Categoria: AGGIORNAMENTI SETTIMANALI CRONACA E ATTUALITA’

ROMA. POLIZIA DI STATO. I CASAMONICA IN AZIONE A ROMA, ARRESTI PER RAPINA ED ESTORSIONE.

Arresti per rapina ed estorsione: ancora i Casamonica in azione a Roma

Era entrato per cercare una casa in affitto nel quartiere Anagnina di Roma e si è trovato a doversi confrontare con il potente clan criminale dei Casamonica.

È quanto accaduto a ottobre dell’anno scorso, ad un egiziano che si voleva stabilire nel quartiere. L’uomo, girando per le vie della zona, si era imbattuto in una donna alla quale aveva chiesto informazioni generiche sulle case in affitto.

Quest’ultima si era resa subito disponibile facendo visitare all’uomo diverse abitazioni che però avevano un canone troppo alto per le disponibilità dell’uomo.

Alla fine però si raggiungeva un accordo su una casa più piccola, con un canone minore.

L’egiziano non conosceva il legame della donna con il clan dei Casamonica e con una scrittura privata concludeva l’accordo anticipando due mesi di affitto.

I problemi sono iniziati quando l’uomo ha cercato di spostare il proprio domicilio nella nuova casa che non risultava censita in comune. Una soluzione alternativa veniva proposta da un’altra familiare del clan rendendosi disponibile a fornire un domicilio di comodo all’uomo in una casa nei pressi che però non risultava accatastata in comune.

A questo punto l’affittuario capendo di non poter avere un domicilio legale attraverso questi canali chiedeva la restituzione dei 900 euro anticipati.

Le due donne ovviamente non restituivano nulla e anzi invitavano pretestuosamente l’uomo a rivolgersi ad un legale per farsi rappresentare.

Non contento però l’egiziano decide di andare senza alcun preavviso presso l’abitazione della donna dove si scontra con un uomo del clan che prima lo minaccia con una pistola e poi lo rapina dei 700 euro che l’uomo aveva in tasca; oltre a ciò la vittima viene preso a schiaffi dalla donna ed invitato a non farsi più vedere.

Solo in commissariato, a febbraio di quest’anno, dopo aver sporto la denuncia, l’uomo si è reso conto di chi fossero i suoi aggressori e dei rischi corsi.

Oggi per l’uomo e la donna, entrambi pregiudicati, dopo le indagini della Squadra mobile, sono scattati i provvedimenti di custodia cautelare in carcere. La donna nel frattempo era già finita in cella per altri reati.

PESCARA. POLIZIA DI STATO. ARRESTATA LADRA SPECIALIZZATA IN GIOIELLERIA

Sei furti in gioielleria nella provincia di Pescara due dei quali andati a vuoto per merito dei commercianti che si erano accorti di strani movimenti.

A compiere i reati una donna di Chieti che oggi è stata arrestata dalla Squadra mobile di Pescara.

La tecnica era sempre la stessa: la donna entrava in gioielleria con la scusa di acquistare gioielli, catenine o braccialetti poi con una serie di pretesti cercava di distrarre il titolare o i commessi dell’esercizio commerciale e si impossessava con manovre veloci di monili che poi rivendeva nei negozi di Compro oro della zona.

Catenine, anelli e braccialetti venivano sottratti distraendo le vittime magari chiedendo di pesare l’oggetto o appoggiando il cellulare sul bancone vicino alla merce mostrata o con altri piccoli trucchi.

In un paio di occasioni almeno, la donna era accompagnata da una complice il cui compito era quello di distrarre i negozianti.

Importante era la rapidità con cui la donna riusciva ad impossessarsi dei preziosi e la velocità con la quale si dileguava subito dopo esser uscita dal negozio con i gioielli rubati.

Le denunce sporte dai commercianti e le indagini effettuate anche con l’analisi dei video di sorveglianza dei negozi hanno permesso di ricostruire la catena di furti messi in atto dalla donna, ora agli arresti domiciliari e dalla sua complice.

