Mese: ottobre 2020

FOGGIA. POLIZIA DI STATO. TENTA TRUFFA A ANZIANA CON UN FALSO INCIDENTE.

Foggia: identificato autore di una tentata “truffa del falso incidente”

truffe anzianiTuo figlio ha provocato un grave incidente stradale nel quale una donna è rimasta seriamente ferita, ora si trova in caserma, e, per evitare il suo arresto, servono 4 mila euro.

È questo il senso della telefonata ricevuta da una signora ultraottantenne residente in un paese dei Monti Dauni, in provincia di Foggia.

Si tratta di un classico schema di truffa che spesso viene messo in atto ai danni di persone anziane, facilmente suggestionabili e inclini a credere alla notizia.

Per impressionare ulteriormente la signora, durante la telefonata, in sottofondo si sentiva un accorato grido di aiuto “Mamma!! Vedi che devi fare!!”.

La donna è, chiaramente, rimasta sconvolta dalla notizia riportata da un uomo che, nelle due telefonate utilizzate per costruire l’inganno, ha anche chiamato per nome il figlio, dicendo che l’auto di Franco non era assicurata.

Per fortuna l’anziana, seppur sconvolta, ha avuto la lucidità di rivolgersi ai suoi familiari che hanno subito avuto il sospetto che si trattasse di un raggiro, rivolgendosi immediatamente ai poliziotti del commissariato di Lucera.

Gli agenti dell’Ufficio anticrimine del Commissariato, coordinati dalla Procura di Foggia, hanno avviato le indagini, riuscendo ad individuare il responsabile della tentata truffa, un italiano con precedenti per reati della stessa specie, che è stato denunciato in stato di libertà.

Purtroppo i nostri anziani sono uno dei bersagli più colpiti dai truffatori, che possono acquisire particolari personali, come il nome di un figlio, andando a scandagliare le pagine dei nostri social network; bisogna quindi metterli in guardia, sollecitandoli a rivolgersi ai propri familiari o alle Forze dell’ordine ogni volta che si verificano cose “strane” che comportano elargizioni di denaro o di oggetti preziosi.

Sergio Foffo

LATINA. POLIZIA DI STATO. DISCRIMINAZIONE RAZZIALE, ETNICA E RELIGIOSA.

Latina: post razzisti sui social, 2 denunce

La digosLatina sono state denunciate 2 persone per propaganda ed istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale etnica e religiosa.

L’indagine della Polizia postale è scattata dopo la pubblicazione di un post, di uno dei due indagati, in cui si vede un forno da cucina aperto con dentro alcune banconote e la scritta “trappola per ebrei”.

La pubblicazione aveva suscitato particolare sconcerto tra gli internauti e dalle indagini, condotte anche dalla Direzione centrale della polizia di prevenzione e dalla Digos di Latina, è emerso che l’uomo era attivo su numerose piattaforme Social, con vari account presenti su VK.com, Facebook, Telegram, Linkedin, Pinterest, Twitch e Tublr.

In particolare, l’analisi effettuata sui profili dell’indagato ha riscontrato come lo stesso avesse condiviso immagini che, di frequente, lo ritraevano con il braccio teso ed alzato a figurare il saluto romano, nonché con simboli neonazisti, fascisti e a immagini che lo associano agli ambienti ultrà di estrema destra della tifoseria calcistica SS Lazio.
I post inseriti mostrano, quindi, l’indagato come una persona xenofoba, fascista, omofoba, antidemocratica, anticostituzionale e antisemita.

Le attività investigative, coordinate dalla procura della Repubblica di Latina, si sono indirizzate anche nei confronti di un’altra persona risultata residente sempre a Latina. Anche per questo individuo, dall’analisi del suo profilo social, è emerso un esplicito orientamento ideologico nazista, antisemita e xenofobo.

Da tutti questi elementi raccolti dagli investigatori, sono state disposte le perquisizioni personali, locali ed informatiche.

Oltre ad aver sequestrato diversi dispositivi informatici, sui quali verranno effettuati ulteriori approfondimenti tecnici, gli agenti hanno sequestrato anche due portatessere e placche riportanti la scritta Polizia di Stato.

