POLITICA

ROMA. LE DIMISSIONI DI ZINGARETTI. LA BARRA A DESTRA DEL GOVERNO DRAGHI NEL TEMPESTA DELLA PANDEMIA E LA CRISI ECONOMICA.

Le parole sono pietre, pietre scagliate contro la mattanza politica voluta da Matteo Renzi con la complicità di ex renziani, “paraculi” opportunisti buoni per tutte le stagioni e che in tutte le stagioni si ingegnano per arraffare i frutti della logica politica legata ad interessi economici impresentabili.

Le dimissioni di Nicola Zingaretti sono solo un ultimo drammatico passaggio, che testimonia come l’opportunismo politico di certa mala politica perda venti giorni per discutere di poltrone mentre per anni si sono dimenticati degli interessi generali, dei bisogni e le esigenze del paese, paese inteso come persone, lavoratori, studenti, impiegati, pensionati e minoranze portatrici di diritti. La reazione a catena innescata da Matteo Renzi quando ha minato il governo Conte II e con il governo in carica ha minato la credibilità della rappresentanza politico- istituzionale, che è il segno dello sfacelo dell’assetto istituzionale che nasconde le proprie macerie dietro il sorriso enigmatico e minaccioso di Mario Draghi.

Il passaggio di consegne tra Draghi e Conte ha segnato l’attraversamento del confine tra il tentativo, timido, di dare al paese un governo più sensibile alle richieste, alle esigenze, ai bisogni del popolo, funestato nel suo percorso dalla pandemia da covid-19, dalla crisi economica che ne è seguita e dai continui beceri attacchi politici della destra, che invocava aperture e chiusure a giorni alterni a seconda dei sondaggi elettorali, e un chiarissimo spostamento a destra dell’asse politico.

Un passaggio di consegne che liberato un onda distruttrice che mina il precarissimo equilibrio del sistema politico, accelerando con la consegna della campanella nelle mani di Mario Draghi la liquefazione delle forze politiche che compongono l’esecutivo e aprendo contemporaneamente una avventure imprevedibile in cui il 50% degli elettori si dichiarano incerti, privi di rappresentanza politica.

La crisi del governo Conte è stata in assoluto, nel panorama e nella storia politica italiana, la più assurda e suicida che un gruppo dirigente potesse mettere in atto, ma insieme è stata una crisi politica di una logicità palesemente trasparente in cui il potere economico, che costituisce il baricentro del capitalismo protagonista di un trentennio di declino arrogante e straccione, ha vinto e imposto le sue scelte parassitarie e speculative, aggregate intorno a quella che Luciano Gallino aveva chiamato l’impresa irresponsabile, immaginata sul modello delle autostrade che hanno il loro punto di riferimento nei Benetton.

Ma le imprese, che costituiscono la nervatura, la spina dorsale del governo di Mario Draghi, sono tutte rappresentate e ci stanno dentro tutte a partire dagli avvelenatori dell’Ilva, i pessimi manutentori del ponte Morandi, i tradizionali vincitori degli appalti di tutte le “grandi opere”, gli immobiliaristi romani e i robber baron del capitalismo delle reti oltre che alla nebulosa economia padana, che galleggia solo grazie ai bassi salari e all’assenza di qualsiasi resistenza sindacale.

I vincitori veri del 13 febbraio sono loro appoggiati dalla quinta colonna rappresentata da Matteo Renzi, ma che avevano già iniziato a minare alle fondamenta la credibilità di Giuseppe Conte ancora prima che entrasse a Palazzo Chigi, contestandone il curriculum, preoccupati che il suo sguardo si posasse anche solo per un brevissimo momento su quanto sta più in basso. I vincitori che hanno sostenuto l’offensiva Loro di Matteo Salvini per svuotare definitivamente la debolissima spinta anti-establishment che i 5Stelle andavano predicando da anni con i “Vaffa” di Beppe Grillo e della piazza, ma che nella compagine giallo verde aveva subito i primi ribaltamenti, come fu per il Tav Torino-Lione, e per poi scavare un profondo buco nero sotto i piedi del governo giallo-rosso chiedendo, fino dagli inizio della pandemia, di mettere l’economia al di sopra della salute, modello Lombardia che ha poi pagato il prezzo più alto in termini di morti per Covid-19. I veri vincitori del 13 febbraio sono sempre loro che al capitano di mojito, Matteo Salvini, hanno sostituito il capitano di ventura, Matteo Renzi, per realizzare la mattanza finale. Ma farsene una ragione non è il modo migliore per affrontare il nuovo corso economico, che può contare sulla disponibilità di 209 miliardi di euro da spendere, e su cui dobbiamo intervenire per dire la nostra. Ma se l’Italia è questa ed è nelle mani di questa gente qui non vuol dire che dobbiamo gettare la spugna e lasciare che possano depredare impunemente 209 miliardi di euro da spartirsi con tutte le mafie nostrane e straniere.

