a Tel Aviv la prossima estate in solidarietà al popolo palestinese e contro le politiche repressive di Israele verso i palestinesi.

Il sostegno a Lorde è invece giunto da oltre 100 artisti, musicisti, scrittori, attori e registi che hanno firmato una lettera aperta, pubblicata su The Guardian a sostegno del diritto della pop star di cancellare il suo spettacolo in Israele.

Tra i firmatari l’attore Mark Ruffalo, il cantante Peter Gabriel, Roger Waters dei Pink Floyd,particolarmente attivo nel Bds, l’attore John Cusack, il regista britannico Ken Loach, la storica attivista dei diritti civili Angela Davis e la scrittrice Alice Walker.

La lettera che critica le organizzazioni che hanno attaccato la cantante spiega:”Deploriamo le tattiche di bullismo utilizzate per difendere l’ingiustizia nei confronti dei palestinesi e per sopprimere la libertà di coscienza di una artista.Sosteniamo il diritto di Lorde di prendere posizione”.

Lorde aveva preso la sua decisione di annullare l’impegno a Tel Aviv dopo che ad essa si rano rivolte due attiviste una palestinese e una israeliana, Nadia Abu-Shanab e l’ebrea Justine Sachs,per chiederle di annullare che la performance programmata a Tel Aviv: “L’esibizione a Tel Aviv sarà vista come un supporto alle politiche del governo israeliano anche se non farai alcun commento politico”.

Lorde successivamente ha annunciato l’annullamento della data in Israele affermando di aver fatto «la scelta giusta». Nena News

 

 

TORINO. REGIONE PIEMONTE: ISTITUTI AGRARI UNA RISORSA PER IL FUTURO.

Gli Istituti Agrari: una risorsa per il futuro, un progetto di comunicazione

 

Al via un progetto di comunicazione, informazione e animazione sul PSR 2014-2020 rivolto agli Istituti superiori con indirizzo agrario del territorio piemontese, per fornire a docenti e studenti una conoscenza specifica e applicativa delle politiche agricole comunitarie e favorire la loro partecipazione attiva.

di Valentina Archimede, Regione Piemonte

Comunicare l’agricoltura

Comunicare l’agricoltura oggi richiede una progettazione complessa. Non ci troviamo solo di fronte a un settore in evoluzione, nel quale stanno crescendo molti giovani che portano competenze qualificate e forti motivazioni, nel quale gli obiettivi di tutela ambientale stanno diventando patrimonio comune, ma ci troviamo a confronto con un mondo che ha molti attori e un pubblico crescente di spettatori attenti. La figura stessa dell’agricoltore è più diversificata: in virtù del ricambio generazionale, delle nuove competenze richieste, dei cambiamenti di mercato, i protagonisti si differenziano per età, formazione, aspirazioni.

Allo stesso modo si sta ampliando e diversificando una fascia di cittadini che, pur estranei al settore, mostra attenzione per un contesto che, per ragioni storiche, sociali, antropologiche, è stato a lungo chiuso in se stesso e conosciuto solo superficialmente o marginalmente. In tempi recenti, grazie a un maggiore interesse diffuso per i temi ambientali, per i prodotti locali, per la riscoperta delle tradizioni e delle origini, per una fruizione più consapevole del territorio, molti cittadini si sono avvicinati al mondo agricolo e rurale.
Un’esperienza interessante che la Regione Piemonte sta avviando, nell’ambito del piano di comunicazione del Programma di sviluppo rurale 2014-2020, è un progetto di comunicazione, informazione e animazione rivolto agli Istituti agrari (Istituti tecnici superiori) del territorio piemontese.

La collaborazione con gli Istituti Agrari è apparsa, sin dall’inizio, perfettamente naturale. Il target raggiungibile incrocia entrambi i filoni strategici per la comunicazione: gli studenti degli agrari rappresentano gli imprenditori agricoli, i tecnici e i consulenti del futuro, quel nucleo di giovani qualificati e motivati che stanno popolando il settore agricolo, alcuni dei quali proseguiranno gli studi in ambito universitario, anche specialistico. Dall’altro lato, gli studenti sono innanzitutto giovani cittadini, interessati e sensibili a questi temi, rispetto ai quali possono essere “moltiplicatori” di messaggi nei confronti delle loro famiglie e gruppi di coetanei. Altrettanto strategiche sono le figure degli insegnanti, che nel progetto svolgeranno il ruolo di mediatori/facilitatori di percorsi educativi e formativi individuali e di gruppo.