Olivia Petillo

ACQUI TERME. RIO MEDRIO: FUNZIONARIO DEL COMUNE E QUATTRO RESPONSABILI DI DITTE DENUNCIATI DAI CARABINIERI

I Carabinieri al termine degli accertamenti condotti con il personale dello SPreSAL della locale ASL hanno denunciato un funzionario del Comune di Acqui per lesioni personali e violazioni in materia di norme sul lavoro e quattro responsabili di ditte private per lesioni personali colpose e violazioni in materia di sicurezza sul posto di lavoro.

PRESSPHOTO Firenze, Carabinieri in servizio con le nuove divise e immagini di repertorio. Foto Marco Mori/New Press Photo

Le denunce dei carabinieri di Acqui dopo le indagini e gli accertamenti, condotti con lo SPreSAl,per ifatti del 24 settembre quando due operai al lavoro nel letto del rio Medrio per un intervento di pulizia commissionato dal Comune erano stati trascinati dalla piena del fiume scatenata in seguito a un nubifragio.

Sette loro colleghi erano riusciti a mettersi in salvo, ma non fu così per due fratelli recuperati più a valle, alla confluenza col fiume Bormida, vivi, ma con fratture, contusioni e ferite alle gambe e alle braccia.

Il funzionario di Palazzo Levi è stato denunciato per non aver provveduto, all’atto dell’affidamento dei lavori, a verificare che l’impresa fosse idonea dal punto di vista tecnico-professionale. Le verifiche vanno effettuata attraverso l’acquisizione del previsto documento di valutazione dei rischi.

I datori di lavoro per non aver provveduto a programmare e impartire istruzioni affinché i lavoratori, in caso di pericolo grave e immediato, fossero in grado di cessare le attività e mettersi al sicuro.

Tra gli impresari denunciati il padre delle vittime dell’incidente al quale è stato contestato il reato di lesioni colpose per le ferite riportare dai suoi figli.

Il titolare di una quarta ditta è stato denunciato proseguono per non avere provveduto a richiedere l’osservanza delle misure per il controllo delle situazioni di rischio in caso di emergenza e le relative istruzioni di messa in sicurezza di questi ultimi.

TORINO. G.di F.- OPERAZIONE DOPPIO DEBITO-ASSOCIAZIONE PER DELINQUERE, USURA,ESTORSIONE, TRUFFA E ABUSIVISMO FINANZIARIO

orino, 16 ottobre 2020

Comando Provinciale Torino

L’operazione “DOPPIO DEBITO”, coordinata dalla Procura della Repubblica di Asti, ha coinvolto oltre 40 militari della Guardia di Finanza di Torino che hanno eseguito 6 arresti a carico di persone gravemente indiziate di associazione per delinquere dedita a usura, abusivismo finanziario, estorsione e truffa.

In corso di esecuzione il sequestro preventivo dei beni degli arrestati.

Gli arrestati sono i carmagnolesi L.G. e suo figlio, un torinese L.O., D.M.G. di Villafranca Piemonte, M. N. di Moncalieri e una dipendente infedele della filiale FINDOMESTIC di Bra (CN), società risultata estranea agli addebiti penali.

Le indagini, coordinate dal Procuratore della Repubblica di Asti Dott. Alberto Perduca, dirette dal Sostituto Procuratore Dott. Gabriele Fiz e condotte dai finanzieri del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Torino, hanno investigato su fatti che vanno dal 2018 alla fine del 2019 e hanno avuto pieno sviluppo durante tutto il periodo dell’emergenza COVID-19.

L’attività investigativa dei finanzieri ha permesso di far emergere una articolata associazione per delinquere con base a Carmagnola e operativa a Torino, Ivrea, Moncalieri, Cuneo e Bra, che sotto le direttive di L.G., applicava tassi usurari fino al 2.500%.

Il core business dell’associazione era l’offerta sistematica e professionale di prodotti finanziari a soggetti bisognosi di denaro e che, nella maggior parte dei casi, non presentavano le condizioni per accedere al credito secondo procedure ordinarie.

Le vittime erano imprenditori in difficoltà economiche – imprese edili, centri estetici, macellerie, pizzerie – casalinghe e disoccupati già indebitati che, tramite il “passa parola”, entravano in contatto con i componenti dell’organizzazione.

I falsi promoter finanziari si presentavano di volta in volta come “ex direttori di banca” o “agenti finanziari” organizzando gli incontri in luoghi all’aperto, bar, centri commerciali.

La peculiarità dell’organizzazione criminale consisteva nella capacità di proporre un vero e proprio “pacchetto completo” e nascondersi dietro il finanziamento concesso da una finanziaria realmente esistente.