Il gesto di Nicola Zingaretti è esemplare come ha ricordato Norma Rangeri perché costituisce “la più cruda, eloquente rappresentazione” della eredità lasciata dal passaggio funesto di Matteo Renzi nel Pd, ma anche di come si è trasformato il Paese. Un atto di onestà quello di Zingaretti, di verità.

Le dimissioni di Zingaretti sono la più eloquente operazione di dignità dove le parole sono pietre ed è che ognuno di noi vede e ha continuato a vedere ogni giorno sotto un cielo funesto. Le parole come pietre in cui pesano come un macigno il termine VERGOGNA che rappresenta l’espressione più calzante per denunciare i comportamenti del gruppo dirigente ancora inquinato dall’opportunismo renziano.

Nicola Zingaretti aveva preso in mano un partito moribondo il 17 marzo del 2019, così l’ha definito Cecilia D’Elia, svuotato e traghettato verso la peggiore sponda berlusconiana da più di quattro anni di segreteria renziana, che non ammetteva confronti e dissidenti al pensiero unico dettato dagli interessi del nuovo padrone. La vita nel partito di Renzi che tentava di fondere un corpo con un’anima per quasi 1550 giorni non sarebbe stata possibile senza compiere una trasformazione camaleontica in cui il rischio era di restare invischiati anima e corpo in compagnia di un simile avventuriero della politica. Tanto più che il PD l’anima, un’anima fragilissima, non l’aveva neppure alla sua nascita con lo sciagurato azzardo, nel 2008, di Walter Veltroni che aveva avviato la fusione a freddo con la Margherita immaginando di farne il perno di un bipartitismo italiano, ispirato da un bipolaralismo nato già cadavere, funzionale solo alle politiche berlusconiane della destra.

Al compito di rianimare un moribondo ricoverato in terapia intensiva Zingaretti si era applicato con tantissima buona volontà, anche se spesso senza idee brillantissime, fino a dover scoprire l’inutilità dell’accanimento terapeutico di fronte alla coriacea incapacità di quella parte di dirigenza del partito di rapportarsi alla sofferenza diffusa, lacerante, di buona parte della popolazione, della frustrazione dei militanti del partito a cui è stato negato anche la possibilità di includere quella sofferenza nel proprio orizzonte di pensiero.

L’uso distorto, astuto, nel giorni degli agguati a Zingaretti, che dissemina di indizi mai raccolti dei dati rilasciati dall’Istat sulla povertà assoluta in cui versano oltre 5 milioni di persone, che non hanno neppure il minimo indispensabile per vivere “una vita dignitosa”, un cittadino su dieci.

Un milione di poveri in più per effetto della pandemia e della crisi economica che ne è seguita rispetto allo scorso anno, metà “operai o assimilati”, titolari di un posto di lavoro che non gli permette in ogni caso di vivere dignitosamente e non sono stati ancora stati sbloccati i licenziamenti.

La domanda che legittimamente vogliamo fare alla quella che per anni abbiamo considerato la nostra classe politica dirigente è chi rappresenterà e difenderà quella palude di sofferenza sociale nel prossimo futuro e i tempi durissimi che attendono quella parte di umanità che un tempo chiamavamo orgogliosamente classe operaia?

Chi sarà in grado di sottrarre tanta sofferenza al fascino del demagogo di turno che li ammalia e infine li tradisce?

Chi li metterà in guardia dalla dura legge della protezione sociale in cambio di fedeltà, che è stata nei secoli la tomba di ogni democrazia.