Mese: febbraio 2021

ALESSANDRIA. LA DISFIDA DEI CANNONCINI. INTERVISTA ESCLUSIVA AL SEN. ANTONIO LA TRIPPA.

Una vera guerra televisiva combattuta a colpi di “cannoncini” tra Alessandria, Spinetta Marengo e Novi Ligure è scoppiata durante il programma “Cake Star” in onda su Real Time.

Si sa che il nostro giornale quando si tratta di diatribe politiche si affida a una celebrità, l’unico vero intenditore in fatto di polemiche e, nel caso specifico, di “dolci liti” a colpi di cannoncini, il Senatore Antonio La Trippa, ma una sola domanda perché altrimenti ci viene il mal di pancia.

La sfida a chi avrebbe presentato il cannoncino migliore è finita in polemica e noi abbiamo chiesto al senatore Antonio La Trippa un consiglio, la ricetta magica per far ritornare la dolce pace in città perché altrimenti per gli alessandrini inizieranno tempi durissimi e molto salati.

Il motivo che ha scatenato il contenzioso è l’attribuzione della vittoria nella gara tra pasticcerie nel programma televisivo “Cake star” in onda su Real Time.

Nella trasmissione televisiva andata in onda venerdì 12 febbraio gareggiavano, si affrontavano a colpi di cannoncini le pasticcerie Zoccola di Alessandria, La dolce Vito di Spinetta Marengo e Elvezia di Novi Ligure.

Le polemiche, che sono il motivo del contenzioso, hanno visto fronteggiarsi le tre pasticcerie perché Alessandria è una provincia con sette città centri-zona e sette confini ben netti e separati.

La pasticceria Elvezia di Novi Ligure, famosa per le olandesine, diventa parte integrante della città di Alessandria e in tv  viene confusa con il capoluogo e non quale parte della sua provincia. ma quel che è peggio è che è stata proprio Elvezia con i suoi cannoncini a vincere la gara e Novi sarebbe stata in questo modo defraudata della sua eccellenza.

Ma i cannoncini sono anche un dolce tipico di Alessandria e bisogna attribuirne la paternità o la maternità per non fare torto a nessuno dei due sessi.

Il conflitto che ne è scaturito è tra Zoccola e La dolce Vito dove Zoccola rimprovera Vito di aver copiato la sua ricetta e di non avere proposto idee originali per gareggiare nella trasmissione televisiva.

Il confronto è stato di grande interesse per l’economia locale e si può sintetizzare in uno scambio di battute tra Alice Zoccola e Vito Pantuosco: “Mi hanno accusato di aver rubato alcuni prodotti, come i cannoncini, ma non è vero. La pasticceria è di tutti, ci si ispira e poi ognuno ci mette del suo”. Alice replica: “La mia pasticceria è la più famosa in città. Ad Alessandria ci hanno copiato tutti i cannoncini lunghi e stretti, inventati da noi e questa cosa mi fa incazzare. Se sei un vero pasticcere inventati un cannoncino tuo”. 

In tutto questo abbiamo posto solo una domanda al Senatore Antonio La Trippa che di dolci se intende come si intende di politica, di economia, finanza e lotta libera in una vasca di miele e cioccolato.

Giornalista: Senatore Antonio ci spieghi la sua posizione nella guerra del cannoncino alessandrino.

Senatore Antonio La trippa: Caro il mio giornalista armato di dolci cannoncini posso solo dirle quanto più mi è caro: “i cannoncini sono come i Babà napoletani e i cannoli siciliani bisogna mangiarli e poi fare sparire le prove che se lo scopre mia moglie sono caz……Fine della storia. Alice Zoccola, Vito Pantuosco i cannoncini bisogna mangiarli e non usarli come proiettili per fare tiro al bersaglio.

FIESOLE. BANDABARDO’. CI LASCIA ERRIQUEZ, VOCE E ANIMA DEL PIU’ ROBOANTE E COLORATO GRUPPO FOLK.

La Bandabardò ha perso la sua anima, la sua voce, il più roboante, colorato artista del gruppo folk italiano, Erriquez (Enrico Geppi, 60 anni compiuti a settembre del 2020)è morto nella sua casa di Fiesole. La notizia della sua morte è stata confermata dal suo manager, Francesco Barbaro, il quale ha anche spiegato che l’artista combatteva da tempo con un brutto male, ma che solo la sua riservatezza e la sua energia non avevano mai permesso di far trasparire nulla all’esterno.

