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ROMA. P.D.=VOTATI AL MARTIRIO, DRITTI DRITTI VERSO LA SCONFITTA ELETTORALE. LETTA:”AVREI VOLUTO CANDIDARVI TUTTI”.

L’analisi sviluppa ad Agosto quando ancora la data delle elezioni era lontanissima dal risultato devastante del 25 settembre 2022.

Quotidiano on line

C’era una volta il P.D., una comunità di persone di diversa estrazione sociale e politica: militanti provenienti dall’esperienza comunista, cattolici, democratici, rappresentanti dei movimenti e “cani sciolti”.

I candidati da presentare come rapprentanti al parlamento nazionale,la camera dei deputati, e al Senato venivano scelti sul territorio con le primarie, una esperienza di cemocrazia dal basso, che adesso non siste più. Prima Renzi con le candidature dall’alto decise insieme a pochi fedelissimi ed ora Letta che ha spiegato: “avrei voluto ricandidarvi tutti” ma visto che i posti a disposizione sono pochi allora decido chi è meritevole di sedere in parlamento e chi no!

La decisione verticistica nella scelta dei candidati alle elezioni politiche hanno provocato una divolta nella base, dei sindaci, nei territori e nelle federazioni

Giorni difficili liti furibonde, scontri al vetriolo, coltelli dietro la schiena fino alla notte di ieri. Una notte molto fonda, sprofondata nel buio, convocata…

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ALESSANDRIA. ELEZIONI 2022. P.D. NON UNA SCONFITTA, MA LA DISFATTA DELLA POLITICA AUTOREFERENZIALE AFFETTA DALLA SINDROME DEL BOY SCOUT.

I risultati delle elezioni politiche erano nell’aria, anzi meglio li si conoscevano da mesi, ma Enrico Letta ignorando le richieste e le pressioni per trovare un punto di intesa con il M5S e Conte( 4 o 5 punti programmatici su cui confrontarsi, da realizzare nella prossima legislatura e costruire una alleanza politica che potesse competere con la destra a trazione F.d’I, che da più parte arrivavano dalla base ha preferito ancora una volta puntare sul suicidio politico del Partito Democratico e avviarsi verso una sconfitta solitaria o quasi, ma alcuni personaggi in rappresentanza della sinistra è riuscito a farli eleggere ugualmente in parlamento: Della vedova, Casini e Tabacci se non sbaglio. Congratulazioni a Enrico Letta a tanti bravi compagni da ani impegnati in politica e nel sociale ha preferito i profesionisti della politica da sempre schierati da tutt’altra parte.

Ma le elezioni si possono perdere, in democrazia e parte delle regole del gioco. 

Dalle sconfitte dovremmo prendere preziose lezioni e qualche volta servono più delle vittorie, specialmente quelle troppo risicate con gli inquilini pronti a cambiare casacca e partito a convenienza. Ma la sconfitta dovrebbe obligare lo sconfitto o gli sconfitti a riflettere, riavvolgere il nastro per analizzare una ad una le scelte politiche, ma le ultime della campagna elettorale, ma quelle fatte nei mesi e negli anni precedenti le elezioni.

Le sconfitte ci stanno, ma quella del il P.D. è un disastro epocale in cui tra la sconfitta di Matteo Renzi, 2018, e l’ultima delle politiche 2022 hanno liquidato un patrimonio di consenso che si reggeva dalla nascita della Repubblica.

Una sconfitta resa ancora più amara perché dopo aver ricostruito il centro sinistra alle regionale e alle amministrati Il P.D. ha perso nelle regioni tradizionalmete Rosse, dove neppure 50 anni di strapotere della Democrazia Cristiana era riuscita a scalfire, Toscana e in Emilia Romagna, con distacchi troppo spesso umilianti.

Regioni che hanno pagato più di altre l’occupoazione nazifascista con tributi di sangue tra ipiù alti nella lotta di Liberazione, regioni che sulle loro mappe portano incisi i nomi di Sant’Anna di Stazzema e di Marzabotto.

