Categoria: NOTIZIE DAL MONDO

KABUL. “KABUL ADDIO”, PARTITO L’ULTIMO C-130 CON L’AMBASCIATORE PONTECORVO, IL CONSOLE CLAUDI, I CARABINIERI E I MILITARI IMPEGNATI IN AFGANISTAN.

Afghanistan, Kabul addio, il giorno dopo gli attentati è partito dall’aeroporto l’ultimo C-130 italiano con a bordo i militari impegnati in Afganistan, i Carabinieri, l’Ambasciatore Pontecorvo e il console Claudi.

Il giorno dopo il sanguinoso attentato a Kabul, che dalle ultime notizie il numero delle vittime è salito a 170 morti(13 soldati americani e almeno 90 civili afgani), in un clima che resta teso per il timore di nuovi attentati con autobombe e razzi. Ma la minaccia di nuovi attacchi da parte dell’Isis-K, ha spiegato il Ministro della Difesa Britannico Ben Wallace, aumenta man mano che le forze straniere lasceranno il Paese: “Sono preoccupato. L’Isis ha uno scopo, ha la capacità, se lo desidera, di realizzare un maggior numero di questo tipo di attacchi. Sono assolutamente preoccupato che, finché non ce ne saremo andati, ci sarà una sicura minaccia per le nostre forze, e anche dopo che saremo andati via ci sarà una minaccia per il popolo afgano da parte dell’Isis”. 

Le immagini raccapriccianti all’esterno dell’aeroporto di Kabul, il giorno dopo gli attentati suicidi, lasciano spazio al rischio di nuovi attentati e alla partenza dell’ultimo volo militare italiano che da riporta in Ialia i militari impegnati nella missione, i carabinieri e il console Claudi.

“Afghanistan addio” con alcuni giorni di anticipo, sulla data ultima indicata per lasciare il paese, il personale italiano è stato evacuato e partito a bordo dell’ultimo C-130 italiano che ha imbarcato il console Claudi, l’ambasciatore Pontecorvo, i militari ed i carabinieri che hanno contribuito alle operazioni di evacuazione. La partenza è stata annunciata dal Ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, durante una conferenza stampa congiunta con il ministro russo, Sergei Lavrov.

Luigi Di Maio ha spiegato che in questi giorni, grazie al coordinamento con il ministero della Difesa, sono stati evacuati dall’Afghanistan “tutti gli italiani che volevano rientrare e circa 4.900 cittadini afghani” ed annunciato un “vertice straordinario del G20” sulla crisi in Afghanistan che “permetterebbe di rafforzare il coordinamento internazionale” sulle cinque priorità indicate dal governo italiano. Di Maio ha parlato delle “pesanti incertezze gravano nel futuro” dell’Afghanistan ed il G20 può rappresentare una “fondamentale piattaforma” per favorire una “gestione responsabile” della crisi. Con il ministro Lavrov abbiamo ribadito la nostra volontà di dialogare e collaborare in questa fase estremamente delicata sull’agenda internazionale”. In un contesto che non può che suscitare profonda preoccupazione Mosca è un attore fondamentale per gestire l’attuale situazione di crisi e, in prospettiva, per giungere a un approccio internazionale umanitario”. Dovremmo vigilare affinché il Paese non torni ad essere un rifugio sicuro per il terrorismo e concordare a livello internazionale una strategia per gestire l’impatto migratorio” dall’Afghanistan e a Lavrov ho sottolineato l'”importanza di giungere a un approccio internazionale unitario perché solo un’azione globale potrà essere efficace nei confronti delle nuove autorità di Kabul”.

Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha sottolineato che l’Italia ha garantito alla Russia che nel G20 dedicato all’Afghanistan saranno invitati Pakistan, Iran e altri Paesi direttamente interessati alla crisi, ma che non fanno parte del gruppo e la Russia ha sottolineato “la necessità di realizzare un formato inclusivo”.

Lavrov ha dichiarato che :”Abbiamo ottenuto il sostegno e la promessa dei colleghi italiani che saranno invitati anche questi Paesi se si realizzerà questa iniziativa”, che “la priorità della Russia è la sicurezza dei nostri alleati, gli stati a sud della Russia, che sono esposti al pericolo dei confini aperti. La Russia è pronta a rispettare gli accordi che gli Stati Uniti hanno raggiunto con i Talebani”, precisando che bisogna ora capire meglio quale ruolo vedono i nostri partner per la Russia nel G20″.

La Russia che ha mantenuto il dialogo con i rappresentanti dei Talebani ha spiegato che non è solo loro la responsabilità per quanto sta accadendo.

Il premier Mario Draghi e il ministro Lavrov durante l’incontro al palazzo Chigi hanno parlato della situazione in Libia e in particolare della necessità di proseguire con il dialogo politico promosso a Ginevra dalle Nazioni Unite in vista delle elezioni di fine dicembre e della necessità di un rapido ritiro delle forze straniere dal Paese.

Draghi e lavrov hanno affrontato il ruolo dei diversi fori internazionali, compreso il G20, per discutere le prospettive di soluzione della crisi in Afghanistan.

KABUL. 40 MORTI E 120 FERITI. BAMBINI,DONNE, CIVILI E 4 MILITARI AMERICANI UCCISI IN UN ATTENTATO DELL’ISIS.

La polveriera Afghanistan sta esplodendo e come annunciato nei giorni scorsi : “attentato Isis imminente” dagli 007 Usa.

epa07992102 Afghan security forces inspect the site of a car bomb attack, which targeted a convoy of Ministry of Interior Affairs advisors, in Kabul, Afghanistan, 13 November 2019. According to the media at least seven people were killed and 18 others wounded in the blast. EPA/HEDAYATULLAH AMID

A Kabul in azione Kamikaze per realizzare un doppio attentato kamikaze e una sparatoria in aeroporto per uccidere quante più persone possibili. I morti accertati sono 40, 120 feriti tra cui bambini, civili, donne e 4 militari americani.