ASTI. G.di F.- OPERAZIONE DEDALO, BANCAROTTA FRAUDOLENTA PER 4 MILIARDI DI EURO (ASTI, ALESSANDRIA E TORINO).

Comando Provinciale Torino

Sono 51 le persone denunciate dalla Guardia di Finanza di Torino e Asti, nel corso delle indagini sul fallimento delle società facenti capo a M. M., “re del gas” ed ex patron dello storico e prestigioso marchio di cappelli “Borsalino”.

Gli indagati sono ritenuti responsabili, a vario titolo, di una colossale bancarotta fraudolenta – seconda in Italia solo a quella di “Parmalat” – ai danni di 12 aziende del gruppo, operanti nei settori dell’import-export di gas naturale e della produzione di energia elettrica.

Nel corso dell’inchiesta sono stati anche sottoposti a sequestro preventivo beni per un valore complessivo pari a 107 milioni di euro.

Sono ora stati notificati gli avvisi di conclusione delle indagini, che hanno messo in luce un crac societario di oltre 4 miliardi di euro, nonché condotte distrattive per circa 1 miliardo e 130 milioni di euro.

I provvedimenti sono giunti al termine di una complessa attività investigativa condotta congiuntamente dai Nuclei di Polizia economico-finanziaria di Torino e di Asti e coordinata dal Procuratore della Repubblica di Asti, dott. Alberto Perduca, e dal Pubblico Ministero dott. Luciano Tarditi.

In particolare gli illeciti ipotizzati nei confronti degli indagati sono reati tributari (quali la dichiarazione fiscale infedele, l’omesso versamento delle imposte, la sottrazione al pagamento delle accise), la truffa aggravata, l’appropriazione indebita, le false comunicazioni sociali e, soprattutto, la bancarotta fraudolenta aggravata.

Quest’ultimo reato, secondo gli accertamenti dei Finanzieri, è stato commesso con l’unico scopo di distrarre e occultare somme, partecipazioni e beni aziendali in favore di imprese costituenti un mero schermo dell’imprenditore astigiano, spostando, in tal modo, tutte le attività patrimonialmente significative sotto il diretto e personale controllo di quest’ultimo.

Le indagini hanno evidenziato che il denaro, le partecipazioni e i beni sottratti venivano impiegati in operazioni infragruppo e successivamente trasferiti all’estero, mediante compravendite fittizie. Le attività imprenditoriali esercitate dalle società nel frattempo indebitate o fallite venivano proseguite da nuove aziende, appositamente costituite e intestate ad amministratori e manager vicini all’imprenditore.

Queste ultime, vere e proprie “scialuppe di salvataggio”, erano a loro volta controllate da numerose società estere che, come “scatole cinesi”, componevano il complesso sistema di frode.

L’intera attività investigativa ha consentito di scoprire una “galassia” costituita da almeno 190 società, residenti nel territorio nazionale ed estero, legate da complesse catene partecipative, talvolta schermate mediante l’interposizione di aziende offshore situate in “paradisi fiscali”.

Per ricostruire le condotte distrattive e individuare le numerose società estere coinvolte è stato necessario l’utilizzo di diversificati strumenti di indagine, fra i quali particolarmente preziosa è risultata l’attività di cooperazione internazionale – attivata anche per il tramite del II Reparto del Comando Generale della Guardia di Finanza – con numerosi Paesi esteri, comprese le Isole Vergini Britanniche, l’Isola di Man, Panama, Malta, Cipro, Liechtenstein e Lussemburgo.

Nel corso delle attività investigative è anche emerso che alcuni dei responsabili, al fine di eludere le indagini, utilizzavano dispositivi telefonici criptati e si avvalevano della collaborazione di pubblici ufficiali (anch’essi individuati e a vario titolo indagati per corruzione, favoreggiamento e accesso abusivo a sistemi informatici) che garantivano a Marco Marenco e ai propri familiari servizi di sicurezza, oltreché il reperimento di notizie circa lo stato delle indagini.