Erriquez rappresentava al meglio lo spirito libero, spirito, scatenato del gruppo folk: “Il più scatenato, roboante e colorato gruppo folk italiano in attività”, si legge aprendo il sito ufficiale della band.

La Bandabardò nel 2018 a Tutti Al Pride di Alessandria.

Erriquez aveva festeggiato al Mandela Forun di Firenze 25 anni di carriera con la Bandardò che dalla sua nascita, nel 1993, era sempre rimasto fedele a se stesso e ai suoi ideali, diventando un punto di riferimento della scena musicale degli anni novanta, tanto che ancora oggi il coro ‘Se mi rilasso collassò, continua a essere cantato da più generazioni.

Erriquez è stato sempre un personaggio riservato, ma solare, impegnato da sempre nelle questioni sociali e sposando le cause dei più deboli, degli esclusi, degli emarginati e delle minoranze. Lo trovammo ad Alessandria al primo “Tutti Al Pride nel 2018 al fianco di miglia di persone che manifestarono per i diritti e la libertà.

Le parole commosse della sua famiglia :”Salutiamo con gratitudine un guerriero generoso e un grande Poeta mentre Erriquez scriveva: “La mia è stata tutta un’avventura” e indubbiamente, non c’è cosa più vera.

L’artista parlando di se spiegava che: “Ogni storia ha una sua vita e ogni vita ha mille storie. La mia vita è stata musica che accade, incontri di popoli, magie, racconti, mille soli splendenti e vento in faccia. Non ho rimorsi, non ho rimpianti, la mia vita è stata tutta un’avventura. Finalmente, dopo tanto inutile errare, ho trovato la donna perfetta e l’ho sposata, rendendola mia per sempre, la mia compagna di vita, di viaggio e di sogni, la mia migliore amica, la mia donna, mia moglie Silvia a cui devo tanto, a cui devo tutto. Sono padre felice di un figlio strepitoso, il migliore che si possa desiderare, con il sorriso più bello del mondo. Rocco. Ho goduto “abbestia” con i migliori compagni potessi avere, la mia Banda del cuore, la nostra creatura meravigliosa dai mille colori. In questo grande girotondo saluto e ringrazio tutti quelli che mi hanno amato e tutti quelli che ho amato, i nomi sono tanti, voi sapete chi. Un abbraccio che circonda! Aloha!!!”.

La Bandabardò pubblicò il primo album nel 1996 dal titolo, Il circo mangione, che già mostrava quanto la band potesse rappresentare nel panorama musicale italiano. La copertina da sola raccontava tutta una vita artistica del gruppo: “Uno dei due cavalli carico fino all’impossibile di persone, strumenti musicali, tra cui un contrabbasso e una batteria, speaker, microfoni, bassi e chitarre a rappresentare l’eterno mito della strada come programma di vita, una vita piena di sacrifici, ma anche di gioia, amore, bellezza.

Erriquez nella banda era il profeta, un profeta gentile, capelli lunghi e barba arrotolata o racconta in una treccia a penzolare a testimoniare sulla scena un romanticismo che mancava e che ad alcuni pareva sembrare fuori tempo.

Erriquez rappresentava il sogno eterno di una notte attorno al fuoco, con una chitarra a raccontare storie e cantar canzoni, l’inno alla gioia per ogni giorno passato in terra come facevano i beatnik nell’unica vera rivoluzione non cruenta, portando come si diceva la vita e l’amore “on the road”: la strada cantata da Jack Kerouac, che riflettevano le speranze di tanti giovani alla ricerca di un’esistenza migliore.

Erriquez, la sua arte, è cresciuto in un tempo in cui i social network non esistevano e le capacità si esprimevano sul campo, locale dopo locale, partendo dai posti più vicini a casa per arrivare sempre più lontano, man mano che il successo cresceva.

Due anni dopo, nel 1998, data di pubblicazione del secondo album, Iniziali bì-bì, la Banda è molto cresciuta, ma è nel 2009 che la Bandabardò arrivò per la prima volta a suonare ad Arezzo Wave, il luogo che ha ospitato i più grandi talenti della musica italiana “alternativa”: dagli Afterhours ai Verdena, dai Subsonica a Caparezza.