L’intelligence aveva previsto un attentato “imminente” dell’Isis all’aeroporto di Kabul.

L’intelligence americana aveva avvisato dell’organizzazione di un attento terroristico islamico prima della fase conclusiva dell’evacuazione dei civili afgani dal paese. Un’informativa degli 007 Usa avevano descritto il modus operandi dei militanti dello Stato Islamico, che avrebbero programmato di utilizzare oltre 10 attentatori kamikazerazzi e armi da fuoco per colpire le migliaia di afghani bloccati in attesa di imbarcarsi per lasciare il Paese e fuggire dai talebani.

Della “minaccia” terroristica aveva parlato anche il Pentagono attraverso le parole dei portavoce Jack Kirby e William Taylor “Sappiamo che c’è una minaccia dall’Isis” attorno all’aeroporto di Kabul.

Il presidente Joe Biden nelsuo discorso aveva fatto riferimento a questa minaccia come una delle ragioni che lo hanno portato a confermare la scadenza del 31 agosto per la fine delle operazioni di evacuazione dall’Afghanistan.

Il Pentagono ha confermato che tra i comandanti Usa sul terreno e i talebani è stata stabilita una linea di comunicazione per ‘filtrare’ le persone che accedono all’aeroporto in attesa di essere evacuate.

Il segretario di Stato americano Anthony Blinken descrivendo la situazione in una conferenza stampa ha spiegato: “Stiamo operando in un ambiente ostile in una città e un paese ora controllati dai talebani con una possibilità molto reale di un attacco dell’Isis”,

Nonostante le difficoltà del ponte aereo da Kabul lo sforzo per aiutare cittadini americani e collaboratori afghani a lasciare l’Afghanistan continuerà: “Lo sforzo continuerà ogni giorno dopo il 31 agosto e non è prevista una deadline. La gente che vuole lasciare l’Afghanistan dopo la partenza dei soldati americani deve poterlo fare. Faremo il possibile perché ciò avvenga”.

Blinken ha proseguito che: “Useremo ogni strumento diplomatico e di assistenza economica per assicurare che quanti vogliono lasciare l’Afghanistan dopo il 31 agosto possano farlo”. Blinken ha spiegato che gli Usa stanno pianificando “come continuare a fornire sostegno consolare a chi vorrà partire” e ha detto che almeno 4500 cittadini americani sono stati evacuati dall’Afghanistan e si sta attivamente cercando di raggiungerne un altro migliaio.

Altri 500 hanno ricevuto istruzioni “per raggiungere l’aeroporto in sicurezza” mentre per un migliaio di cittadini Usa e poi spiegato che “stiamo aggressivamente cercando di raggiungerli tramite molteplici canali di comunicazione”, ma che ha chiarito di non avere dati esatti, perché non tutti gli americani avevano informato le autorità di essere in Afghanistan e ci sono persone con doppia nazionalità e altri che potrebbero aver deciso di rimanere.

Le previsioni annunciate dagli 007 USA e dal Pentagono sono diventati una tristissima realtà e l’aeroporto di Kabul è stato attaccato e colpito duramente dall’Isis nel pomeriggio con un un doppio attentato kamikaze, seguito da una violenta sparatoria.

Prima l’esplosione di un Kamikaze per aprire la strada ai complici e poi la sparatoria all’aeroporto di Kabul, in cui sono stati uccisi almeno 40 persone, e almeno 120 diversi civili afghani sono rimasti feriti nell’esplosione, avvenuta presso uno dei cancelli di ingresso all’aeroporto di Kabul, l’Abbey Gate.  

Il portavoce del Pentagono ha confermato su twitter che 4 militari USA sono rimasti uccisi e 3 feriti, uno di loro è grave.

Il contingente militare tedesco non p stato coinvolto nell’attentato e non ci sarebbero stati feriti nell’attentato a Kabul, ma tre componenti della marina Usa e diversi soldati britannici sono rimasti feriti. 

Nell’attentato di Kabul, nessun italiano è rimasto coinvolto. L’esplosione è avvenuta in un’area lontana dall’area di competenza dei militari italiani che stanno operando per le fasi conclusive dell’operazione Aquila per l’ evacuazione dei cittadini afghani.  

Il presidente americano, Joe Biden, è stato informato dell’attentato all’aeroporto di Kabul e viene costantemente aggiornato sugli sviluppi dai vertici della sicurezza nazionale. 

KABUL. IL DRAMMA DEI PROFUGHI AFGANI DOPO IL RITORNO DEI TALEBANI. DONALD TRUMP:” TALEBANI, GRANDI NEGOZIATORI E COMBATTENTI TENACI”.

Donald Trump per una pura speculazione politica elettorale, durante le fasi finali del suo mandato presidenziale, ha firmato un accordo per restituire il potere ai Talebani dopo 20 anni di guerra in Afganistan, ma prima dell’accordo con i Talebani Trump aveva abbandonato i combattenti curdi, che si sono battuti contro il Daesh e lo stato islamico in Siria a fianco dell’esercito Usa, al loro destino prima dell’invasione turca del nord della Siria e il massacro del popolo curdo. La politica dell’amministrazione Trump disseminata di trappole per il successore sta dando i suoi frutti, infatti Biden ha raggiunto il minimo del gradimento dalla sua elezione a presidente e oggi, per la prima volta ha fatto filtrare la notizia che il disimpegno americano in favore dell’evacuazione dei civili potrebbe prolungarsi oltre il 31 agosto, data stabilita nell’accordo firmato da Trump e dai Talebani per l’abbandono dei militari americani del suolo afgano. I Talebani hanno minacciato ritorsioni se la data stabilita per il ritiro non verrà rispettata dall’amministrazione americana. Intanto il lavoro frenetico dei diplomatici non si ferma e in questo contesto non si ferma neppure il lavoro del console italiano a Kabul, Tommaso Claudi, che alcuni giorni fa è stato fotografato mentre era impegnato nelle operazioni di evacuazione di cittadini e afghani dal Paese tornato in mano ai talebani.

