Mese: febbraio 2021

COSENZA. POLIZIA DI STATO. IL MONOPOLIO ECONOMICO DELLA ‘NDRANGHETA.

Monopolio economico della ‘Ndrangheta: 17 arresti in Calabria

La cosca della ‘ndrangheta dei Forastefano erano riuscite, con la forza dell’intimidazione tipica delle associazioni mafiose, a conquistare illecitamente il monopolio delle attività economiche nella zona di Sibari, una frazione del comune di Cassano allo Ionio, in provincia di Cosenza.

L’indagine denominata “Kossa”, (antico nome di Cassano), della Squadra mobile di Cosenza e dagli agenti del Servizio centrale operativo della Direzione centrale anticrimine ha portato all’arresto di 17 persone, accusate di associazione per delinquere di tipo mafioso, concorso esterno in associazione mafiosa, estorsione, illecita concorrenza con minaccia o violenza, esercizio abusivo dell’attività finanziaria, violenza privata, trasferimento fraudolento di valori, e truffa, aggravati dal metodo e dall’agevolazione mafiosa.

Con la stessa ordinanza è stato anche disposto il sequestro preventivo di terreni, fabbricati, quote societarie, imprese individuali e autovetture, riconducibili ad appartenenti alla famiglia Forastefano o a loro prestanome, per un valore complessivo di oltre 10 milioni di euro.

Gli investigatori hanno fatto emergere gli interessi dell’attività del gruppo criminale nella penetrazione del tessuto economico della zona, soprattutto nel settore agroalimentare e in quello dei trasporti, avvalendosi dei tipici metodi mafiosi.

Gli operatori commerciali che non si piegavano al cartello economico costituito dalla cosca subivano continue estorsioni, vessazioni, intimidazioni, richieste di denaro per servizi di guardiania e maggiorazioni di corrispettivi contrattuali. Tutto questo fino a che non chiedevano la “protezione” all’associazione mafiosa, che subentrava direttamente nella gestione delle aziende tramite le proprie imprese di riferimento.

Il monopolio nel settore degli autotrasporti era stato ottenuto utilizzando intimidazioni e violenze per assicurarsi le commesse della concorrenza.

I rapporti con i lavoratori erano gestiti nello stesso modo, e le trattative sindacali venivano risolte con intimidazioni dirette a ridurre al silenzio i sindacalisti che provavano a rivendicare gli interessi dei dipendenti.

Il controllo sulle aziende consentiva al gruppo criminale di realizzare sistematicamente truffe ai danni dell’Inps, grazie alla presentazione di rapporti di lavoro fittizi, che in realtà costituivano una illecita fonte di finanziamento.

L’egemonia economica nella zona è stata raggiunta grazie ad un’abile strategia politica mirata ad ottenere una tregua con i rivali storici e che nel recente passato avevano conteso al clan dei Forastefano il controllo criminale dello stesso territorio.

Come contropartita la cosca ha iniziato a servirsi degli ex rivali per la commissione di truffe ed estorsioni.

L’indagine ha evidenziato la collaborazione di alcuni professionisti, in particolare un avvocato e un commercialista, che erano diventati dei preziosi consulenti che suggerivano sistemi e modalità fraudolente di elusione, funzionali al conseguimento degli scopi illeciti dell’associazione criminale.

I due professionisti sono accusati di concorso esterno in associazione mafiosa.

Gli arresti e i sequestri sono stati eseguiti dai poliziotti delle Squadre mobili di Cosenza, Catanzaro, Salerno e Forli-Cesena, del Servizio centrale operativo, dei Reparti prevenzione crimine, con il coordinamento della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro.

