CRONACA

PIACENZA. LA BANDA DEI CARABINIERI CHE PENSAVANO DI ESSERE I BOSS DI GOMORRA.

Hanno disonorato la divisa, hanno tradito il giuramento di fedeltà alla Repubblica, proteggere i più deboli e di far rispettare le leggi dello stato: il gruppo di carabinieri spacciatori che nel 2018 vennero premiati per ‘gli ottimi risultati nel contrasto allo spaccio’.

Video ripreso da sito di Repubblica.

L’inchiesta è stata coordinata dal procuratore capo di Piacenza Grazia Pradella che utilizzando le consuete tecniche investigative, intercettazioni telefoniche, acquisizione di video, appostamenti e verifiche sulle disponibilità economiche e sul patrimonio mobiliare e immobiliare ha contesta ai carabinieri della caserma Levante di Piacenza di aver messo in piedi un giro di arresti illegali, spaccio di droga e pestaggi.

Lo scenario in cui si sono mossi gli investigatori della Guardia di Finanza denominata operazione “Odysseus” richiama alla mente l’episodio del 2013 quando nel capoluogo romagnolo venne smantellato un traffico di droga e prostituzione e sei agenti della Questura vennero arrestati insieme a sette persone.

La vicenda dell’epoca venne denunciata da una trans e ad indagare in quella occasione furono i Carabinieri guidati da Rocco Papaleo. Il Carabiniere Papaleo a sette anni di distanza ha denunciato i suoi commilitoni ed ha dato avvio all’indagine nei confronti dei Carabinieri della caserma Levante di Piacenza.

Il maggiore, convocato in procura per un’altra inchiesta, aveva riferito di aver una segnalazione da un uomo di origine marocchina, il quale affermava di essere un informatore dei Carabinieri e che riceveva, come ricompensa per le sue informazioni, della droga contenuta in un contenitore custodito alla caserma Levante. Ma se le informazioni del marocchino non convincevano il gruppo veniva minacciato.

Il gruppo di carabinieri navigavano nel torbido: erano guardie e ladri allo stesso tempo e la situazione era talmente opaca da imporre al comando generale dei carabinieri la decisione di trasferire i vertici dell’Arma di Piacenza.

Hanno lasciato l’incarico il comandante provinciale Stefano Savo, il comandante del reparto operativo Marco Iannucci e il comandante del nucleo investigativo Giuseppe Pischedda.

I Carabinieri indagati nell’inchiesta sulla Gomorra piacentina sono stati già sospesi dal servizio e intanto hanno iniziato a difendersi cominciando a raccontare la loro verità. La difesa di Falanga ha spiegato che: “Quei soldi erano del gratta e vinci, il nigeriano picchiato? E’ caduto per terra”.

I protagonisti della caserma Levante di Piacenza parlano mentre emergono altri particolari sulla vicenda: i tre pusher sono detenuti nel carcere di Cremona e i due carabinieri sono in cella a Piacenza: pestaggi, torture, ricettazione, spaccio di droga avvenuti, per l’accusa, dentro la stazione di via Caccialupo.

Gli episodi di violenze sono stati raccontati dagli spacciatori-informatori: in cambio delle “soffiate” ricevevano il 10% degli stupefacenti e dei soldi sequestrati ai “concorrenti”, oltre al “bonus” in prestazioni sessuali del trans di origini brasiliane: “Nikita”.

I Carabinieri indagati si difendono riferendo che non sarebbe stata commessa nessuna violenza come ha riferito l’appuntato Angelo Esposito, arrestato con i 5 colleghi, nel lungo interrogatorio di garanzia davanti al gip. L’avvocato, Pierpaolo Rivello, spiega che il carabiniere respinge le accuse di tortura, dichiarandosi “del tutto estraneo al mondo di violenza e di soldi illeciti” descritto dall’accusa.

Nel corso dell’interrogatorio l’appuntato è scoppiato più volte a piangere.