In alcune foto che hanno fatto il giro del mondo sui social il console prende di peso un bambino, spaventato dalla ressa e in lacrime, e lo aiuta a superare il muro perimetrale interno dell’aeroporto, diventato punto di ritrovo per le speranze di migliaia di persone che in questi giorni si sono accalcate in attesa di un volo militare per fuggire.

Il console protetto dal giubbotto antiproiettile ed elmetto a tracolla solleva il bambino, dell’apparente età di 6-7 anni, afferrandolo dalle braccia di un uomo che glielo porge per sottrarlo alla calca delle persone in attesa, composto da uomini donne e bambini sotto lo sguardo vigile di un soldato.

In un tweet il segretario generale della Farnesina, Ettore Sequi, scrive: “Grazie Tommaso”.

La tensione all’aeroporto di Kabul e alle stelle e si registra uno scontro a fuoco tra le forze di sicurezza afghane e un gruppo di assalitori all’ingresso nord dell’aeroporto di Kabul.

Il Twitter dell’esercito tedesco riferisce di un soldato afghano rimasto ucciso e di tre feriti e nello scontro sono state coinvolte le truppe tedesche e degli Stati Uniti, che non hanno registrato feriti.

I Taleban per bocca di Suhail Shaheen (un portavoce dei Talebani e membro del team di negoziazione), hanno minacciano reazioni forti se gli americani non rispetteranno l’impegno a ritirarsi entro fine mese: “Se gli Stati Uniti o la Gran Bretagna cercheranno di guadagnare tempo per continuare le evacuazioni dall’Afghanistan ci saranno delle conseguenze. Il presidente Biden, ha spiegato Shaeen: ” ha annunciato di rispettare la data del 31 agosto per il ritiro tutte le truppe americane come stabilito nell’accordo firmata da Donald Trump. Quindi se estendono il limite significa che stanno estendendo l’occupazione e non ce n’è bisogno si prefigura l’intenzione di continuare ad occupare” l’Afghanistan, si romperà la fiducia e ci sarà una reazione”.

I media britannici hanno dato notizia che  al vertice del G7 virtuale di domani il premier britannico Boris Johnson farà pressioni su Biden per posticipare il ritiro delle truppe oltre il 31 agosto perché si possano continuare le evacuazioni di civili dall’aeroporto di Kabul.

Il presidente americano Joe Biden ha mobilitato l’aviazione civile per potare a termine quella che ha definito la più grande operazione di evacuazione della storia: “Un’operazione difficile, dolorosa: ho il cuore spezzato nel vedere quelle immagini”.

Parlando nuovamente agli americani, Biden, ha confermando che ci sono discussioni in corso sull’ipotesi di estendere oltre il 31 agosto la permanenza delle truppe Usa in Afghanistan.

Biden ha confermato i timori per la minaccia terrorista legata soprattutto alla presenza del Daesh e ha ringraziato i Paesi come l’Italia, la Spagna e la Germania per l’attività di evacuazione che stanno portando a termine con gli Stati Uniti e a tutto il G7.

La vicepresidente Kamala Harris in una conferenza stampa a Singapore ha chiarito che l’obbiettivo principale è di evacuare i cittadini americani, gli alleati afgani e i gruppi vulnerabili: “In questo momento siamo concentrati singolarmente sull’evacuazione di cittadini americani, afgani che hanno lavorato con noi e afgani che sono vulnerabili, compresi donne e bambini”.

L’emergenza per l’evacuazione dei profughi non è solo all’aeroporto di Kabul ma soprattutto nelle basi Usa in Medio Oriente sempre più sovraffollate per l’arrivo di migliaia di rifugiati afghani, di cittadini americani e occidentali.

Sei compagnie aeree civili statunitensi, dall’American Airlines a Delta passando per United, stanno partecipando all’evacuazione mettendo a disposizione aerei di linea per trasportare in Europa e negli Stati Uniti le persone evacuate da Kabul a bordo dei cargo militari e ammassate nelle basi in Qatar, Bahrein ed Emirati Arabi.

Gli aerei civili partiranno per le basi in Germania, Italia, Spagna e altri Paesi europei, oltre che verso gli Stati Uniti.

Ma gli aerei di linea faranno anche la spola dalle basi Usa nel Vecchio Continente verso quelle statunitensi che rappresenta una boccata di ossigeno per l’aviazione militare americana impegnata da giorni nello sforzo immane per evacuare i civili da Kabul.

L’ordine alle società aeree è arrivato dal Pentagono dopo il via libera del presidente americano che, con una mossa che ha pochi precedenti, ha attivato il programma d’emergenza della Civil Reserve Air Fleet (Craf).

Il piano è nato 70 anni fa in piena Guerra Fredda, nel 1952, dopo il ponte aereo di Berlino del 1948, organizzato dalle potenze occidentali per aiutare i cittadini di Berlino Ovest rimasti isolati col blocco delle vie di comunicazione messo in atto dall’Unione Sovietica.

La decisione di ricorrere a questa decisione estrema è la terza in ordine di tempo, la prima in occasione della prima guerra del Golfo nel 1991 e della guerra in Iraq nel 2002.