LECCE. POLIZIA DI STATO. FURTO NEL CAVEAU, QUATTRO ARRESTI

Lecce: furto nel caveau della banca, 4 arresti

caveau lecce furto

I poliziotti della squadra mobile di di Lecce e del servizio centrale operativo, coadiuvati da personale del Servizio cooperazione internazionale Polizia, del commissariato di Formia (Latina) e della sezione Polizia postale di Lecce hanno arrestato quattro persone dopo due anni di indagini per il furto nel caveau della Banca nazionale del lavoro in via Sant’Oronzo a Lecce l’11 novembre 2018.

I ladri dopo essersi introdotti nel caveau della banca riuscirono ad aprire con la fiamma ossidrica un centinaio delle 310 cassette di sicurezza, ma dovettero desistere per un imprevisto lasciando sul pavimento della sala antistante il caveau, quattro borsoni contenenti arnesi da scasso, gioielli, denaro e altri borsoni vuoti.

Il danno si aggirava intorno al milione di euro.

caveau lecce furto

Gli investigatori dopo oltre due anni di indagini serrate, attraverso accertamenti, pedinamenti, intercettazioni ambientali e telefoniche, eseguite con il personale dello Sco di Roma, hanno scoperto che uno o più malviventi erano entrati in banca il venerdì poco prima della chiusura.

L’ipotesi investigativa per la presenza, all’interno del caveau, di un armadio metallico capace di contenere una persona di media altezza e che non potesse essere rilevata dai sensori di movimento.

caveau lecce furto

I ladri avevano anche manomesso dall’interno il sistema di apertura della porta blindata impostandolo in modo che i complici potessero entrare dall’esterno senza dover forzare la porta corazzata.

I cavi di trasmissione dei dati dell’impianto di videosorveglianza verso l’esterno in caso di assenza di rete, erano stati tranciati.

Il primo fondamentale spunto per le indagini è arrivato dall’analisi delle immagini delle varie telecamere di sorveglianza della città.

Inizialmente è stata fatta l’analisi di quelle della zona intorno alla banca, ampliando il cerchio di interesse man mano che emergevano indizi, fino ad estrapolare le immagini di quelle collocate in punti di transito strategici della città.

In particolare tre veicoli hanno colpito i poliziotti poiché procedevano nei giorni precedenti al colpo sempre uno dietro l’altro.

Le indagini si sono pertanto indirizzate verso i proprietari dei mezzi, fino ad arrivare al loro arresto.

Uno degli indagati è stato localizzato, grazie al lavoro del personale dello Scip, in territorio austriaco e precisamente nella città di Linz.

ALESSANDRIA. LA FESTA DEL GATTO.

Alessandria, 16 febbraio 2021

COMUNICATO STAMPA

FESTA DEL GATTO

Il rispetto verso gli animali per dimostrare civiltà ed evoluzione culturale

In Italia il 17 febbraio è la Festa del gatto, il giorno dell’orgoglio felino, dedicato agli irresistibili pelosi di casa e ai loro affezionati umani.

Intanto perché il 17, anzi XVII, anagrammato da VIXI, ‘ho vissuto’, e com’è noto ogni gatto ha sette vite da vivere e poi perché febbraio è il mese dell’Acquario, segno degli esseri liberi e anticonformisti, e nessuno è più libero e anticonformista di un gatto. Il numero 17 ha la fama di «porta sfortuna» che un tempo aveva anche il gatto (ma i gatti non ci hanno mai creduto), e febbraio è l’unico mese dell’anno con 28 giorni, dunque un po’ magico, proprio come i nostri a-mici felini; pelosi, dolcissimi, a volte anche ‘dispettosi’, ma così irresistibilmente gatti da essersi meritati una giornata mondiale.