Un disastro di proporzioni epocali che impongono non una riflessione, ma la totale rifondazione del partito che più di ogni altro rappresenta quella parte di Paese che non intende piegarsi al neofascismo strisciante alla Orban, il ritorno al medioevo, rappresentato da Giorgia Meloni con i suoi attacchi alle libertà fondamentali garantite dalla Costituzione e ai diritti insiti di una società moderna.

La rifondazione del partito la merita quella parte di eletorato che per anni ha votoato il P.D. turandosi il naso, accettando le leadership più improbabili per un partito che ha la solidarietà nel suo D.N.A., vomitando pur di non far vincere la destra neofascista. I dirigenti del Pd, Enrico Letta in testa, hanno pensato che avrebbero per l’ennesima volta avrebbero potuto contare sullo zoccolo duro della sinistra, un voto basato sull’accettazione del meno peggio.

Ma non avere alcuna rappresentanza politica ha spinto gli elettori di sinistra a restare a casa o ad annullare le schede perché la rappresentanza è un punto centrale in poolitica, specie dopo il 1980, che ha rappresentato il giro di boa nelle relazioni sindacali e imposto il nuovo ordine sociale, i bisogni, le speranze e la visione del mondo di chi sceglie di votare un partito che dovrebbe rappresentare gli interessi socio-economici di tutte le realtà economiche.

Ma il Pd ha scelto di abbandonare quella che un tempo era conosciuta come scelta di campo e rappresentare sempre di più i ceti benestanti, le imprese, i professionisti ricchi e in questo quadro ha selezionato una classe dirigente troppo spesso arrogante, spocchiosa, scarsamente preparata e in alcuni casi decisamente di parte, dalla parte non di chi lavora, ma del padrone ovviamente.

Il P.D. ha deliberatamente scelto di non rappresentare più il lavoro dipendente, la classe operaia, che ancora esiste e vive una delle stagioni più drammatiche dalla sua nascita, classe operaia che preferisce votare gli eredi di deportatori di ebrei, fucilatori di partigiani al figlio di deportati uccisi nei campi di sterminio. Partito Demoocratico che ha scelto di stare con Confindustria piuttosto che con i sindacati, con confindustria che ancora una volta ha scelto di appoggiare incondizionatamente gli ersedi del fascismo, gli stessi già all’epoca finanziarono la marcia su Roma.

Sono scelte strategiche, consolidate negli anni, che hanno dato i loro frutti amari, al veleno, che hanno avvelenato la vita del partito e i suoi militanti fino d oggi, giorno in cui Enrico Letta ha deciso di dimettersi irrevocabilmente da segretario del partito nonostante abbia, in conferenza stampa, scaricato le colpe della sconfitta del P.D. e la vittoria dei neofascisti a Conte e ai Cinquestelle, nonstante siano stati gli unici ad arginare la valanga nera soprattutto al sud.

La colpa di Conte aver fatto cadere il governo Draghi, ma a Gianni Letta e al P.D. non è stato neppure per un momento sfiorato dall’idea che la gente, quella normale, che soffre per il lavoro che non c’é, per le bollette troppo salate da pagare, le famiglie che non arrivano a fine mese per il caro vita, l’aumento ingiustificato dei carburanti, per l’incomprensibile l’appoggio incondizionato a Zelensky senza se e senza ma, l’aver sdoganato i gruppi paramilitari neonazisti di Azov come patrioti senza condannare i crimini di cui si sono resi responsabili contro personalità della sinistra Ucraina, la messa fuorilegge di 11 formazioni di sinistra e l’arresto fino a 5 anni per chi era solo sospetato di essere comunista, la rimozione della strage nella casa del sindacato del 2014, i massacri di civili compiuti in Donbass hanno condizionato il voto, un voto che ha premiato FdI e M5S a dimostrazione che forse la gente del governo Draghi e delle sue politiche ne aveva le scatole piene.