Donald Trump dopo aver creato le condizioni per il ritorno al potere dei Talebani e firmato l’accordo per il ritiro delle truppe americane entro il 31 agosto attacca Biden: “America umiliata”

In un affollatissimo comizio in Alabama Trump artefice dell’accordo con i Talebani, senza arrivare a chiedere l’impeachment di Biden come fatto da qualcuno dei suoi sostenitori, ha sferrato una bordata propagandistica e strumentale contro la Casa Bianca dopo l’esplosione del caso Afghanistan: “Altro che Vietnam! Questa è un’enorme macchia per la reputazione e la storia americana. Siamo di fronte a un disastro senza precedenti, la più grande umiliazione della nostra storia. E l’Europa e la Nato non credono più in noi”,

Trump è arrivato a dichiarare che: “Con me l’America era rispettata e nulla di tutto questo sarebbe successo, mentre ora la bandiera talebana sventola sull’ambasciata americana”.

Donald Trump ha aggiunto che i talebani sono “grandi negoziatori e combattenti tenaci”.

IL TRAFFICO DI DROGA E LA COLTIVAZIONE DI OPPIO PER FINANZIARE LA GUERRA DEI TALEBANI.

La coltivazione e il traffico di droga, hashish e Oppio, hanno alimentato e fornito i finanziamenti della guerra in Afghanistan dagli anni ’80, quando i ribelli mujaheddin sostenuti dalla CIA si sono riciclati nel traffico di droga per finanziare la loro insurrezione contro le forze sovietiche, che all’epoca occupavano il paese.

I sovietici si ritirarono dall’Afghanistan nel 1989 e nel 1992 fu istituito il nuovo governo dai signori della guerra mujaheddin che continuarono a proteggere l’impero della droga. 

La milizia ultra-fondamentalista talebana, che si impegnava a ristabilire l’ordine, fi fondata nel 1994 dipingendo i signori della guerra come spacciatori corrotti e nel 1996 dopo aver preso il potere i talebani diedero grande spettacolo distruggendo le coltivazioni di oppio e cannabis, fatto percui ricevettero elogi e aiuti  dall’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC).

L’11 settembre 2001 rappresentò per gli Stati Uniti il punto di rottura con i Talebani e invasero l’Afganistan, sostenendo i mujaheddin che stavano combattendo i talebani, finanziando l’insurrezione  contro i Talebani con oppio e hashish. Solo dopo la cacciata dei Talebani dal potere, nel novembre 2001, le carte in tavola furono capovolte. 

Il nuovo governo afghano, appoggiato dagli Stati Uniti, era sotto pressione per sradicare la produzione e il traffico di droga mentre i talebani con il traffico di droga trovarono un mezzo per finanziare la loro nuova insurrezione. 

Il commercio di droga è esploso quest’anno mentre i talebani proseguivano la loro offensiva.

L’Afganistan un Emirato del narco-traffico talebano.

Il 14 agosto, un giorno prima che i talebani prendessero Kabul, il sito web finanziario internazionale  MoneyControl titolava : “Un nuovo narco-stato sta sbocciando in Afghanistan sotto i talebani”.

L’ Afghanistan Opium Survey 2020 dell’UNODC   ha spiegato che l’area coltivata a papavero sotto il controllo dei Talebani è aumentata da 163.000 ettari a 224.000 ettari quell’anno. 

Nel 2018, l’UNODC ha stimato che l’economia degli oppiacei del paese “valeva tra il 6 e l’11% del PIL dell’Afghanistan e superava il valore delle esportazioni lecite di beni e servizi registrate ufficialmente dal paese”. 

La Reuters in un rapporto ricorda che la caduta della capitale Kabul nelle mani degli insorti è una manna dal cielo per i Talebani: “Il traffico illegale di droga in Afghanistan è una manna per i talebani”. 

La Reuters ha anche ricordato gli 8 miliardi di dollari spesi dagli Stati Uniti negli ultimi 20 anni per spazzare via le colture psicoattive, finanziando campagne di eradicazione e persino effettuando attacchi aerei su sospetti laboratori di droga.

Ma lo sforzo di smorzare il traffico di droga è fallito: “I talebani hanno contato sul commercio di oppio afghano come una delle loro principali fonti di reddito”, ha detto a Reuters Cesar Gudes, capo dell’ufficio dell’UNODC a Kabul. “Più produzione porta farmaci con un prezzo più economico e più attraente, e quindi una più ampia accessibilità”.

Gude ha proseguito: Con gli insorti che avanzano nella capitale, “questi sono i momenti migliori in cui questi gruppi illeciti tendono a posizionarsi”. 

La visione di una narco-insurrezione è condivisa dai funzionari di Washington e in  un rapporto del marzo 2021  dell’ispettore generale speciale del Pentagono per l’Afghanistan (SIGAR) citando un funzionario dell’intelligence militare statunitense “stimò che tra il 40 e il 60% delle entrate dei talebani provenga dal traffico di stupefacenti”. 

Contattato da Reuters per un commento, un funzionario del Dipartimento di Stato ha affermato che gli Stati Uniti continueranno a sostenere il popolo afghano, “compresi i nostri sforzi antidroga in corso”, ma ha rifiutato di chiarire come ciò potesse realizzarsi con i talebani al potere. 

 

La raccolta di fondi per le entrate finanziarie dei talebani avviene attraverso la tassazione delle narco-colture che costituiscono la principale attività economica da tassare. 

I coltivatori devono pagare un taglio ai comandanti talebani locali in cambio della protezione dagli sforzi di sradicamento del governo, una tattica a cui i guerriglieri hanno a lungo fatto ricorso in Colombia, Perù, Birmania. 

L’oppio per la produzione di eroina è la voce principale che costituiscono le entrate dei Talebani, la cannabis per la produzione di hashish è parte integrante del sistema, ma costituisce un flusso di entrate secondario. 

Nel dicembre 2017 il comando delle operazioni speciali della NATO si   vantava del sequestro e della distruzione di un “nascondiglio di droga dei talebani” nella provincia di Logar: 34 tonnellate di “hashish grezzo” (presumibilmente piante di cannabis) e 300 chilogrammi di “hashish trasformato”.