La Banda da allora sarà di casa, sui vari palchi del festival, suonando in varie edizioni davanti a un pubblico sempre più numeroso ed esultante giunto on the road ad Arezzo da ogni parte d’Italia.

La Bandabardò, la famiglia ‘allargata’ del nostro folk rock 
La Bandabardò a Tutti Al Pride di Alessandria (video).

L’OPINIONE. IL GOVERNO DRAGHI E’ LO SPECCHIO DELLA NOSTRA INQUIETUDINE.

Roma 14/02/2021.

Lo confesso, questo governo non mi affascina per niente, ma il governo Draghi è quello che siamo, che respiriamo, che mangiamo e che beviamo. E’ lo specchio della nostra anima ed è quello che ci meritiamo.


Il governo di Mario Draghi non è semplicemente una porta che si chiude ed un altra che si apre sulla piazza grande di una nazione che preferisce la continuità, il proprio stile di vita, le proprie debolezze, le complicità con il malaffare politico, la corruzione demonizzate a parole, ma accettate nel profondo dell’anima come un fatto normale in cui certa politica gioca le sue carte e non ha alcuna intenzione di rimettersi in discussione.

Il nuovo governo non ha nulla di diverso da quelli che abbiamo conosciuto in passato. L’assemblaggio perfetto e confuso, poco coerente di uomini e donne buoni per tutte le stagioni come insegna il manuale Cencelli. La posta in gioco è alta: gestire e spendere 209 miliardi non è cosa da tutti i giorni, ma il rischio più grande, l’errore più banale che il governo Draghi può fare sarà quello di lasciare che clientelismi, sprechi e distrazioni prendano la mano, come una certa vecchia politica ci ha insegnato, per farci perdere la faccia in Europa e che l’Italia resti inchiodata allo stereotipo della piccola italietta sempre pronta ad approfittare della benevolenza altrui.

Presidente Mario Draghi le confesso subito, che ero tra coloro che guardavano con sospetto già alla fine dell’estate quelle che erano ipotesi solo ventilate, messaggi lanciati come mine vaganti sulla strada del governo presieduto da Giuseppe, che ipotizzavano un cambio della guardia a palazzo Chigi con lei in sostituzione di Conte.

Abbiamo scritto in tempi non sospetti della voglia di Matteo Renzi di saltare il fosso per tornare nella palude del centrodestra in cui ha avuto la sua formazione politica. Abbiamo scritto in tempi non sospetti della voglia di Matteo Renzi di traghettare il partito Democratico nella palude berlusconiana e che la sua voglia di rottamazione della vecchia guardia seguiva un disegno politico preciso: creare confusione tra destra e sinistra perché gli elettori, i militanti e i simpatizzanti di sinistra non capissero più quale era il confine tra la solidarietà e la palude dell’individualismo.

Ma non è solo di Matteo Renzi che voglio parlare, del suo capolavoro politico in cui ha resuscitato i fantasmi del passato come mai avremmo immaginato o forse si, ma anche noi a volte ci foderiamo gli occhi con il prosciutto.

Quello che sinceramente, però speravamo è che ipotizzavano fosse il fatto che il suo governo, Mario Draghi, scegliesse un approccio diverso per la formazione di un governo di salvezza o unità nazionale, un governo in cui il manuale Cencelli venisse cancellato per sempre.

Un ragionamento semplice quanto banale presidente Draghi: un presidente del Consiglio scelto dal Presidente della Repubblica con un mandato chiarissimo e una missione condivisa a livello sovranazionale non avrebbe dovuto avere nessun motivo per mercanteggiare sulla scelta dei ministri, incarichi e dispensare ossequi ai partiti politici considerando che alla sua candidatura non c’erano alternative se non nuove elezioni e tentare di restare in equilibrio sull’orlo del baratro.