Respingono le accuse Matteo Giardino: 58 anni, padre di Alex ,29 anni; Daniele,26 anni, e Simone,32 anni tutti detenuti nelle carceri tra Parma, Cremona e Milano.

Matteo Giardino è a casa, agli arresti domiciliari dopo essere stato fermato il 9 marzo dalla Guardia di Finanza con 2 chili di marijuana nascosti in un Fiat Doblò e destinati, come sostengono gli inquirenti, al “giro” della Levante.

Giardino da una versione diversa: “da ex portavoce locale del movimento dei “forconi” andavo a fare dei lavori gratis in caserma: quando si rompeva un tubo dell’acqua, o quando dovevano cambiare insegna, andavo ad aiutarli”.

Ma per gli investigatori la casa di campagna dei Giardino veniva usata come deposito e nascosta la droga destinata a Peppe Montella, appuntato scelto e considerato la “mente” della banda.

Giardino ha dichiarato che: “Peppe era una persona normale: non mi ha mai minacciato, non ho mai avuto a che fare con lui. Mi sono trovato due chili di marijuana sulla macchina, ma non ce li ho messi io. Chi mi conosce sa chi sono io. I miei figli lavorano e sono bravi ragazzi”.

L’Italia è un paese che vive di paradossi, il paese che non ti immagini, o forse ti immagini, ma fai finta di non conoscere. Nel giugno del 2018, nel corso della cerimonia per i 204 anni della fondazione dell’Arma, i carabinieri della Caserma Levante di Piacenza, attualmente posta sotto sequestro per l’indagine della procura piacentina che ha indagato dieci militari, furono premiati per meriti speciali nella lotta al traffico di droga: “Ai componenti della stazione Piacenza Levante il comandante della legione carabinieri Emilia Romagna riconobbe infatti una menzione particolare per essersi distinti per il ragguardevole impegno operativo e istituzionale e per i risultati conseguiti soprattutto nell’attività di contrasto al fenomeno dello spaccio di sostanze stupefacenti”.

Dopo due anni l’inchiesta coordinata dal procuratore capo di Piacenza Grazia Pradella contesta ai carabinieri della caserma Levante di aver messo in piedi un giro di arresti illegali, spaccio di droga, pestaggi ed estorsioni a fini economici e aumentare il proprio prestigio.

Mentre emergono e si fanno sempre più pesanti le accuse e le responsabilità dei carabinieri indagati la politica entra a gamba tesa nella vicenda e la linea politica della destra è difendere quei carabinieri senza se e senza ma.

Davanti a una vicenda torbida che ha coinvolto la Caserma dei Carabinieri”Levante” di Piacenza, che ha gettato un ombra sull’intera arma dei carabinieri, che ha sporcato la divisa, l’onore e l’integrità di una delle istituzioni più rispettate e amate dagli italiani la parte conservatrice e più reazionaria del nostro paese si è prodigata con una levata di scudi, i soliti distinguo, le mele marce con tutte le giustificazioni per nascondere che la polizia italiana ha urgente bisogno di una riforma che la deve trasformare nel baluardo a difesa delle istituzioni in difesa delle persone più deboli, del rispetto della legge e che non deve tollerare interferenze politiche, messa sotto tutela e protezione da parte di forze politiche lontanissime ideologicamente dalla difesa dello stato democratico nato dalla resistenza e dal sacrificio di migliaia di uomini e donne. 
La destra italiana ancora una volta si distingue e non tollera alcuna interferenza a partire dalle dichiarazioni di Ilaria Cucchi, la donna più odiata dai fan del manganello libero che in più di una occasione hanno rilasciato dichiarazioni in cui giustificavano l’uso della tortura come strumento di indagine, accusata di procacciarsi notorietà sfruttando la morte del fratello, ucciso a calci e pugni mentre era in stato di fermo da un gruppo Carabinieri.

Ma permetteteci di dire che la retorica delle “mele marce” ci ha stufato e bisogna ammettere che esiste un problema di controllo nelle Forze dell’Ordine, un black out che deve necessariamente essere risolto.