L’hashish, come l’oppio e l’eroina trasformata, sono tra le “13 tonnellate di stupefacenti”bruciate dalle forze di sicurezza afgane a Jalalabad l’11 agosto, pochi giorni prima che la città fosse presa dai talebani.

La stima approssimata di 29.000 ettari coltivati ​​a cannabis collocano l’Afghanistan, dal World Drug Report 2020 dell’UNODC,   secondo solo al Marocco, primo produttore mondiale di “resina di cannabis” (hashish) mentre seguono il Pakistan e il Libano. 

La geopolitica del commercio e della diffusione di eroina afgana inonda i mercati europei, l’hashish è destinato alla distribuzione locale e regionale, ma una parte sta raggiungendo anche l’Occidente. 

L’UNODC scrive: “La resina di cannabis prodotta in questi paesi è principalmente destinata ad altri paesi del Vicino e Medio Oriente/Sud-ovest asiatico, sebbene la resina di cannabis originaria dell’Afghanistan sia stata identificata anche in Asia centrale, Europa orientale, occidentale e centrale.” 

Ma mentre il mondo aspetta di vedere se i talebani, ripristinati al potere, torneranno al loro governo tirannico ultra-fondamentalista le cose peggiori potrebbero concretizzarsi dietro le quinte. 

Infatti negli ultimi cinque anni i combattenti fedeli allo Stato Islamico, o ISIS, hanno sequestrato pezzi di territorio afghano.  

L’Isis posizionati su una area ancora più estremista, che in Afghanistan dipinge i talebani come spacciatori corrotti. 

L’ISIS (che si autodefinisce la “Provincia di Khorasan” dello Stato Islamico) ha sradicato i raccolti di papavero e cannabis, bruciato i campi proprio come il governo a cui sosteneva di opporsi esattamente come ha bruciato i campi di cannabis quando era al potere nel nord della Siria.

Lo scenario che si presenta in Afganistan e un palcoscenico pronto per un narco-stato talebano che combatte un’insurrezione dell’ISIS anti-droga. 


KABUL. IL FALLIMENTO DI UNA GUERRA DURATA 20 ANNI. KABUL PERDONACI SE PUOI.

La storia dl più grande fallimento occidentale, dopo Iraq e Siria, ha raggiunto l’apice con la guerra in Afghanistan, iniziata ufficialmente il 7 ottobre 2001, accusata di essere responsabile dell’attentato che ha distrutto le “torri gemelle” e provocato migliaia di morti a New York.

Dell’invasione del territorio controllato dai talebani furono incaricate le formazioni ostili dell’Alleanza del Nord mentre inizialmente gli USA e la NATO garantirono il supporto logistico, aereo e tattico. La sconfitta e la ritirata dei Talebani da Kabul per arroccarsi nei territori Pastum, (che rappresentano il gruppo etnico maggioritario del paese e da cui provenivano i Talebani), al confine con il Pakistan pur avendo cambiato per un ventennio le sorti del paese ha avuto bisogno dell’appoggio e la presenza delle truppe occidentali, britanniche a statunitensi che hanno incrementato la propria presenza territoriale a sostegno della formazione del governo afghano con il risultato di sostenere il sistema corruttivo del governo del presidente Ghani, che ha usato gli aiuti economici occidentali per consolidare il proprio potere personale.

Due decennio di guerra contro l’Afghanistan da parte degli Stati Uniti e del Regno Unito per garantire l’attività di contrasto dell’organizzazione terroristica al Qaida sostenuta dai talebani con lo scopo di insediare nel paese la propria base operativa e il proprio rifugio.

Il mese precedente lo scoppio del conflitto gli Stati Uniti d’America furono colpiti dal più grave attentato della storia: il dirottamento di tre voli di linea l’11 settembre che vennero poi fatti schiantare contro due torri del World Trade Center e sul Pentagono. 

Il terzo aereo dirottato avrebbe dovuto schiantarsi su Washington, ma per l’intervento di alcuni passeggeri andò a schiantarsi in Pennsylvania.

L’importanza mediatica mondiale e l’orrore per le migliaia di morti dovute al crollo delle torri gemelle vennero attribuite a al Qaida e alla loro guida, il leader Osama bin Laden. 

Alla guerra contro l’Afganistan di Bin Laden parteciparono le forze americane e britanniche alleate del Fronte Islamico Unito per la Salvezza dell’Afghanistan, denominato “Alleanza del Nord”, già in conflitto contro i talebani dagli anni Novanta.

Il regime talebano, sotto i bombardamenti americani e Inglesi, venne in breve tempo rimosso dal potere costringendo i leader dei Talebani e i seguaci di Bin Laden a rifugiarsi al confine e nei territori del Pakistan.

Alla fine del 2001 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite predispose la copertura giuridica per l’intervento militare con la creazione della missione ISAF, International Security Assistance Force, controllata dalla NATO dal 2003.

Della missione ISAF fecero parte e parteciparono decine di paesi: Germania, Francia, Italia, Polonia, Albania, Belgio, Canada, Repubblica Ceca, Norvegia, Romania, Turchia, Australia, Spagna.

L’abbattimento del regime di Saddam Hussein in Iraq rappresentò l’intensificazione delle ostilità e l’intensificarsi della guerriglia da parte dei talebani e al Qaida contro le forze alleate e le istituzioni afghane.

Il conflitto e le azioni di guerra aumentarono a dismisura, ma la scarsa capacità delle milizie afgane fedeli al governo in carica rese vani i tentativi degli alleati di creare una democrazia di tipo occidentale, nonostante la costruzione di ospedali, infrastrutture e scuole in diverse aree del paese.

