ECONOMIA E FINANZIA

ROMA. SOVRANISTI CONTRO: MELONI NOSTALGICA DIFENDE IL VETO DI POLONIA E UNGHERIA SUGLI AIUTI ALL’ITALIA”.

Giorgi Meloni, che ad Agosto si assumeva la paternità degli aiuti dell’Europa all’Italia e dichiarava che il risultato era stato ottenuto solo per merito di Fratelli d’Italia, durante un raptus nostalgico per le politiche repressive, autoritarie e antidemocratiche si schiera dalla parte di Polonia e Ungheria che hanno posto il veto e bloccano gli aiuti per la crisi all’Italia: “Difendono identità cristiana e confini da immigrazione”.

Ma i rilievi Ue sono sull’indipendenza dei giudici e libertà dei media nei due paesi dicono che quelle sono solo frasi fatte e di circostanza, insomma “fuffa” e propaganda.

Giorgia meloni in un post su facebook:

La leader di Fratelli d’Italia sostiene che la clausola sullo Stato di diritto, contro la quale si stanno battendo Budapest e Varsavia, sia solo un modo per Bruxelles di limitare la sovranità dei 27 Stati membri e imporre politiche pro-immigrazione e contro le “radici cristiane dell’Ue”.

Ma a preoccupare le istituzioni comunitarie sono le riforme sulla giustizia e la libertà d’espressione già criticate in passato

Ungheria e Polonia hanno deciso di porre il veto sul bilancio Europeo a cui sono collegati gli aiuti al’Italia e lo stanziamento dei fondi del Next Generation Eu (o Recovery Fund) in sostegno ai Paesi colpiti dal coronavirus a causa della clausola sullo Stato di diritto.

A Matteo Salvini e Giorgia Meloni era stato chiesto di prendere le distanze dai due governi loro alleati a livello europeo.

Ma la leader di Fratelli d’Italia ha affidato ai social la sua risposta, che “puzza” di tutto tranne che di una presa di distanza: “Se non vi inginocchiate niente soldi per combattere il coronavirus, basta difesa dei confini e identità cristiana“.

Giorgia Meloni ricalcando le tesi di Viktor Orbán ha scritto che la mossa dei governi di Budapest e Varsavia rappresentano la scelta di “non piegarsi” a un Ue che vuol punire “quei Paesi che vogliono difendere le radici classiche e cristiane d’Europa e i propri confini dall’immigrazione illegale di massa“.

Ma radici cristiane e politiche migratorie hanno poco a che vedere con la clausola richiesta dalla maggior parte dei 27 Stati membri.

La cronaca degli ultimi anni racconta il continuo scontro tra i governi sovranisti polacco, guidato dal partito Diritto e Giustizia dal 2015, e ungherese, da dieci anni sotto la guida del Fidesz di Viktor Orbán.

La Polonia ha imposto il controllo sui giudici e la mancata separazione dei poteri


Bruxelles che ha varie volte attivato l’articolo 7 dei Trattati sull’Unione europea che può portare fino alla sospensione di alcuni diritti di adesione, tra cui il diritto di voto in sede di Consiglio Ue, in caso di “violazione grave e persistente da parte di un Paese membro dei principi sui quali poggia l’Unione”.

L’allarme delle istituzioni europee non è scattato per “la difesa dell’identità cristiana o dei confini”, ma per le controverse riforme della giustizia proposte dall’esecutivo di Varsavia che limitano la libertà dei giudici e la loro indipendenza dal governo.

Le controversie proseguono dal 2017 quando alla guida dell’esecutivo c’era il presidente del Consiglio Beata Szydło e permise al ministro della Giustizia di nominare i presidenti dei tribunali regionali e di appello.

La firma del presidente della Repubblica, Andrzej Duda, arrivò mentre migliaia di persone erano in piazza per protestare contro una riforma che di fatto rendeva i togati dipendenti dai governi che li nominavano, accorpando il potere esecutivo e buona parte di quello giudiziario nelle mani del partito o della coalizione di maggioranza.

L’unico veto posto dal presidente è stato sulle “misure sulla Corte Suprema che avrebbe consentito di nominare 15 giudici su 25 e sul Consiglio Nazionale della Magistratura.

Situazione identica si è ripresentata due anni dopo, sempre con il governo Diritto e Giustizia, ma guidato dal premier, Mateusz Morawiecki.

A gennaio 2020, il Parlamento, sempre con centinaia di persone in piazza, ha approvato quella che è stata subito ribattezzata “legge museruola” con la quale l’esecutivo può sanzionare i giudici che mettono in dubbio la legittimità della nomina di altri colleghi, che svolgono attività politica o che nuocciono al funzionamento della giustizia.  

Il parlamento Europeo ha protestato per quello che viene considerato l’ultimo schiaffo allo stato di diritto nel paese.

Lo scontro tra Polonia e istituzioni Ue comunque non hanno niente a che vedere con la “salvaguardia dell’identità cristiana e la protezione dei confini”, argomenti usati da Giorgia Meloni per giustificare la scelta di bloccare i fondi europei per l’emergenza Covid.

In Ungheria le leggi-bavaglio contro i media e criminalizzazione delle ong hanno fatto scattare le procedure, poi arenatesi in sede di Consiglio Ue, per l’attivazione dell’articolo 7 dei Trattati nei confronti dell’Ungheria.

Il voto del Parlamento UE del 12 settembre sulla relazione Sargentini, dal nome dell’ex eurodeputata dei Verdi che ne è stata la relatrice.

La Plenaria di Strasburgo, con 448 voti a favore, 197 contrari e 48 astensioni, approvò il rapporto in cui si accusava Budapest, come ha dichiarato l’eurodeputata, di aver “imbavagliato i media indipendenti, limitato il settore accademico e sostituito i giudici indipendenti con giudici più vicini al regime oltre ad aver reso la vita difficile alle ong“.

Le affermazioni sono legate alle numerosi leggi con le quali il governo di Viktor Orbán, dal 2010, ha tentato di limitare la libertà e l’indipendenza dei media nazionali, a quelle sui migranti che hanno convinto la Commissione UE a deferire il paese alla Corte di Giustizia Europea e alla norma “legge Stop Soros” definita dai giudici UE: “Discriminatoria” con la quale l’esecutivo ha criminalizzato l’operato delle ong in materia di accoglienza e costretto la Central European University, fondata proprio dal magnate statunitense di origini ungheresi, a lasciare la storica sede di Budapest e trasferirsi a Vienna.

Come si può facilmente intuire, ma non comprensibile per Giorgia Meloni, la “protezione dei confini” non ha nulla a che fare con le accuse mosse dalla UE all’Ungheria.