POLITICA

ROMA. IL GOVERNO OTTIENE LA FIDUCIA ALLA CAMERA, MA IL VERO BANCO DI PROVA E’ IL VOTO AL SENATO

Il premier Giuseppe Conte ha scaricato definitivamente scaricato Matteo Renzi, m nel suo intervento alla Camera non lo ha mai citato. La “pagina nuova” che si aprirà domani con il voto al Senato non prevede un riavvicinamento al gruppo di Italia viva, sostituita da un drappello di responsabili.

Il premier dopo essere uscito dall’aula ha un solo dubbio, che non si arrivi ad avere la maggioranza assoluta di 161 voti a favore dell’esecutivo..

Il dubbio diventa certezza con il passare delle ore, ma la speranza è lì a un passo, basterebbe conquistare una manciata di voti, ma ora si fa sentire anche la stanchezza per l’estenuante trattativa per evitare la crisi di governo durata settimane.

La replica alla discussione di Montecitorio fa capire quanta fatica e quanta tensione si sia accumulata in queste settimane, ma non ha intenzione di arretrare di un millimetro rispetto alle posizioni e al giudizio espresso nei confronti di Matteo Renzi e Italia Viva, che ha provocato una crisi priva di motivazioni e senza fondamento.

Il premier spera di incassare la maggioranza relativa che gli lascerà almeno lo spazio e il tempo per trattare la continuità dell’esperienza di governo, complice il voto sullo scostamento di bilancio previsto per le prossime settimane e sul quale Matteo Renzi non potrà negare il voto a favore, pena dover spiegare a chi ha subito perdite dalle chiusure perché non riceveranno i 24 miliardi di ristori inseriti nel provvedimento.

I più ottimisti pensano di poter arrivare a 158 voti, ma di più è una impresa mentre è partito la nuova ondata di trattative e offerte, ma è una trattativa “alla luce del sole”, come spiegato da Dario Franceschini.

Il premier potrebbe contare su altre defezioni nel centro destra come accaduto alla camera, dove Renata polverini ha votato a favore della fiducia a Conte e si è dimessa dal gruppo di Forza Italia, ma è il Maie-Italia 23, che ha momentaneamente trovato collocazione nel gruppo Misto e ambisce ad essere il seme per il futuro partito di Conte.

De Bonis che fu eletto nelle liste del M5s, da cui usci per incomprensioni ed oggi rappresenta l’ago della bilancia, potrebbe ambire al ministero dell’Agricoltura, che dopo le dimissioni di Bellanova è un interim che Conte non ha ointenzione di tenere a lungo. Altro politico papabile per occupare un Ministero è Riccardo Nencini, erede della tradizione “socialista” alla quale il premier ha aperto insieme a europeisti, popolari e liberali.

Il premier sa bene che bisognerà cedere duo o tre ministeri alle nuove formazioni che appoggeranno il governo mentre nella maggioranza è già partito il manuale Cencelli: uno per la Camera e due al Senato perché sono più determinanti.

Bruno Tabacci è sotto i riflettori in quanto orchestratore di una pattuglia che ha raccolto molti ex grillini consentendo alla maggioranza di muoversi con tranquillità.

Federico D’Incà in cerca di ex da riportare nella maggioranza, che al momento non è più tale.

Il mondo cattolico a cui si guarda con interesse, nonostante il niet arrivato dall’ufficio politico dell’Udc, potrebbe riservare più di una sorpresa dopo l’appello della Cei, “Paola Binetti potrebbe votare con la maggioranza”.

La maggioranza e il governo stanno muovendo tutte le leve possibili e nella discussione politica è intervenuta anche la Comunità di Sant’Egidio che ha dovuto diramare un comunicato ufficiale per smentire di essere tra i navigator dei “costruttori”.

Ma tra le ipotesi che si fanno strada ce ne è anche qualcuna che vedrebbe De Bonis e Nencini papabili a occupare i ministeri rimane un ministero per un esponente del centrodestra non sovranista.

Le sorprese non mancheranno e De Bonis ammicca a mezza voce che almeno un paio di Senatori sarebbero pronti a votare in favore dl governo, tra questi circolano i nomi dei senatori Minuto, Stabile e Masini, ma il pressing prosegue anche sul gruppo di Italia viva: “Se se ne smarcassero due o tre non sarebbe solo importante per i numeri, ma anche come segnale politico”.

Donatella Vono data in bilico, ma che continua a smentire, racconta che: “le telefonate sono incessanti, sono davvero esausta” mentre il pressing continua incessante anche su Parente, Carboni, Grimani e Comincini.

Il Movimento 5 stelle e Pd continuano a spingere per una Conte-ter che incassata la maggioranza potrebbe allargare la maggioranza e avere più chance per ampliare le politiche del governo. La nuova formula potrebbe prevedere la salita al Colle di Giuseppe Conte con la nuova lista di ministri, una crisi lampo di massimo 48/72 ore, il reincarico e un nuovo voto di fiducia.

Ipotesi, però che Conte sembra voler scongiurare, ma su cui convergono gran parte dei partiti di maggioranza, un iter che viene richiesto anche da parte di Tabacci e dei responsabili. I nomi che circolano con più insistenza del totoministri sono quelli dei due capigruppo Dem, Graziano Delrio e Andrea Marcucci, che assumerebbero rispettivamente Infrastrutture e Lavoro, con Andrea Orlando nelle vesti di sottosegretario alla presidenza del Consiglio oppure al Viminale in sostituzione di Luciana Lamorgese, che potrebbe assumere l’incarico ai Servizi segreti, ma in quoti c’è anche Gennaro Vecchione, oggi a capo del Dis.

Ai 5 stelle si aprirebbe la porta per l’ingresso in squadra di Giancarlo Cancelleri o Francesco D’Uva al ministero per il Sud, di Stefano Buffagni ai Trasporti scorporati dalle Infrastrutture e di Carla Ruocco, che potrebbe sostituire Paola Pisano all’Innovazione. 

Ma ovviamente sono solo ipotesi che rimangono appese al filo dell’incertezza mentre Ettore Rosato ha nuovamente invitato gli ex alleati ad avere la capacità di alzare il telefono e mettersi intorno a un tavolo per riaprire una porta mai del tutto chiusa, ma che per essere riaperta serve necessariamente tornare al punto di inizio.

Ipotesi che Conte non ha alcuna intenzione di prendere in considerazione e intanto il centrodestra alla Camera ha perso Renata Polverini che nel primo round della conta in Parlamento, in una giornata di delusione e protesta, ha votato a favore del via libera della Camera alla fiducia al governo di Giuseppe Conte.

Renata polverini ha spiegato di aver votato la fiducia al governo per responsabilità e in conseguenza di questo ha abbandonato Forza Italia.

La scelta dell’ex segretario dell’Ugl ha destato parecchia sorpresa nelle file azzurre: “Polverini si è messa fuori da Fi ha detto il vicepresidente di Forza Italia, Antonio Tajani, dopo il voto di fiducia.  Non ne sapevo nulla, non ci aveva avvertiti“.

Tajani ha aggiunto che al Senato Forza Italia voterà no senza defezioni alla fiducia: “Non credo”.