Le forze armate afgane con il compito di polizia locale e integrate nell’esercito alleato furono formate sotto la guida della NATO. L’addestramento interno della Polizia locale, l’elezione del presidente del governo afgano Hamid Karzai nel 2004 e la rielezione nel 2009 nonostante le polemiche esplose per il sospetto che le elezioni fossero irregolari.

A minare la regolarità delle elezioni le minacce dei talebani e di al Qaida, ma l’adesione ai seggi da parte della popolazione si era stata letta come un simbolo di speranza nel conflitto.

A causa dell’attività militare talebana, i numerosi e continui attentati contro le forze alleate e i civili afgani, le forze alleate allargarono l’area di intervento e la propria presenza nelle aree dell’Afghanistan lontane da Kabul.

Il conflitto in Iraq contribuì al deterioramento della situazione bellica in Afganistan nel 2003. Tra le cause sullo sfondo dell’indebolimento delle truppe impiegate nei territori afgani lo scontro politico, che alcune bizzarrie politiche attribuiscono alla contrarietà del senatore dell’Illinois Barack Obama alla guerra voluta dal presidente Bush.

Ma le elezioni di  Barack Obama a presidente negli Stati Uniti nel 2008, non portarono a un disimpegno americano nel conflitto, furono invece inviati 30.000 nuovi soldati nel territorio Afghano per attuare la strategia di attacco denominata ‘surge’, che inizialmente avevano dato risultati positivi.

Negli anni successivi le politiche interne optarono per un cambio di strategia combattendo al Qaida e cercando contemporaneamente di arrivare alla pace con i talebani.

Furono avviati colloqui politici tra le formazioni in campo che, però furono successivamente interrotte.

Non è possibile fare una stima delle vittime civili in Afghanistan, che potrebbero oscillare tra 15 e i 35 mila vittime, ma sono numeri destinati ad essere la punta di iceberg per la difficolta di fare una valutazione corretta.

la partecipazione dell’Italia al conflitto in Afganistan ha causato la morte di 53 connazionali, 700 feriti e in termini economici quasi 9 miliardi di euro spesi. Ma la ritirata delle forze occidentali non segna solo un altra sconfitta per l’occidente, ma rappresenta il tradimento di quanti avevano creduto in una trasformazione dell’Afganistan in uno stato moderno, libero, capace creare un sistema giuridico moderno, che favorisse l’integrazione delle donne nello stato e nella società. Con la riconquista del paese da parte dei Talebani tutto questo è stato vanificato e le donne lasciate sole al loro destino.

L’occidente ha di nuovo sbagliato e l’addio a Kabul addio ha sprofondato il paese nel buio del ritorno alle pratiche violente dei Talebani.

Il mondo finge che nulla stia cambiando, in modo ignobile e vigliacco. nella migliore delle ipotesi o peggio hanno applaudito in maniera infame e barbara il ritorno dei Talebani al potere.

Le donne spariscono come venti anni fa dietro a un velo nero come la pece e con loro scompare la luce del mondo.

Addio Kabul e perdonaci, se puoi, per quello che abbiamo e non abbiamo fatto.

La Storia e le donne afgane non lo faranno e la loro condizione è ben rappresentata dall’opera della fotografa iraniana, Shadi Ghadirian, che illustra bene la condizione femminile sotto questi regimi.

CUBA. MANIFESTAZIONI CONTRO IL GOVERNO CUBANO ORGANIZZATE E PAGATE DALL’AGENZIA NORDAMERICANA.

La Casa Bianca, dopo oltre 60 anni di embargo economico e attacchi contro Cuba, sperimenta il tentativo di rovesciare il governo cubano approfittando del disagio sociale e la crisi economica che ha colpito l’isola a causa della pandemia da covid-19. Le proteste inscenate da gruppi di manifestanti si ripetono monotamente uguali a quelle già sperimentate in Venezuela contro il governo Chavez prima e Maduro poi. Gruppi pagati e organizzati attraverso i social dall’agenzia convocano manifestazioni di protesta e provocano scontri con la polizia per poi strumentalizzare la repressione e gli arresti operati dalla polizia cubana.

Sullo sfondo il Palazzo della Rivoluzione di L’Avana che ancora una volta devono fronteggiare una crisi internazionale innescata dal governo nordamericano e volano parole pesanti, accuse che riportano le lancette dell’orologio indietro di oltre 60 anni.

Joe Bide, il presidente degli Stati Uniti di cui siamo stati tifosi nella campagna elettorale contro Donald Trump, parla senza mezzi termini di comunismo fallito come se il capitalismo fosse invece all’apice dello splendore: “Il comunismo è fallito e Cuba è uno Stato fallito” cavalcando l’ondata di proteste nell’isola.

La replica di Miguel Diaz-Canel, l’uomo succeduto a Raul Castro alla presidenza del regime cubano, non si è fatta attendere: “Gli Stati Uniti volevano distruggere Cuba, ma non ci sono riusciti, nonostante abbiano speso miliardi di dollari par farlo”.

La tensione tra Washington e L’Havana è alle stelle mentre si allontana ogni possibilità di disgelo per riprendere i rapporti e le le aperture che avevano distinto l’amministrazione Obama.

Joe Biden dal giorno del suo insediamento alla Casa Bianca ha messo al centro della sua agenda di politica estera la questione dei diritti umani: Cina, di Russia, Arabia Saudita o Cuba. Joe Biden ha spiegato che la sua amministrazione farà di tutto per imporre al governo cubano di ripristinare la rete internet e forzando il blocco dei social imposto dal governo cubano. Joe Biden si è spinto a parlare di regime “comunista autoritario, che la smetta di reprimere il suo popolo che merita la libertà”.

Joe Biden ha annunciato l’invio di una quantità importante di vaccini per combattere la diffusione del Covid che sta mettendo in ginocchio l’isola, assicurandosi che a gestire la distribuzione sia un’organizzazione internazionale in grado di garantire l’accesso a tutti i cittadini cubani.