L’operazione si inserisce in un ampio contesto operativo che vede la Guardia di Finanza impegnata in prima linea nel contrasto all’evasione fiscale e alla tutela dei mercati, della libera concorrenza, nonché delle imprese e dei professionisti onesti che operano nella piena e consapevole osservanza delle leggi, oltreché garante del perseguimento degli obiettivi di aggressione patrimoniale nei confronti dei soggetti dediti ad attività criminose, al fine di assicurare l’effettivo recupero delle somme frutto, oggetto o provento di condotte illecite.

FIRENZE. G.di F.- CONTROLLI STRAORDINARI DURANTE IL GP DI MOTOCICLISMO

Comando Provinciale Firenze

Le Fiamme Gialle del Comando Provinciale di Firenze, durante l’ultimo fine settimana, in concomitanza con lo svolgimento del Gran Premio di motociclismo del Mugello, hanno impiegato oltre 100 militari per contribuire alla sicurezza degli spettatori e degli operatori economici. I controlli, eseguiti dai finanzieri della Tenenza di Borgo S. Lorenzo, del Gruppo di Firenze e dalle unità cinofile antidroga della Guardia di Finanza provenienti da tutta la Regione Toscana (Firenze, Livorno, Massa Carrara, Piombino e Pisa), hanno interessato l’area dell’autodromo e hanno riguardato i settori del lavoro nero, servizi antidroga, vigilanza sui venditori abusivi e sui parcheggiatori, controllo del rilascio dei documenti fiscali.

Sequestrati complessivamente 535 grammi di sostanza stupefacente (22 gr. di cocaina, 5 gr. di anfetamina, 261 gr. di marijuana, 248 di hashish e 57 spinelli). 5 persone denunciate all’Autorità Giudiziaria per detenzione ai fini di spaccio. 149 le persone segnalate alle competenti Prefetture per il possesso di droga, tutti maggiorenni – (2 donne) – di cui 15 stranieri (4 spagnoli, 3 francesi, 2 svizzeri, 2 sloveni, 1 austriaco, 1 albanese, 1 inglese e 1 tedesco). A due soggetti, infine, è stata ritirata la patente di guida.

La maggioranza delle persone individuate è compresa nella fascia d’età tra i 18 e i 40 anni (84%); il restante 16%, corrispondente a 25 persone, è compreso tra i 40 e i 60 anni.

L’ausilio del cane è stato di fondamentale importanza per individuare le sostanze stupefacenti occultate sia sui mezzi (automobili, camper/caravan e roulotte) che sulle persone. Particolarmente ingegnosi sono risultati essere i nascondigli, poiché oltre che negli indumenti intimi, nelle scarpe, negli zaini, nei borsoni, le sostanze sono state rinvenute in un tubo di dentifricio, come rilevato dal cane “Ebryl”, nel sapone liquido, segnalato da “Geremy”, all’interno di una confezione di biscotti, fiutata da “Aga”; “Elio” si è poi introdotto sino all’interno di un oblò di un camper, mentre “Anna” si è precipitata su una custodia di occhiali. L’ingegno non ha fermato “Umy”, che ha segnalato il tendalino di un camper e anche un passaruota di un’auto. Infine “Geremy” ha permesso di far rinvenire al suo conduttore una dose di cocaina occultata in bocca ad un giovane ragazzo.

Le pattuglie impegnate nei controlli antidroga, inoltre, hanno denunciato all’Autorità Giudiziaria 2 persone per ubriachezza molesta e resistenza a pubblico ufficiale.