E per festeggiarlicommenta l’assessore al Welfare animale Giovanni Barosinipurtroppo, in tempo di emergenza Covid-19, non è possibile fare la consueta festa presso le strutture che raccolgono e curano i nostri a-mici felini, però approfitto di quest’occasione per richiamare l’attenzione dell’impegno dei volontari delle Associazioni che gestiscono le strutture e dei volontari responsabili delle 213 colonie feline registrate sul territorio del comune. Anche quest’anno l’Amministrazione Comunale sta procedendo alla sterilizzazione con il Servizio Veterinario ASL-AL; per poterne usufruire, non mi stancherò mai di ribadire di rivolgersi all’Ufficio Welfare animale (0131-515249), che provvede anche a dare altre indicazioni e aiuto. Prevenire è meglio che abbandonare! – aggiunge l’assessore GiovanniBarosini – Stiamo già ‘mettendo le mani avanti’ per i prossimi mesi, quando ci saranno purtroppo le cucciolate. Molto è il lavoro che il Comune di Alessandria sta facendo per la prevenzione del randagismo felino, ma, ahimè, non basta mai. Speriamo che la Festa del Gatto sia un momento dedicato ai nostri gatti di casa, occasione per donare, magari cinque minuti del nostro tempo agli amici nelle strutture comunali, con una visita e per chi vuole un piccolo dono, con la speranza di riuscire a sensibilizzare sempre più l’opinione pubblica su temi importanti: una società civile si misura dal modo in cui tratta gli animali”.

ALESSANDRIA. NON UNA DI MENO. LOCCI E CASTELLANO CONTRO LE DONNE.

Non Una di Meno Alessandria 

Da Locci e Castellano l’ennesimo tentativo di minare l’autodeterminazione delle donne.

Video archivio manifestazione a favore della legge 104

Non ci stupisce l’ordine del giorno presentato, per il Consiglio Comunale di mercoledì 17 febbraio, da Emanuele Locci (Alessandria migliore con Locci) e Piero Castellano (Fratelli d’Italia) in cui si chiede al consiglio comunale di esprimere pieno sostegno alla circolare della Regione Piemonte, che si oppone – senza alcuna discussione in consiglio regionale – alle linee guida del Ministero della Salute inerenti la somministrazione della pillola abortiva RU486 e l’accesso all’aborto farmacologico.
La stessa circolare contro cui, insieme a centinaia di persone, siamo scese in piazza il 31 ottobre scorso a Torino.  
Dopo la presentazione della mozione Locci Trifoglio nel 2018, questo non è altro che l’ennesimo tentativo di minare l’autodeterminazione delle donne.
Il trucco ancora una volta consiste nel dire di voler applicare la 194 nella sua totalità sostenendo, però, le associazioni che sono legate a movimenti che la 194 intendono abrogarla. La cosa più subdola è il tentativo di far passare un’operazione prettamente ideologica, che lede la capacità di ogni donna di poter decidere della propria vita e del proprio corpo in maniera autonoma, per un’accortezza nei confronti delle donne stesse.

Ricordiamo che la circolare:
• Incentiva la presenza di associazioni pro-vita e antiabortiste all’interno delle strutture sanitarie pubbliche, promuovendo l’apertura di loro sportelli permanenti.
• Mette in discussione l’accesso all’aborto farmacologico in regime di day hospital, riservando la scelta ai singoli medici, che possono così decidere di accettare di somministrare la pillola abortiva esclusivamente previo ricovero, seppur non esistano prove scientifiche che confermino la pericolosità del day hospital per la donna in condizioni di salute.
• Impedisce la somministrazione dell’RU486 all’interno dei consultori.

Nell’odg, presentato dai due consiglieri antiabortisti, già firmatari della mozione Locci Trifoglio, si legge che “ricondurre l’aborto al day hospital, depotenziare la funzione di prevenzione e tutela dei consultori e l’estensione del limite a nove settimane di gravidanza vanno nella direzione di un più forte confinamento nella sfera privata di un gesto di grande rilevanza emotiva, sociale e morale e hanno l’effetto di far gravare in modo sempre più pesante sulle spalle della (sola) donna l’onere di un gesto dalle drastiche conseguenze”.