Un ragionamento fin troppo semplice, elementare ed anche troppo ingenuo immaginando che si potesse finalmente operare un reset del sistema paese oppure operare scelte che mettessero veramente l’Italia al sicuro dall’avidità di soldi e potere che da decenni rappresentano il cancro del paese. Un cancro che nei decenni lo ha divorato, saccheggiato, derubato, favorito l’ascesa di politici corrotti, collusi con una mafia aggressiva e organizzata sempre pronta a insinuarsi nel tessuto politico ed economico del paese. Ma se non questo, almeno speravamo di aprire una stagione che promuovesse, da non confondere con la meritocrazia che è un altra balla colossale inventata da questa destra, persone dotate di competenza e responsabilità per mettere in sicurezza il Paese e investire con rigore la grande mole di risorse messa a disposizione dall’Europa.

Abbiamo sbagliato ancora una volta, sbagliavamo con Letta, sbagliavamo con Renzi e all’inizio abbiamo sbagliato con Conte anche se poi ha saputo ritrovare la via giusta per aver con uno scatto di orgoglio recuperare la nostra stima.

Ma questo governo per come si è presentato, il governo Draghi, è semplicemente la solita stereotipata vecchia pagina di una autobiografia desueta di una nazione che preferisce la continuità con una strana concezione della stabilità.

Il tentativo estremo di uscire dallo stallo politico determinato da un’alleanza politica debole e disomogenea per crearne un altra ancora più disomogenea e debole in cui si racconterà tutto e il suo contrario, una maggioranza che deve necessariamente far convivere posizioni lontanissime tra loro. Un governo in cui conviveranno i fautori e gli estremi difensori della famiglia tradizionale che, però non disdegna tradimenti, doppie vite e relazioni trasgressive. Un governo che mette insieme nostalgici dei tempi che furono e antifascisti, violentatori di bambole gonfiabili e difensori dei diritti delle minoranze, difensori dei diritti dei lavoratori e coloro che vogliono la cancellazione dello statuto dei lavoratori, operai e industriali, sfruttati e sfruttatori, come se la difesa dei grandi interessi economici e il pensionato che non arriva potessero per un momento convivere le stesse preoccupazioni, ma forse è anche vero che i poveri sono soltanto miliardari momentaneamente in difficoltà.

Una operazione in grande stile quella idea dai soliti noti, che Renzi ha realizzato facendo un capolavoro, un alchimia politica distruttiva nell’interesse di un unico soggetto, il potere politico-economico al servizio dell’amico degli amici. Ma questa operazione poteva essere immaginata e finalizzata solo dalla nostra classe politica, in un Paese in cui non esiste un’alternativa e ogni azione finisce inevitabilmente per impantanarsi nel fango della mala politica.

I palazzi romani della politica hanno fagocitato negli anni le migliori e le peggiori esperienze politiche: Renzi e i suoi rottamatori hanno smarrito la strada che avevano tracciato con arroganza e opportunismo; i grillini che con i loro apriscatole volevano aprire il parlamento come una scatoletta di tonno e infine è stata la scatoletta a ingoiare loro; Salvini, la sua arroganza, la sua superficialità, che con la violenza verbale e mediatica ha voluto emulare vecchi riti di una politica che nulla aveva a che spartire con la costituzione della Repubblica Italiana, ma che invece aveva molto in comune con il fascismo che affogava nei suoi mojito; La discontinuità promossa da Zingaretti con idee sicuramente moderne, attuali, ma proposte in un momento storico in cui il partito democratico era troppo debole perché uscito con le ossa rotta dall’esperienza renziana, come deboli erano le piattaforme programmatiche, che alla fine sono state annacquate e frullate, omogeneizzate e digerite da un sistema che non ha alcuna voglia di cambiare.

Nel bene e nel male, in un sistema fatto di pesi e contrappesi, la politica porta con se le sue incoerenze in un sistema di potere che ha perso definitivamente la capacità di incidere sui processi politici, di rappresentare i bisogni dei cittadini per trasformarsi in una mera gestione dell’esistente, che non garantisce la rappresentanza, non pratica la trasparenza e non attua neanche i principi basilari della democrazia.