Gli accertamenti in campo tributario hanno interessato, invece, 103 tra bar, ristoranti, commercianti ambulanti o a posto fisso, che vendevano generi alimentari e merchandising vario, all’interno del circuito e nei comuni contigui all’autodromo. Sono state complessivamente contestate violazioni ammnistrative per la mancata emissione dello scontrino/ricevuta fiscale nei confronti di 46 esercizi commerciali. In un caso è stata anche riscontrata la mancata installazione del misuratore fiscale.

Nel settore dell’abusivismo commerciale sono state individuate, all’interno dell’autodromo, 4 postazioni mobili di vendita di bibite e generi alimentari senza autorizzazione e in totale evasione fiscale. Nei confronti di questi si è proceduto al sequestro amministrativo di 675 bottiglie di formati vari di acqua e birra. Le bevande sequestrate sono state consegnate al comune di Scarperia che le donerà a locali enti non commerciali. Per i venditori abusivi, 3 dei quali recidivi, sarà richiesta alla competente Autorità di P.S. il divieto di recarsi, per i prossimi 3 anni, nei Comuni di Scarperia e San Piero a Sieve.

Inoltre, in collaborazione con l’Ispettorato Territoriale del Lavoro di Firenze (ITL), sono stati eseguiti controlli nei confronti delle ditte incaricate all’allestimento delle strutture mobili all’interno dell’autodromo (stand, gazebo, prefabbricati) che ha portato alla sospensione dell’attività di 5 degli 8 operatori economici controllati per aver impiegato più del 20% di lavoratori in nero, rispetto al totale dei lavoratori presenti ed all’applicazione della c.d. “maxi sanzione”.

Infine, anche nella gestione di parcheggi auto e moto, attività che generano un notevole flusso di denaro, sono state riscontrate irregolarità sia in materia di lavoratori non regolarmente assunti, sia per violazioni al Codice della strada per difformità alla specifica normativa.

L’operazione sviluppata dalla Guardia di Finanza, in definitiva, s’inquadra nelle linee strategiche dell’azione del Corpo, volte a tutelare i consumatori e gli operatori economici onesti nonché, nel caso specifico, anche allo scopo di concorrere al regolare svolgimento della manifestazione che, nei tre giorni di apertura al pubblico, ha movimentato circa 150.000 persone.

CASERTA. G.di F.- PIANO DI CONTROLLO STRAORDINARIO NELLA TERRA DEI FUOCHI.

Comando Provinciale Caserta

Parallelamente all’esecuzione del piano di intervento regionale per il contrasto ai roghi di rifiuti che ha visto, da ultimo, operare insieme, sotto il coordinamento delle rispettive amministrazioni centrali, le Fiamme Gialle e gli Ispettori Territoriali del Lavoro delle diverse province campane, i Reparti territoriali dipendenti dal Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Caserta hanno dato avvio ad un’autonoma articolata attività ispettiva avente ad oggetto le aziende del settore tessile e calzaturiero con laboratori attivi nei Comuni della Provincia ricompresi nella c.d. Terra dei Fuochi, al fine di verificarne le condizioni di lavoro e il corretto smaltimento degli scarti di lavorazione, che spesso sono fonte di illeciti sversamenti nelle campagne limitrofe e di successivi roghi.

Nel dettaglio il Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Caserta ha deciso di rafforzare e ampliare l’azione ispettiva già pianificata con gli Ispettori del Lavoro, provvedendo ad elaborare una specifica analisi del settore attraverso la quale sono state selezionate ulteriori decine di aziende ritenute a forte rischio di illegalità nei cui confronti si è deciso di operare massivamente con interventi coordinati e contestuali in base all’area geografica di riferimento. L’attività ispettiva, che si è quindi sviluppata attraverso una serie di piani a massa nei quali sono state impiegate simultaneamente decine di pattuglie provenienti da tutti i reparti della Provincia. In poche settimane sono state quindi acquisite le informazioni necessarie all’individuazione dei laboratori, sono stati effettuati mirati sopralluoghi e poi pianificati gli interventi palesi. Complessivamente sono stati ispezionati 116 opifici (di cui 29 unitamente agli Ispettori del Lavoro), operanti per lo più nei comuni ricompresi nella c.d. Terra dei Fuochi, ed in particolare a Sant’Arpino, Lusciano, Carinaro, Gricignano d’Aversa, Teverola, Arienzo, San Felice a Cancello e S. Maria a Vico: un piano di intervento vasto e incisivo per capire lo stato dell’arte del tessuto di piccole imprese che caratterizzano quei territori.