Il progetto

Si tratta di un progetto di comunicazione, informazione e animazione sul Programma di sviluppo rurale 2014-2020 rivolto agli Istituti superiori con indirizzo agrario del territorio piemontese, coprogettato con gli Istituti stessi e concordato con l’Ufficio Scolastico Regionale del Piemonte. Si inserisce inoltre all’interno di un format proposto dalla Rete Rurale Nazionale. Intende fornire a docenti e studenti una conoscenza specifica e applicativa del PSR e delle politiche agricole comunitarie e favorire la loro partecipazione attiva nelle modalità e negli obiettivi.
Gli Istituti agrari piemontesi sono complessivamente 17 e coprono tutte le province piemontesi. Sono coordinati in rete attraverso la RIAP (Rete Istituti Agrari Piemontesi), collegata alla RENISA (Rete Nazionale). Il progetto è di carattere triennale e si articolerà negli anni scolastici 2017/2018, 2018/2019, 2019/2020 (il primo anno sarà inteso come avvio e sperimentazione).
L’intero progetto è caratterizzato da un approccio comunicativo e partecipativo e segue un percorso a tappe, che permette, a partire da una formazione generale, di arrivare a sperimentare un progetto applicato, con meccanismi premianti, mirati a stimolare l’interesse dei partecipanti e a favorire il dialogo e lo scambio di esperienze. La parte prettamente formativa è mista, con momenti in presenza e utilizzo di piattaforme e-learning avanzate e di strumenti interattivi (webinar, chat, possibilità di realizzare e condividere propri materiali) messi a punto in collaborazione con Csi Piemonte. La formazione teorica si alterna con esperienze dirette sul campo, che coinvolgono aziende agricole beneficiarie del PSR e altri soggetti del territorio in qualità di testimonial.

Dai docenti agli studenti

Le attività vere e proprie saranno avviate con il nuovo anno scolastico, tra ottobre e dicembre 2017, con un percorso formativo per docenti, in parte in aula, in parte in e-learning. La struttura e il taglio dei moduli e-learning saranno progettati a partire da un “assessment” delle competenze, sia digitali che di materia, ovvero un sondaggio preliminare on line per mirare in maniera più efficace i contenuti e la metodologia didattica.
La formazione per gli studenti è un percorso realizzato totalmente in e-learning, utilizzando una piattaforma virtuale, svolto in classe con il supporto dei docenti precedentemente formati in qualità di tutor/facilitatori. Periodicamente verrà pianificato un “briefing day” o webinar, in cui studenti e docenti potranno, collegandosi contestualmente in momenti predefiniti, rivolgere domande ad esperti. Verranno inoltre monitorati l’efficacia del percorso formativo e la soddisfazione degli studenti coinvolti (attraverso sondaggi e “assessment”).
I contenuti, incentrati sul Programma di sviluppo rurale, saranno focalizzati, in questo primo anno, sui temi agroambientali e avranno altri focus tematici negli anni successivi. Sono previsti test di valutazione intermedi e test finale. Il percorso formativo potrà essere riconosciuto quale credito formativo per i docenti e quale monte ore del progetto di alternanza scuola/lavoro per gli studenti dal 3° al 5° anno.
Contestualmente si svolgerà la campagna informativa nei confronti delle aziende agricole per sensibilizzare le aziende stesse sulla possibilità di accogliere studenti degli Agrari all’interno di progetti di Alternanza Scuola Lavoro. Questo potrà favorire l’ampliamento della rete di aziende attive e disponibili, favorendo il contatto tra i soggetti formativi e le realtà produttive.

Sul campo

Gli studenti più meritevoli in base al superamento del test di valutazione finale del percorso e-learning, selezionati in collaborazione con gli insegnanti, potranno accedere a visite aziendali in giornata, organizzate presso aziende beneficiarie del PSR sul territorio.
Agli studenti si chiederà di realizzare un breve video di pochi minuti, con semplici mezzi alla portata di tutti (smartphone) per raccontare l’esperienza vissuta e le lezioni apprese. I video saranno valutati e i vincitori parteciperanno al Rural Camp. Si tratterà di una settimana residenziale intensiva, in una sede da definire che ospiterà studenti, docenti ed esperti selezionati tra i più attivi nel corso dell’intero progetto. Durante la settimana verranno approfonditi temi PSR, coinvolte aziende beneficiarie in qualità di testimonial, e condotti gruppi di lavoro in forma laboratoriale per arrivare a elaborare un progetto applicativo, simulando una domanda e un business plan di insediamento giovani, investimenti e interventi di sostenibilità ambientale.