Inizialmente il “cliente” veniva approcciato con toni affabili e cordiali e con l’assicurazione che avrebbe ottenuto una linea di credito da una società finanziaria.

Gli si richiedeva la carta d’identità e un documento reddituale, quando esistente.

L’organizzazione predisponeva quindi documenti artefatti (buste paga, CUD, dichiarazioni fiscali) per ottenere il credito, quasi sempre presso la FINDOMESTIC di Bra, ove una dipendente infedele e partecipe dell’organizzazione curava tutti gli adempimenti necessari, quantificava il credito concedibile e forniva finanche puntuali indicazioni sulle risposte da dare in caso di eventuali controlli.

Ottenuta la somma dalla finanziaria, l’organizzazione rivelava la propria vera natura pretendendo dalla vittima il “compenso” in contanti per i “servizi”: venivano applicati tassi usurari fino al 2500% in più rispetto a quelli leciti per l’attività di intermediazione, con richieste di pagamenti fino al 60% del finanziamento, utilizzando estorsioni e minacce.

In breve, dopo aver pagato gli usurai, alle vittime restava solo una modesta residua parte dei soldi, a fronte dell’onere di dover corrispondere le rate per l’intera cifra ottenuta dalla finanziaria.

Gli indagati si sono dimostrati particolarmente attenti nell’esecuzione delle proprie attività illecite: raramente utilizzavano i telefoni per accordarsi e prediligevano riunirsi nel campo sinti di Carmagnola o in un centro commerciale di Moncalieri.

Tra le accortezze adottate c’era anche quella di far controllare periodicamente le proprie autovetture con vere e proprie operazioni di “bonifica” per ricercare eventuali microspie.

Le indagini sono state condotte con intercettazioni, pedinamenti, monitoraggi video ed accertamenti bancari.

Nonostante la difficile permeabilità del contesto in cui operavano i finanzieri sono riusciti a riprendere gli incontri con le vittime nel corso dei quali gli indagati discutevano dei compensi da esigere e delle modalità operative attuate.

Le indagini hanno permesso di risalire a numerose persone cadute nella rete criminale, che, dopo iniziali reticenze, davanti all’evidenza dei fatti accertati dai finanzieri hanno raccontato quanto era accaduto: soggetti, questi, ulteriormente provati anche dall’emergenza COVID-19.

Gli approfondimenti investigativi sono stati effettuati avvalendosi dell’ampia collaborazione resa dall’Ufficio Prevenzione Frodi di FINDOMESTIC, essa stessa vittima di tale sistema.

In questo modo sono stati infatti richiesti alla società, in due anni, prestiti per circa 400.000 euro per conto di una ventina di soggetti di fatto privi di ogni garanzia per l’estinzione del debito contratto.

Oltre ai 6 arresti gli investigatori hanno aggredito il patrimonio dei sodali, procedendo al sequestro di conti correnti e di immobili, in misura pari agli interessi usurari percepiti.

L’indagine svolta si inserisce nel quadro delle attività condotte dalla Guardia di Finanza a contrasto dell’usura, odiosa pratica criminale che tende ad ottenere ingenti guadagni sfruttando lo stato di bisogno di soggetti in grave difficoltà.

L’azione risponde all’esigenza di individuare prontamente, anche nel contesto dell’attuale emergenza epidemiologica da COVID-19, i segnali di inquinamento da parte delle consorterie criminali di tipo economico ed organizzato, adottando tutte le iniziative di contrasto e inibendo ogni forma di possibile arricchimento illecito connesso allo sfruttamento della particolare contingenza.

Gli Organi investigativi restano a disposizione di coloro che intendessero fornire elementi informativi.

TRENTO. G.di F.-OPERAZIONE PERFIDO.

Sequestrate società, immobili, automezzi, macchine da cantiere, attrezzature e conti correnti

Comando Provinciale Trento

Gli investigatori del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza trentina hanno concluso le indagini specialistiche volte ad aggredire il patrimonio illecitamente accumulato dai membri di un sodalizio mafioso presente in Val di Cembra.

Le investigazioni dei finanzieri, avviate nel 2018 su delega della Procura Distrettuale di Trento, si sono focalizzate sulla ricostruzione delle ramificazioni economiche della ‘ndrangheta insediatasi in provincia di Trento che, nel tempo, è riuscita ad infiltrarsi nell’economia legale, assumendo in primis il controllo di alcune aziende operanti nel Distretto del porfido e delle pietre trentine, per poi estendere i propri interessi anche in altri settori, strategici per la c.o., quali il trasporto merci, il noleggio di macchine e attrezzature edili, fino ad arrivare all’allevamento di bestiame.