I risultati ottenuti hanno confermato purtroppo una forte tendenza all’illegalità d’impresa, con particolare riguardo all’utilizzo di manodopera irregolare, alla mancata attuazione della normativa per la sicurezza dei luoghi di lavoro e alla sistematica elusione delle norme a tutela dell’ambiente. Nei 116 laboratori ispezionati dalle Fiamme Gialle sono stati trovati all’opera 1.048 operai (con una media di circa 9 lavoratori ad impresa), di cui ben 300 irregolari e, per la gran parte, completamente in nero, con un’incidenza della manodopera irregolare che sfiora il 30% della forza lavoro complessiva. Alla luce della numerosità dei lavoratori irregolari per oltre 40 aziende è stata proposta la sospensione delle attività. Anche sotto il profilo del rispetto della normativa a tutela dell’ambiente i risultati non sono stati meno significativi, atteso che 16 laboratori (oltre il 13% del totale di quelli controllati) sono stati sequestrati per la mancanza di autorizzazione ambientale e per il mancato tracciamento dei rifiuti e degli scarti industriali, mentre ad altri 15 sono state comminate sanzioni amministrative, sempre per violazioni al T.U.A..

In alcuni casi, poi, i militari si sono trovati di fronte a laboratori allestiti in locali del tutto inidonei, ricavati in garage o nei seminterrati di fabbricati, quasi sempre protetti da occhi indiscreti con una serie di accorgimenti finalizzati ad evitare controlli a sorpresa. Così come nel caso dell’unità operativa di un’impresa conto terzista di un noto marchio di abbigliamento, dove i militari della Compagnia di Aversa hanno individuato un deposito adibito a laboratorio occulto sottostante il punto vendita e munito di porte blindate e videosorveglianza, al quale si accedeva dai garage e all’interno del quale operavano in condizioni decisamente insalubri 22 lavoratori in nero, alcuni dei quali immigrati clandestini. O anche il laboratorio dove operavano 13 lavoratori in nero sui 15 totali e che ammassava gli scarti di lavorazione in bustoni neri accatastati al piano superiore del fabbricato, ancora grezzo e privo di muri perimetrali.

La discarica improvvisata, dove sono stati sequestrati oltre 1.200 kg di rifiuti, era del tutto visibile dai palazzi adiacenti, contribuendo a deturpare ulteriormente il già precario decoro urbano dell’area. In un altro caso i militari hanno ispezionato un laboratorio tessile completamente abusivo, dove ben 16 extracomunitari, tutti senza alcun contratto, fabbricavano ed assemblavano cuscini, braccioli, fodere di divani e poltrone. I lavoratori erano poi costretti a muoversi negli angusti spazi lasciati liberi dai cumuli di bustoni contenenti gli scarti della lavorazione che occupavano gran parte dell’ingresso e dell’interno del locale.

Sono stati poi sequestrati alcuni calzaturifici, dove gli operai sono stati sorpresi ad utilizzare colle industriali e solventi, sebbene i macchinari fossero stati installati in locali umidi e senza il necessario ricambio d’aria, come nel caso del laboratorio approntato in un garage seminterrato dove sono stati rinvenuti, depositati sul pavimento, senza alcuna cautela, prodotti altamente infiammabili poco distanti da cumuli di ritagli di tessuti quali scarti di lavorazione accatastati in attesa di un illecito smaltimento. Anche questi interventi, dunque, così come i numerosi altri controlli effettuati negli ultimi mesi nei confronti di operatori di altri settori economici, hanno confermato la diffusione del grave fenomeno dell’utilizzo di manodopera irregolare per l’abbattimento dei costi aziendali, che spesso si associa, in una perversa ottica di impresa criminale, all’illecito smaltimento dei rifiuti industriali con grave danno all’intero territorio provinciale e soprattutto ai comuni della c.d. “Terra dei Fuochi”.