Locci e Castellano, dunque, vogliono precludere la somministrazione della RU486 all’interno dei consultori ma ci raccontano di farlo perché hanno a cuore la tutela delle donne. Ma per tutelare le donne, e salvaguardarne il diritto di scelta, non sono proprio i consultori – strutture nate dalle lotte delle donne degli anni 70 – i luoghi più indicati?

Per non parlare del giudizio di valore che viene dato in merito alla pratica stessa dell’aborto: sostenere che l’aborto sia “un gesto di grande rilevanza emotiva, sociale e morale”, vuol dire implicitamente giudicare l’aborto come una pratica sociale, non più riconducibile a una scelta individuale della donna, così come dovrebbe essere, quanto a un atto con delle ripercussioni per la collettività (argomentazione care alla destra italiana ma non solo, che utilizza lo spauracchio della sostituzione etnica per ostacolare le politiche in materia di salute riproduttiva e poter continuare con le proprie politiche di controllo dei corpi).


Giudicare l’aborto come una pratica di grande rilevanza morale vuol dire decidere in maniera arbitraria quale siano i parametri morali ai quali si vuol fare riferimento, fare leva sulla rilevanza emotiva del gesto vuol dire non tener conto di tutte quelle donne che, giustamente, non vivono la pratica abortiva come una “licenza di uccidere”, mantra caro alle associazioni antiabortiste a cui si vogliono spalancare le porte degli ospedali pubblici.

Siamo stanche di retoriche colpevolizzanti, così come siamo stanche di essere infantilizzate da chi reputa non abbastanza consapevoli le nostre scelte. Non abbiamo bisogno di politiche che ostacolino ancora una volta l’accesso alle pratiche abortive, già messe a repentaglio dall’alto tasso di obiezione di coscienza ed alla considerazione dei consultori come servizi non essenziali da poter mettere in discussione in tempi di pandemia.

Riprendiamo le parole in merito della Consulta di Bioetica:
Le nuove Linee guida del ministro Speranza non fanno altro che riconoscere che la RU486 allarga la tutela della riservatezza della donna, e valorizzano quest’aspetto, ben sapendo che la donna è persona avveduta e responsabile che sceglie sulla scorta di propri piani di vita meritevoli di rispetto. La lotta all’aborto si fa non attraverso la limitazione coattiva della libertà della donna, ma implementando politiche sociali adeguate così che l’“allargare le possibilità di scelta” non equivalga necessariamente al “ti lascio sola: arrangiati come puoi!”.

Anzi, continuare a credere che il ricorso alla sala operatoria sia efficace antidoto per prevenire la cosiddetta banalizzazione dell’aborto, o che l’aumento di riservatezza garantito dalla RU486 equivalga al “lasciarla sola” è frutto di un pregiudizio ideologico poco rispettoso delle scelte della donna stessa.

Lo ribadiamo, per noi garantire alle donne la possibilità di scegliere se diventare madri o no non può prescindere da politiche sociali adeguate, vuol dire intervenire sulla quotidianità delle persone che abitano la città, vuol dire abbassare le rette degli asili nido, rendere gratuiti i servizi per l’infanzia, garantire case popolari per chi ne ha bisogno, smettere di vincere ogni anno il record di polveri sottili nell’aria, vuol dire battersi contro l’inquinamento da pfas causato dalla multinazionale della chimica Solvay (sostanze che ricordiamo essere interferenti endocrini che causano un alto tasso di aborti spontanei e infertilità sia maschile sia femminile), rendere il centro un luogo a misura di bambina/o e non di auto.
Vuol dire garantire a quelle donne che scelgono di avere dei figli di crescerli in un ambiente sano e accogliente.

Si lasci alle donne che, invece, non vogliono figli la propria libertà di scelta e la possibilità di poter accedere al servizio senza che ad accoglierle siano associazioni che mettano in dubbio la capacità stessa della donna di poter prendere una decisione in completa autonomia.

Sui nostri corpi decidiamo noi!

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