La sfida che il P.D. deve affrontare nei prossimi anni è dettata dalla scelta di campo credibile, la stessa che si impone a una formazione politica che dia voce e rappresentanza a quella parte di Paese che sta pagando il prezzo più alto di anni di crisi economica. Un soggeto politico che punti sulla giustizia sociale, sulla sicurezza sul lavoro, che metta in campo strumenti efficaci per contrastare l’evasione fiscale che riduca le tasse sul lavoro dipendente, che sappia coniugare lavoro e difesa dei diritti; della sanità pubblica per invertire la tendenza della fuga di medici e infermieri malpagati e costretti a turni infami, che sappia affrontare la tragedia dei salari degli italiani tra i più bassi d’Europa; che chieda di investire sulla ricerca, sulla formazione dei giovani in fuga dall’Italia, stritolati dal clientelismo e dal nepotismo feudale e che finalmente sia capace di ascoltare la voce della gente, non solo quella che vive nelle Ztl, ma quella delle periferie e delle campagne dove F.d’I ha fatto il pieno di voti.

Serve un congresso che sappia non solo dare una rimescolata ai poteri delle correnti interne di una Democrazia Cristiana, una balena bianca malamente ricostituita, ma assai più spocchiosa e arrogante della vecchia, ma un partito con valori chiari e riferimenti precisi, che decida da che parte stare, chi rappresentare e quali interessi difendere perché è l’unico modo per far tornare la gente a occuparsi di politica e soprattutto a votare.

Caro Enrico Letta, nonostante la mia stima personale, sono felice di aver appreso della convocazione del congresso e della tua auto-esclusione dalla candidatura alla segreteria del partito perché la discussione e la rifondazione del Partito Democratico deve ripartire dalla discussione, dal chi siamo, dove andiamo, chi vogliamo rappresentare e poi finiamola con la sindrome del boy scout che mette pezze eripara tutti i danni che producono i governi di destra, per sentirsi poi rinfacciare che i nostri sono governi non eletti dal popolo o peggio siamo il cancro della politica, gli affamatori del popolo che gli negano le libertà. Il popolo ha scelto di essere governato da Giorgia Meloni, bene che si asuma le sue responsabilità e come immagino riporterà il paese al fallimento, come accadde nel 2011, bene che allora il paese fallisca per sua scelta la sua scelta elettorale e responsabilità.

Il nostro compito e stare e fare opposizione alle politiche medioevali delle destre, non mettere pezze su pezze al culo di un popolo che non ci ha scelti o peggio ha di nuovo scelto di affidarsi al salvatore della patria con il suo miracolo economico, all’unto dal Signore prima e alla Madonna dei miracoli il 25 settembre 2022.

Giuseppe Amato

FERRARA. LE RAGAZZE MONDIALI SONO TORNATE, GIACINTI E BOATTIN REGALANO ALLE AZZURRE IL PASS PER IL MONDIALE 2023

Inutile la vittoria della Svizzera per 15 a 0, è l’Italia ad andare ai mondiali.

Foto Andrea Amato – PhotoAgency – Fonte: FIGC

Dopo un percorso durato un anno, caratterizzato da grandi prestazioni, gioie e dalla provvidenziale rimonta sulla Svizzera, la Nazionale Femminile può finalmente festeggiare la qualificazione al Mondiale. A Ferrara l’Italia supera 2-0 la Romania conquistando il pass diretto per la competizione che si disputerà nell’agosto del 2023 in Australia e Nuova Zelanda. Serviva una scossa dopo il deludente Europeo di questa estate e la reazione delle Azzurre, come al solito, non si è fatta attendere. Nel primo tempo è arrivata la rete di Giacinti, nella ripresa il primo sigillo in Nazionale di Boattin che di fatto ha chiuso i giochi: dopo il fischio finale la squadra ha celebrato la seconda qualificazione consecutiva alla fase finale della competizione insieme ai circa 3mila spettatori presenti al ‘Mazza’, godendosi tra sorrisi, abbracci e qualche gavettone questa afosa ma perfetta serata di fine estate.

“Siamo molto felici, è la prima volta nella nostra storia che ci qualifichiamo a due Mondiali di fila e sappiamo quanto sia importante per il movimento e per questo gruppo di ragazze – ha dichiarato la Ct a fine partita – per loro partecipare a una competizione simile è fantastico, penso che sia anche una forma di riscatto dopo l’Europeo e le lacrime di molte calciatrici lo testimoniano”.