L’azione repressiva portata a termine testimonia l’attenzione operativa della Guardia di Finanza per il contrasto all’economia sommersa, che, così come l’evasione e le frodi fiscali, altera le regole del mercato e danneggia i cittadini e gli imprenditori onesti.

LIVORNO. G.di F.-CANTANTE ED EVASORE, NON DICHIARA AL FISCO COMPENSI PER 700.000 EURO.

Comando Provinciale Livorno

I finanzieri della 1a Compagnia di Livorno, nell’ambito dell’attività istituzionale finalizzata al contrasto dell’evasione fiscale, hanno individuato un cantante lirico residente in città il quale, seppur titolare di partita IVA, non ha mai presentato dichiarazioni fiscali né versato alcun tributo all’Erario.

Dopo mirati accertamenti preliminari, le fiamme gialle labroniche hanno avviato una verifica fiscale nei confronti dell’artista, al termine della quale è stato riscontrato che il cantante, per gli anni d’imposta dal 2014 al 2017, non ha dichiarato compensi per 700.000 mila euro, evadendo imposte (IRPEF e IVA) per 216 mila euro. Molto richiesto sia in Italia (Teatro alla Scala, Teatro Carlo Felice, Teatro Comunale di Bologna) che all’estero (New York, Montecarlo, Siviglia), ha documentato fiscalmente le prestazioni artistiche eseguite, ma ha omesso sistematicamente di dichiarare al Fisco i compensi percepiti.

L’artista, pertanto, è stato segnalato alla locale Agenzia delle Entrate, che procederà all’accertamento fiscale del debito tributario constatato, e alla Procura della Repubblica in quanto l’ammontare delle imposte evase ha determinato la denuncia per il reato di omessa presentazione della dichiarazione.

CROTONE.G.di F.- OPERAZIONE MALAPIANTA, 35 ARRESTI PER ASSOCIAZIONE MAFIOSA.

Comando Provinciale

Oltre 250 finanzieri appartenenti alla Guardia di Finanza di Crotone e agli altri reparti delle Fiamme Gialle calabresi, con il concorso dello SCICO, hanno tratto in arresto 35 persone, destinatarie di un provvedimento di fermo di indiziato di delitto, emesso dalla Procura di Catanzaro a carico di altrettante persone accusate di associazione di tipo mafioso, traffico di stupefacenti, estorsione, usura, porto e detenzione illegale di armi, intestazione fittizia di beni, reati tutti aggravati dalle modalità mafiose.

I provvedimenti, disposti dalla Direzione Distrettuale Antimafia guidata dal Procuratore Capo Dott. Nicola Gratteri, hanno smantellato la potentissima “locale di ‘ndrangheta di San Leonardo di Cutro”. Le indagini hanno consentito di scoprire l’esistenza di una “locale di ‘ndrangheta” nell’agro di San Leonardo, ricadente nel Comune di Cutro, in provincia di Crotone, facente capo alle famiglie M., T.e Z.con ramificazioni operative non solo in Calabria ma anche in Puglia, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, nonché, con proiezioni estere.