Una politica così poco trasparente, così poco rappresentativa dei cittadini elettori, così incapace di incidere nei processi sociali del paese all’appello alla responsabilità nazionale ha prodotto una ammucchiata pronta a salire sul carro dell’uomo nuovo, del professore che tutto può e tutto sa, l’ennesimo salvatore della patria, (l’ultimo in ordine di tempo fu Monti in accoppiata con Elsa Fornero e ancora oggi paghiamo per le sue alchimie economiche e politiche in termini di esodati e pensioni), che ha preso atto dei numeri in Parlamento, ha dato un’occhiata alla attuale classe dirigente politica fatta con i sedimenti delle terze e quarta fila della prima repubblica, prestando un po di attenzione agli equilibri interni dei partiti,(come mostrano nomine e siluramenti), ha aperto il manuale Cencelli e buttato giù una lista dei ministri che fosse la più presentabile possibile, avendo comunque l’accortezza di non scontentare nessuno.

Ma se chiami Mario Draghi in virtù del suo curriculum a, letteralmente, “salvare l’Italia”, era lecito aspettarsi qualcosa di più, non superare la palude senza rischiare di incappare in un coccodrillo, non rivoltare la classe politica come fosse un calzino vecchio, ma almeno evitare di imboccare la strada che porta dritti, inesorabilmente, verso le sabbie mobili. Addirittura premiando chi è stato la causa del caos politico per irresponsabilità, per arroganza e per la totale ignoranza delle più elementari regole della convivenza civile e politica.

Le premesse sono nefaste, ma molto dipenderà dalle scelte del Presidente del Consiglio e la decisione di affidare alcuni ministeri chiave a persone di comprovata esperienza e affidabilità potrebbe suggerire l’idea che Draghi voglia imprimere un cambio di passo in alcuni settori. Impostando un esecutivo a due livelli dove i partiti avrebbero la garanzia della rappresentatività, ma il Presidente del Consiglio dovrebbe preservare per se stesso margini di manovra particolarmente ampi.

Blindata la gestione dei fondi del NextGenUE con Draghi chiamato a imprimere un indirizzo politico al complesso dei progetti e delle opere da realizzare. I tecnici ad occuparsi della stabilità finanziaria di un Paese in piena crisi pandemica e la tenuta del sistema economico e produttivo con Orlando(che ha già impostato una agenda di incontri con le parti sociali) e Giorgetti (Giorgetti, lo stesso che smantellato la sanità lombarda e per cui i medici di base non sevono a nulla …). Su tutti ovviamente è aperto l’ombrello protettivo del Quirinale, che deve garantire l’agibilità politica per coloro che non sono espressione dei partiti.

Lo scenario in cui Draghi è chiamato a operare sembra perfino troppo ottimistico, la responsabilità nazionale potrebbe rivelarsi una leva che Draghi userebbe per mostrare agli italiani e alla comunità internazionale cosa “i competenti” possono e sanno fare avendo le mani libere e risorse a disposizione.

Ma permettetemi, la storia recente del nostro Paese non ci autorizza affatto ad essere ottimisti: l’ultima volta, con Monti, che abbiamo avuto i “super-competenti” al governo non è andata proprio benissimo, almeno per quanto riguarda la stabilizzazione del quadro politico.

Le cose potrebbero invece andare molto male, l’azione del governo paralizzata da veti incrociati e le Commissioni paralizzate da equilibri molto delicati, in un contesto in cui l’opposizione è rappresentata solo ed unicamente dalla destra di Giorgia Meloni, pronta a strumentalizzare le possibili ricadute negative dell’azione di governo sui cittadini.

Lo scenario per Draghi non è dei più confortanti perché si troverebbe a fare da arbitro tra i partiti, come accaduto a Conte.

L’unico esito che ormai è stato dato per scontato è che Draghi sostituirà Mattarella al Quirinale mentre i partiti si riposizionerebbero come al solito o quasi, tenteremo di capire come si evolverà il M5s, se scegliere definitivamente la collocazione radicale-ambientalista nel centrosinistra oppure ritornerà al movimentismo del “vaffa”, il sistema si occuperà di gestire i fondi del Recovery Plan e noi continueremo ad affrontare la pandemia con le armi che abbiamo utilizzato fin qui.

Draghi ci rappresenta in pieno ed è la biografia dell’itaietta che tutti conosciamo, che quando è con l’acqua alla gola si limita a invocare il salvatore e spera nel miracolo.

Potrebbe andare forse anche meglio, ma certamente anche peggio.

ALESSANDRIA. LA SOLVAY INQUINA? L’ISPEZIONE RAFFORZA L’IMPIANTO ACCUSATORIO.