La partita – Nel match che mette in palio il biglietto aereo per l’Oceania, Milena Bertolini conferma i 10/11 della formazione che quattro giorni fa ha travolto la Moldova. L’unica novità riguarda l’inserimento a centrocampo di Greggi, che prende il posto di Rosucci – una delle migliori nella gara di Chișinău – per dare maggior dinamismo alla squadra, priva delle infortunate Gama, Bergamaschi, Bonansea, Cernoia, Durante e Linari. Confermata quindi l’inedita coppia difensiva formata da Lenzini e Filangeri, in regia c’è Rosucci, mentre in attacco Bonfantini e Giacinti agiscono ai lati di capitan Girelli, autrice di una straordinaria tripletta nella gara d’andata.

L’Italia inizia con il freno a mano tirato, sbaglia qualche appoggio di troppo e sembra accusare un pizzico di tensione, un mix di ingredienti che non permette alle Azzurre di proporre il solito gioco caratterizzato da qualità, palleggio e improvvise verticalizzazioni. I primi 25’ scorrono via senza grandi emozioni, serviva un episodio per sbloccare la partita che, puntuale, arriva poco prima della mezz’ora: Greggi con caparbietà recupera un pallone sulla trequarti avversaria e innesca Giacinti, brava nel controllo in corsa e nel successivo diagonale sinistro che non lascia scampo all’incolpevole Paraluta. Il gol sblocca l’undici di Milena Bertolini, che da quel momento aumenta il ritmo riuscendo a presentarsi con maggiore continuità nei pressi della porta avversaria. Prima dell’intervallo arrivano i tentativi di Giacinti, Boattin e Caruso, le cui conclusioni si spengono però sul fondo senza impensierire l’estremo difensore romeno.

La notizia dell’8-0 della Svizzera sulla Moldova dopo solo 45 minuti scuote ulteriormente le Azzurre, che rientrano in campo con maggiore aggressività e con il desiderio di chiudere quanto prima la partita e, di conseguenza, il discorso qualificazione. Giugliano e Greggi si alternano in cabina di regia e tentano di innescare le attaccanti, che però faticano a trovare dei varchi nel muro difensivo eretto dal tecnico Cristian Dulca.

Nell’altra metà campo, invece, Giuliani fa da spettatrice non pagante e incita le compagne di reparto, che continuano a interrompere con decisione le rare incursioni della Romania, mai realmente pericolosa. Al 65’ Giugliano dribbla la sua marcatrice e ci prova dalla lunga distanza, ma il tiro della centrocampista è troppo centrale e viene bloccato con sicurezza da Paraluta. Due minuti dopo Bertolini fa entrare Glionna al posto di Bonfantini e sostituisce Greggi con Rosucci, chiamata a fare da schermo davanti alla difesa per complicare ancora di più il lavoro offensivo delle avversarie.

La svolta arriva al 73’, è quello il momento in cui l’Italia di fatto conquista l’agognato pass mondiale. Al termine di un’azione iniziata sulla sinistra da Giacinti, il pallone viene respinto dalle romene e finisce sui piedi di Boattin, che fa partire un sinistro molto potente da circa 20 metri che piega le mani al portiere avversario dando il via all’esultanza liberatoria delle calciatrici italiane. Per l’esterno della Juventus si tratta della prima rete in azzurro, festeggiata mandando baci alla tribuna dove siedono la famiglia e le sue compagne di club e di Nazionale Gama, Bonansea e Salvai. Milena Bertolini, rinfrancata dal doppio vantaggio, concede minuti a Galli e Cantore e la meritata standing ovation a Girelli e Caruso, applaudite da tutto lo stadio che ormai vede il traguardo a un passo e si appresta a celebrare la quinta vittoria su cinque gare disputate al ‘Mazza’ dalle Azzurre.

Al triplice fischio inizia la festa delle calciatrici tra balli e foto di gruppo. L’Australia e la Nuova Zelanda attendono la Nazionale di Milena Bertolini, che avrà poco meno di un anno di tempo per prepararsi al torneo iridato. Le Ragazze Mondiali sono tornate.