Dalle investigazioni si accertava che, oltre al dominio incontrastato del traffico di droga fra le province di Crotone e Catanzaro e l’usura praticata nei confronti di diversi imprenditori anche nel nord Italia, la “locale di San Leonardo di Cutro” da anni esercitava la sua criminale influenza sulla gestione dei villaggi turistici nel territorio sottoposto al suo controllo, attraverso una costante quanto pesantissima vessazione posta in essere con l’imposizione di proventi estorsivi, di assunzioni di lavoratori vicini alla consorteria ‘ndranghetista nonché di fornitori di beni e servizi anch’essi graditi alle cosche annullando, di fatto, ogni forma di libero mercato e di concorrenza.

Gli enormi proventi illeciti venivano riciclati anche mediante investimenti nei settori della ristorazione, dell’edilizia e delle stazioni di rifornimento carburante. La cosca san leonardese agiva in rapporti di dipendenza funzionale con la cosca G. A. egemone sulla provincia.Le altre indagini condotte nel corso degli ultimi anni permettevano di acquisire significativi elementi sulla crescita di potere e di influenza criminale delle famiglie di ‘ndrangheta del territorio di San Leonardo di Cutro. Tali elementi trovavano piena conferma nell’odierna Operazione Malapianta che, all’esito di difficilissime indagini condotte dalla Guardia di Finanza di Crotone a partire dal 2017, consente di asserire l’esistenza in San Leonardo di una “locale di ‘ndrangheta” riconosciuta con a capo le famiglie M. e T..

Fu lo stesso N. G. A., nel corso di una conversazione captata in modalità ambientale alcuni anni fa, a sancire l’autorità mafiosa in quel territorio delle famiglie citate e a inserire i due capi famiglia, A. M. e G. T. fra i “grandi della ‘ndrangheta”. La “locale sanleonardese” è, senza dubbio alcuno, una organizzazione delinquenziale ben identificata nei contesti criminali “crotonesi”. Il gruppo criminale inquisito risulta estremamente coeso, strutturalmente complesso ed altamente organizzato. Il metodo mafioso che l’indagine ha cristallizzato è pedissequamente quello tipizzato dall’art. 416 bis del codice penale.

Forza di intimidazione del vincolo associativo, condizione di assoggettamento e condizione di omertà sono tutti parametri che sono stati documentati nella presente indagine MALAPIANTA. Le vicende di diversi imprenditori, vittime delle cosche di San Leonardo, sono inequivocabilmente dimostrative del potere mafioso della famiglia M.e dei fini associativi perseguiti oltre che del soffocamento che la ‘ndrangheta opera su ogni forma di impresa e, quindi, di sviluppo di questo territorio.

Quanto emerso dalle indagini di questa Direzione Distrettuale Antimafia, condotte dalla Guardia di Finanza di Crotone, conferma la mole di dati riferiti dai collaboratori di giustizia e permette di individuare l’esistenza di una locale di ‘ndrangheta a San Leonardo di Cutro, a partire almeno dagli anni ’70, appartenente al “Crimine” crotonese/catanzarese e pertanto riconosciuta da parte del superiore “Crimine” di Polsi.

La ‘ndrangheta san leonardese ha, nel corso dei decenni, diversificato la sua operatività criminale passando dal contrabbando di sigarette al narcotraffico, all’usura e alle estorsioni. L’attività investigativa svolta ha consentito di comprendere come il capocosca di San Leonardo, A. M., e i suoi sodali avessero timore sia delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, la cui scelta veniva giudicata dai medesimi “vergognosa”, che dei Magistrati inquirenti di Catanzaro verso i quali si sprecano le ingiurie e, inoltre, del Procuratore Gratteri accostato, nei loro commenti, a Giovanni Falcone. Si rilevava altresì come la locale di San Leonardo avesse una fortissima capacità di controllo e monitoraggio del territorio per censire “presenze sospette” di veicoli e/o soggetti appartenenti alle forze dell’ordine.