La risposta di Diaz-Canel è altrettanto eloquente: “Se il presidente americano ha davvero a cuore il popolo cubano e una preoccupazione di tipo umanitario potrebbe eliminare un embargo economico e finanziario che dura dal 1962, e come primo passo cominciare a revocare le ulteriori 243 misure restrittive introdotte dal suo predecessore Donald Trump, di cui più di 50 imposte crudelmente durante la pandemia”.

Una richiesta sposata e avanzata a gran voce dalla maggior parte degli stati dell’America Latina e dal resto del mondo.

Le Nazioni Unite hanno espresso preoccupazione per “l’uso eccessivo della forza” da parte delle forze dell’ordine cubane impegnate a reprimere la protesta, lanciando l’ennesimo appello per la liberazione di “tutti coloro che sono stati arrestati per aver esercitato i loro diritti”.

Per l’Alto commissario Onu per i diritti umani, Michelle Bachelet, le notizie che arrivano da Cuba non lasciano ben sperare: “E’ importante che ci sia un’indagine indipendente, trasparente ed efficace e che i responsabili siano processati” e a proposito del dimostrante rimasto ucciso alla periferia di L’Avana durante una delle manifestazioni.

SRI LANKA. DISASTRO AMBIENTALE SENZA PRECEDENTI

Un disastro ambientale senza precedenti ha colpito lo Sri Lanka, che dopo l’incendio della nave cargo e l’inquinamento ambientale per l’acido nitrico stivato nei container e riversato in mare, si prepara a dover fronteggiare la marea nera, che potrebbe fuoriuscire dal cargo in fiamme da 13 giorni al largo delle coste della capitale Colombo.

Il cargo semi affondato rischia di provocare un disastro ambientale senza precedenti per l’isola, che è conosciuta come un paradiso naturalistico.

I tentativi di salire a bordo del cargo semi affondato per valutare la situazione e sondare la possibilità di riportare la nave sulla linea di galleggiamento per spostarla più lontano sono falliti a causa del maltempo e la MV X-Press Pearl si è adagiata sul fondo a poppa a 21 metri di profondità, sorvegliata costantemente da elicotteri e mezzi navali.

A bordo del cargo sono stipati 278 tonnellate di olio combustibile, 50 tonnellate di gasolio e 20 contenitori pieni di olio lubrificante.

Un’imbarcazione della guardia costiera indiana con attrezzature adatte a contenere l’eventuale fuoriuscita di carburante staziona sul posto.

L’India che aveva partecipato alle operazioni per lo spegnimento delle fiamme per l’incendio scoppiato il 20 maggio.

Il comandante dell’Autorità portuale dello Sri Lanka, Nirmal Silva tenta di rassicurare l’opinione pubblica sulle reali possibilità di una fuoriuscita del carburante: “Guardando il modo in cui la nave è bruciata, l’opinione degli esperti è che il petrolio a bordo potrebbe essersi esaurito, ma ci stiamo preparando per lo scenario peggiore”.

Silva ha poi precisando che non sono state osservate perdite di petrolio nelle ultime 36 ore e che non è ancora chiara l’origine delle macchie avvistate nei pressi delle spiagge di Negombo, 40 chilometri da Colombo.

Il petrolio non rappresenta l’unico pericolo per l’ecosistema marino dello Sri lanka, ma il pericolo maggiore arriva dai 1.486 container a bordo, 81 dei quali classificati come “carico tossico”, che contengono lingotti di piombo, 25 tonnellate di acido nitrico oltre ad altri prodotti chimici e cosmetici.

Molti container si sono inabissati in mare e il mix che ne potrebbe derivare, sostengono gruppi ambientalisti, sarebbe micidiale per l’ecosistema. A peggiorare la situazione le tonnellate di microgranuli di plastica da imballaggio contenute in altri 28 container, che hanno sommerso le coste dell’area oltre a disperdersi in acqua.

I microgranuli di plastica stanno impegnando le squadre nel tentativo di ripulire le spiagge incontaminate e per non compromettere la ripresa del turismo dopo lo stop per la pandemia da Covid.

Hemantha Withanage, direttore esecutivo del Center for Environmental Justice dello Sri Lanka ha parlato di danni all’ecosistema marino incalcolabili.

La pesca è vietata in un raggio di 80 chilometri attorno alla nave mettendo a rischio la fragile economia della zona.

Alla Afp Denzil Fernando, capo del sindacato regionale dei pescatori ha spiegato che: “Il divieto colpisce 4.300 famiglie del mio villaggio. La maggior parte delle persone vive con un pasto al giorno. Quanto tempo possiamo andare avanti così? O il governo ci permette di pescare o ci deve dare un risarcimento”.

Nello Sri lanka, già al centro delle polemiche internazionali nei mesi scorsi per la repressione dopo il colpo di stato militare, monta la rabbia per il permesso accordato alla MV X-Press Pearl di dirigersi verso il porto di Colombo mentre era nota la perdita di acido nitrico, che in seguito ha provocato l’incendio, dopo essere stata respinta da India e Qatar.

La BBc riporta che si è cominciato a parlare di risarcimenti e il governo che ha avviato un’indagine penale sul disastro.

In conferenza stampa il ministro dei Porti Rohitha Abeygunewardene ha spiegato che: “Calcoleremo i costi dall’inizio dell’incidente e chiederemo un risarcimento a Singapore, dove la nave è stata immatricolata”.

NEW YORK. IL CONFLITTO A GAZA SPIEGATO DA SANDERS BERNIE

L’analisi di BERNIE SANDERS sul conflitto israelo-palestinese partendo dalle guerre in medio oriente.

Il conflitto non è nato dsi razzi di Hamas su Israele.