La complessa ricostruzione delle reali consistenze patrimoniali riconducibili ai membri del sodalizio di tipo mafioso, ai loro familiari e ai vari prestanome, per un totale di 148 tra persone fisiche e giuridiche oggetto di screening investigativo, sono state condotte dai finanzieri trentini incrociando i dati:

  • emergenti dalle indagini di polizia giudiziaria eseguite dai carabinieri della locale Sezione Anticrimine;
  • raccolti, per il periodo dal 2010 all’anno corrente, dalle performanti banche dati specialistiche in uso al Corpo, quali Serpico (informazioni reddituali), Argo (informazioni societarie), Siva2 (informazioni sulle operazioni finanziarie sospette), CeTe (informazioni sulla disponibilità di beni di lusso), SDI (informazioni di polizia) e Siro3 (informazioni sulla c.o.),

attraverso l’applicativo MOLECOLA, data base investigativo sviluppato dalla Guardia di Finanza su input della D.N.A.A. (Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo), che consente di processare tutte le informazioni raccolte al fine di far emergere le incoerenze patrimoniali riferibili agli indagati.

All’esito degli accertamenti specialistici delle Fiamme Gialle, la Procura Distrettuale di Trento ha emesso provvedimenti di sequestro finalizzati a “congelare” tutti i beni, conti correnti, aziende ed immobili per i quali è prevista la confisca diretta (beni che rappresentano il prodotto o il profitto del reato) o la confisca per sproporzione (beni di cui non si può giustificare la provenienza, dei quali si ha la disponibilità a qualsiasi titolo in valore sproporzionato al proprio reddito o alla propria attività economica).

Oltre 40 finanzieri appartenenti al GICO del Nucleo P.E.F. di Trento, con la collaborazione di altri 40 militari in forza allo SCICO di Roma, al GICO del Nucleo P.E.F. di Reggio Calabria e ai Nuclei P.E.F. di Padova e Verona, hanno operato il sequestro dei beni nella effettiva disponibilità degli arrestati, per un controvalore stimato in oltre 5 milioni di euro.

In particolare, si tratta di:

  • n. 06 società con sedi in provincia di Trento, dedite alla lavorazione del porfido, al noleggio di macchine e attrezzature edili, nonché al trasporto di merci;
  • n. 03 società con sedi in provincia di Verona, dedite alla lavorazione del porfido, al deposito merci e all’allevamento;
  • n. 01 società con sede a Padova, operante nel settore del trasporto merci;
  • n. 04 società con sedi a Roma, dedite ad attività nel settore immobiliare, ai lavori stradali e al trasporto merci;
  • n. 01 società con sede in provincia di Reggio Calabria, dedita al commercio di prodotti sul web;
  • n. 07 immobili siti in Roma;
  • n. 18 automezzi, fra i quali due Range Rover Velar, un Range Rover Discovery, una Mercedes Classe C Coupè, un Nissan Navara, una BMW Z4, nonché altre utilitarie e furgoni;
  • n. 06 macchine da cantiere (pale meccaniche, ruspe, escavatori e muletti) ed altre attrezzature;
  • n. 18 conti correnti.

Contestualmente i militari della Sezione Anticrimine di Trento del ROS dell’Arma dei Carabinieri, hanno eseguito 19 ordinanze di custodia cautelare nei confronti di altrettanti responsabili, nonché 5 fermi di indiziato di delitto, unitamente alla Polizia di Stato, di altrettanti indagati per associazione mafiosa sui quali sono state registrate, in fase di indagine, convergenze investigative che hanno quindi portato al coordinamento investigativo, sotto l’egida della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, tra le Procure della Repubblica di Reggio Calabria e Trento.

Le indagini patrimoniali dei finanzieri trentini confermano, ancora una volta, l’importanza dell’aggressione sistematica dei patrimoni illeciti della criminalità organizzata, fondamentale strumento di contrasto alle consorterie di tipo mafioso e riconosciuto baluardo della strategia diretta ad arginare le diverse forme della c.d. “criminalità da profitto”, che costituisce, oggi più che mai, un prioritario obiettivo dell’Autorità Giudiziaria e, in particolare, della Guardia di Finanza quale Corpo specializzato di polizia economico-finanziaria.

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