I componenti della consorteria criminale erano anche in grado di ottenere informazioni sulle operazioni di polizia imminenti attraverso una oscura rete di fonti e connivenze. Oltre a ciò è stato accertato come i medesimi effettuavano regolarmente attività di anti bonifica per il rilevamento di microspie o per eludere le attività intercettive dei finanzieri. Tutto ciò, unitamente al descritto monitoraggio in forma “militare” del loro territorio, certifica la capacità dei “santo leonardesi” di ostacolare e sottrarsi a qualunque forma di investigazione.L’asservimento dei villaggi turistici del litorale ionico fra Crotone e Catanzaro è la sintesi di un progetto delinquenziale condiviso dalle consorterie operanti nella “circoscrizione” criminale di CUTRO.

Tali imprese, rappresentative di quello che senza dubbio è il settore economico di maggior importanza in questo territorio, soggiacevano al controllo criminale posto in essere con due metodologie distinte: l’estorsione di denaro contante per milioni di Euro e il condizionamento e lo sfruttamento della gestione dei servizi quali manodopera, forniture e manutenzioni. In pratica le cosche nel tempo sono riuscite a imporre la loro assoluta egemonia in relazione a qualsivoglia aspetto delle attività connesse alla gestione delle strutture alberghiere che abbia un profilo economico. Le dichiarazioni di diversi imprenditori, se per un verso hanno integrato le penetranti indagini dei finanzieri, sono altresì dimostrazione di uno spirito di ribellione alla ‘ndrangheta. Spirito che va sostenuto con ogni mezzo.

Tra le principali attività della “locale di ‘ndrangheta di San Leonardo di Cutro” si annovera senza dubbio il traffico di stupefacenti, una delle principali fonti di finanziamento dell’associazione. Sin dagli anni ’90 per le altre cosche del crotonese e non solo i N. hanno costituito un punto di riferimento per il narcotraffico. In quegli anni venne addirittura impiantata una raffineria in quel di San Leonardo, località giudicata idonea in quanto facilmente controllabile dalla cosca e quasi impossibile da controllare per le forze dell’ordine.

Le indagini hanno dimostrato come i san leonardesi si sono approvvigionati di droga dalle cosche operanti in provincia di Vibo Valentia, Catanzaro e Reggio Calabria e, inoltre, si sono dotati di una ramificata rete territoriale per la commercializzazione del narcotico principalmente su Crotone, Isola di Capo Rizzuto, Botricello e zone limitrofe in provincia e Catanzaro, San Giovanni in Fiore in provincia di Cosenza.

Le indagini hanno documentato l’acquisto e la successiva cessione di centinaia di chilogrammi di hashish, cocaina ed eroina. In particolare su Crotone la base operativa dello spaccio era situata nel quartiere di via ACQUABONA. Questo è il “fortino” dove risiedono centinaia di persone appartenenti al gruppo dei cd. “zingari” di Crotone. Caratterizzato da un fitto reticolato di abitazioni, per lo più abusive, connesse da vialetti transitabili, unicamente, a piedi dove donne e bambini fanno da vedette per lo spaccio.

E’ da considerarsi la piazza di spaccio principale della città. In questo agglomerato si sono creati gruppi criminali i cui capi risultano affiliati alla ‘ndrangheta. I finanzieri di Crotone hanno individuato e posto in sequestro numerosi beni il cui valore totale è pari a circa 30 milioni di Euro. Vengono sottoposti a sequestro: 5 società con sede a Botricello (CZ) e 5 con sede a Cutro (KR) attive in vari settori, dall’edilizia al commercio all’ingrosso e al dettaglio di bevande, materiali per agricoltura, edilizia e una esercente il servizio di posta privata.

Fra le unità locali di alcune di queste società vi sono 3 stazioni di rifornimento di carburante ubicate in provincia di Crotone e Catanzaro, tre bar e una pizzeria. Inoltre vengono appresi due autoveicoli e quattro immobili. Con l’Operazione Malapianta viene quindi smantellata, una locale di ‘ndrangheta, quella dei M., fra le più antiche, agguerrite e pericolose della provincia crotonese.

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