L’ispezione del Noe dei carabinieri in sinergia con l’Arpa regionale del Piemonte alla Solvay rafforza l’impianto accusatorio per inquinamento ambientale. nella nota che i carabinieri hanno inviato alla procura vengono evidenziate “fuoruscite in falda di sostanze inquinanti”.

Le accuse che vengono contestate ai vertici di Solvay dalla procura della repubblica sono di disastro ambientale e omessa bonifica. I carabinieri del Noe e i tecnici dell’Arpa hanno ispezionato e perquisito lo stabilimento di Spinetta Marengo coordinati dai sostituti procuratori Eleonora Guerra e Fabrizio Alessandria, coordinati dal procuratore Enrico Cieri.

Una nota diramata dopo l’ispezione spiega che l’impianto accusatorio è già stato al centro di una complessa indagine dei carabinieri del Noe di Alessandria, avviata nel 2008 e diretta sempre dalla Procura della Repubblica di Alessandria che, nel 2019, ha portato alla condanna definitiva dei vertici dell’azienda per il reato di disastro innominato colposo.

Nella nota viene evidenziata che la principale criticità del sito industriale era da attribuire al difetto di manutenzione della rete idrica a servizio dello stabilimento (circa 50 km di tubazioni recanti acque di processo, di raffreddamento, fognarie e di depurazione) talmente deteriorate da originare perdite per circa 300 Mc/h. Questo sversamento di acque nel terreno sottostante, unitamente ad una gestione non lecita della discarica interna e del depuratore, ha portato elevate quantità di materiali inquinanti a contatto con la falda sotterranea, creando un inquinamento diffuso in tutto la zona, anche esterna all’area industriale. Nell’ambito della sentenza è stabilito l’obbligo d’interruzione del continuo inquinamento della falda mediante messa in atto di un progetto di bonifica in grado di ristorare il danno provocato e mitigare il rischio per la salute umana.

Ma dal 2014 la Solvay, mentre per un verso procedeva alla bonifica, dall’altro provvedeva a sperimentare ed utilizzare nuovi prodotti chimici nell’ambito del ciclo produttivo; tra questi ha una significativa importanza il componente C6O4 appartenente alla famiglia dei Pfas ed utilizzato come coadiuvante del processo produttivo stesso, brevettato dalla Solvay per sostituire altro prodotto, il Pfoa, bandito dalle autorità internazionali, poiché inquinante.

Le attività di controllo condotte a tutt’oggi e riscontrate dagli esami svolti da Arpa Piemonte, evidenzierebbero casi di fuoriuscite in falda anche della nuova molecola C6O4, peraltro di brevetto ed uso esclusivo Solvay.

ALESSANDRIA. POLIZIA DI STATO. DETENZIONE DI DROGA E FURTO, DUE ARRESTI.

Questura di Alessandria
   
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Un’operazione condotta dalla Squadra Mobile della Questura di Alessandria ha portato all’arresto di due persone ritenute responsabili del reato di detenzione a fini di spaccio di sostanze stupefacenti o psicotrope.

L’alessandrino L. C., di anni 42 ed il cittadino di origini albanesi S. K., ventenne, sono stati arrestati dagli operatori della Squadra Mobile in esecuzione dell’ordinanza applicativa della custodia in carcere per il primo e degli arresti domiciliari per il secondo, emessa dal GIP del Tribunale di Alessandria, perché coinvolti in una fiorente attività di spaccio di cocaina destinata al mercato cittadino.

Le complesse indagini, condotte dalla Squadra Mobile di Alessandria, erano iniziate nel 2019, periodo in cui, nel corso delle attività, venivano arrestate sei persone, sottoposte a provvedimento precautelare nella flagranza di reato per detenzione a fini di spaccio di cocaina.

Tra le persone ristrette, collegate alla coppia destinataria delle misure cautelari appena eseguite, 3 sono cittadini albanesi, due di origine marocchina  e un italiano, tutti attivi nello smercio di droga in questo centro.

Nel corso dell’operazione venivano sequestrati circa 250 gr. di cocaina e  100 gr. di marjuana che, rivendute al dettaglio, avrebbero consentito un guadagno illecito superiore ai 20.000 euro, ed una somma di denaro di 20.000 euro, provento dell’attività illecita.

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