Sul New York Times di venerdì 14 maggio 2021 è uscito l’articolo del senatore Bernie Sanders Bernie che è ebreo. Gli diranno ora che è antisemita?

Bernie Sanders: Gli Stati Uniti devono smettere di essere apologeti del governo Netanyahu

“Israele ha il diritto di difendersi”.

Queste sono le parole che sentiamo sia dall’amministrazione democratica che da quella repubblicana ogni volta che il governo di Israele , con il suo enorme potere militare, risponde agli attacchi missilistici da Gaza.

Siamo chiari. Nessuno sostiene che Israele, o qualsiasi governo, non abbia il diritto all’autodifesa o alla protezione del suo popolo. Allora perché queste parole vengono ripetute anno dopo anno, guerra dopo guerra? E perché la domanda non viene quasi mai posta: “Quali sono i diritti del popolo palestinese?”

E perché ci sembra di prendere atto della violenza in Israele e Palestina solo quando i razzi stanno cadendo su Israele?

In questo momento di crisi, gli Stati Uniti dovrebbero sollecitare un cessate il fuoco immediato. Dovremmo anche capire che, mentre Hamas lancia razzi contro le comunità israeliane è assolutamente inaccettabile, il conflitto di oggi non è iniziato con quei razzi.

Le famiglie palestinesi nel quartiere di Gerusalemme di Sheikh Jarrah vivono da molti anni sotto la minaccia di sfratto, navigando in un sistema legale progettato per facilitare il loro spostamento forzato. E nelle ultime settimane, i coloni estremisti hanno intensificato i loro sforzi per sfrattarli.

E, tragicamente, quegli sfratti sono solo una parte di un più ampio sistema di oppressione politica ed economica. Per anni abbiamo assistito a un approfondimento dell’occupazione israeliana in Cisgiordania e a un continuo blocco su Gaza che rendono la vita sempre più intollerabile per i palestinesi. A Gaza, che conta circa due milioni di abitanti, il 70 per cento dei giovani è disoccupato e ha poche speranze per il futuro.

Inoltre, abbiamo visto il governo di Benjamin Netanyahu lavorare per emarginare e demonizzare i cittadini palestinesi di Israele, perseguire politiche di insediamento progettate per precludere la possibilità di una soluzione a due stati e approvare leggi che rafforzano la disuguaglianza sistemica tra cittadini ebrei e palestinesi di Israele.

Niente di tutto ciò scusa gli attacchi di Hamas, che erano un tentativo di sfruttare i disordini a Gerusalemme, o i fallimenti dell’Autorità Palestinese corrotta e inefficace, che di recente ha rinviato elezioni da tempo attese. Ma il nocciolo della questione è che Israele rimane l’unica autorità sovrana nella terra di Israele e Palestina, e invece di prepararsi per la pace e la giustizia, ha rafforzato il suo controllo ineguale e antidemocratico.

In oltre un decennio del suo governo di destra in Israele, Netanyahu ha coltivato un nazionalismo razzista di tipo sempre più intollerante e autoritario. Nel suo frenetico tentativo di rimanere al potere ed evitare procedimenti giudiziari per corruzione, Netanyahu ha legittimato queste forze, incluso Itamar Ben Gvir e il suo partito estremista Jewish Power, inserendole nel governo . È scioccante e triste che le folle razziste che attaccano i palestinesi per le strade di Gerusalemme ora abbiano una rappresentanza nella sua Knesset.

Queste tendenze pericolose non sono uniche per Israele. In tutto il mondo, in Europa, in Asia, in Sud America e qui negli Stati Uniti, abbiamo assistito all’ascesa di simili movimenti nazionalisti autoritari. Questi movimenti sfruttano gli odi etnici e razziali per costruire potere per pochi corrotti piuttosto che prosperità, giustizia e pace per molti. Negli ultimi quattro anni, questi movimenti hanno avuto un amico alla Casa Bianca.

Allo stesso tempo, stiamo assistendo all’ascesa di una nuova generazione di attivisti che vogliono costruire società basate sui bisogni umani e sull’uguaglianza politica. Abbiamo visto questi attivisti nelle strade americane la scorsa estate sulla scia dell’omicidio di George Floyd. Li vediamo in Israele. Li vediamo nei territori palestinesi.

Con un nuovo presidente, gli Stati Uniti hanno ora l’opportunità di sviluppare un nuovo approccio al mondo, basato su giustizia e democrazia. Che si tratti di aiutare i paesi poveri a ottenere i vaccini di cui hanno bisogno, di guidare il mondo nella lotta al cambiamento climatico o di lottare per la democrazia e i diritti umani in tutto il mondo, gli Stati Uniti devono guidare promuovendo la cooperazione sui conflitti.

In Medio Oriente, dove forniamo quasi 4 miliardi di dollari all’anno in aiuti a Israele, non possiamo più essere apologeti del governo di destra Netanyahu e del suo comportamento antidemocratico e razzista. Dobbiamo cambiare rotta e adottare un approccio equilibrato, che sostenga e rafforzi il diritto internazionale in materia di protezione dei civili, così come la legislazione statunitense esistente che afferma che la fornitura di aiuti militari statunitensi non deve consentire violazioni dei diritti umani.

Questo approccio deve riconoscere che Israele ha il diritto assoluto di vivere in pace e sicurezza, ma lo hanno anche i palestinesi. Credo fermamente che gli Stati Uniti abbiano un ruolo importante da svolgere nell’aiutare israeliani e palestinesi a costruire quel futuro. Ma se gli Stati Uniti vogliono essere una voce credibile sui diritti umani sulla scena globale, dobbiamo sostenere gli standard internazionali dei diritti umani in modo coerente, anche quando è politicamente difficile. Dobbiamo riconoscere che i diritti dei palestinesi sono importanti. Le vite palestinesi contano.

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