Mese: Maggio 2020

LATINA. 6 ARRESTI PER SPACCIO DI COCAINA.

Con le indagini scaturite a seguito di un atto intimidatorio e del tentato omicidio di un uomo, a Latina gli agenti della Squadra mobile hanno scoperto un giro di spaccio di stupefacenti arrestando, questa mattina, 6 persone.

L’esplosione dell’auto a marzo dello scorso anno causata da un ordigno rudimentale e, poco tempo dopo, i colpi di pistola sparati in direzione del conducente di un’auto erano collegati tra loro per questioni di gelosia nei confronti di una donna, ex convivente di una delle due “vittime”.

L’indagine ha però svelato i legami che i due uomini avevano con la malavita della città pontina e gli interessi nello spaccio di cocaina.

Gli appostamenti e le intercettazioni telefoniche hanno ricostruito le dinamiche del gruppo: in particolare uno degli arrestati si occupava prevalentemente del taglio e del confezionamento della droga mentre per gli altri il compito della custodia e dello spaccio che avveniva anche nella provincia di Latina.

Uno degli arrestati di oggi è indagato altresì per la fabbricazione e il trasporto in luogo pubblico di materiale esplosivo.

ITALIA. LA POLIZIA POSTALE ATTIVA CONTRO LE TRUFFE SUI DISPOSITIVI DI PROTEZIONE INDIVIDUALE.

Con la fine del lockdown e l’inizio della fase due, molte aziende ed esercizi commerciali si stanno attrezzando per riaprire le proprie attività rispettando gli standard di sicurezza richiesti dal Governo per prevenire una nuova diffusione del Coronavirus.

La ricerca dei dispositivi di protezione individuali (Dpi) si è fatta frenetica, e la necessità di approvvigionarsi in tempi brevi di guanti e mascherine espone gli imprenditori al rischio di incorrere in truffatori senza scrupoli che sfruttano queste necessità per arricchirsi.

La Polizia postale segnala l’incremento di questo fenomeno, evidenziato dalle numerose denunce presentate da diverse aziende che dichiarano di essere state vittime di raggiri mentre tentavano di acquistare i Dpi per dipendenti e clienti.

In molti casi le vittime delle truffe, dopo aver individuato una società che si dichiarava in possesso della merce ricercata, veniva invitata a fare l’ordine e a pagare in anticipo con bonifico bancario su conti creati appositamente per gestire i soldi truffati.

Infatti, dopo il pagamento, del materiale nessuna traccia mentre i soldi bonificati in poco tempo sparivano dal conto e venivano distribuiti a vari soggetti.

Gli investigatori della Postale hanno già bloccato una parte delle somme arrivate su questi conti di appoggio utilizzati per la truffa, e stanno indagando per capire dove siano finiti gli altri soldi.

La Polizia postale consiglia a chiunque stia cercando di acquistare Dpi, di affidarsi a canali sicuri, verificando prima di concludere l’affare, se l´azienda sia effettivamente esistente e se sia affidabile, ricercando in Rete recensioni su di essa ed esperienze di precedenti clienti, i cosiddetti feedback.

Importante sarebbe anche effettuare un controllo della corrispondenza tra l´indirizzo dichiarato della sede con un immobile destinato a fini commerciali, utilizzando strumenti comuni come ad esempio Google street view.

ORISTANO. MAXI CONFISCA DI BENI DAL VALORE DI 9 MILIONI DI EURO AD UNA FAMIGLIA.

Importantissimo risultato conseguito dal Nucleo di Polizia Economico Finanziaria della G. di F. di Oristano a tutela del buon andamento del mercato dei beni e servizi e del bilancio della Regione Sardegna e degli Enti locali.

Le Fiamme Gialle, al termine di complesse indagini di natura patrimoniale durate quattro anni, coordinate dalla Procura della Repubblica di Oristano, hanno eseguito il decreto di confisca emesso dal Tribunale di Nuoro (divenuto esecutivo con sentenza della Suprema Corte di Cassazione) su un significativo patrimonio appartenente o riconducibile al P. e ai suoi familiari.

Gli accertamenti di natura economico-finanziaria fatti dagli uomini della Guardia di Finanza di Oristano, anche attraverso mirate indagini bancarie e patrimoniali, hanno consentito di dimostrare come il P. abbia, nel tempo, accumulato ricchezze e tenuto un tenore di vita sproporzionati rispetto ai suoi profili reddituali.

L’articolata opera di analisi e la certosina ricostruzione delle dinamiche relative al patrimonio dell’intera famiglia, infatti, hanno permesso di delineare compiutamente l’esistenza di una netta sproporzione tra le “entrate” ufficiali e le “uscite” dei suoi componenti, a fronte dell’effettivo tenore di vita manifestato (al netto, pertanto, dei redditi derivanti da fonti lecite).

Gli atti di confisca riguardano beni, quali, tra gli altri, conti correnti, quote sociali di n. 3 società, terreni e immobili di pregio nel territorio dei comuni di Cagliari, Aglientu, Palau e San Teodoro nonché n. 4 autovetture e n. 1 motoveicolo, per un valore stimato complessivo di oltre 8,6 milioni di euro.

REGGIO CALABRIA. SEQUESTRO PER 1,5 MILIONI DI EURO A 3 SOGGETTI PER TRUFFA.

Questa mattina è stata data esecuzione ad un sequestro preventivo per un valore complessivo di circa 1.500.000 di euro nei confronti di n.3 soggetti appartenenti ad una associazione a delinquere finalizzata alla commissione di delitti di truffa aggravata mediante la raccolta e gestione di risparmi, la vendita di strumenti finanziari fasulli ed a struttura piramidale, in assenza delle prescritte autorizzazioni in danno di oltre un centinaio di risparmiatori dislocati su tutto il territorio nazionale.

Tra gli indagati anche un funzionario – ora in pensione – di un Istituto di credito che ha fornito il proprio supporto ai membri dell’associazione nell’individuazione dei potenziali clienti.

Le complesse indagini eseguite dal Comando Provinciale della Guardia di Finanzia di Reggio Calabria e dal Nucleo Speciale di Polizia Valutaria hanno consentito, tra l’altro, di tracciare le ricchezze illecitamente accumulate dagli indagati, e pertanto sono stati sottoposti a sequestro disponibilità finanziarie detenute su conti corrente ubicati in Italia e nell’isola di Tenerife (Spagna), terreni siti in Reggio Calabria e 127 oggetti preziosi tra cui diamanti, collane, bracciali, anelli in oro, orologi di alto valore altre pietre preziose e 241 monete di argento.

La citata misura cautelare reale deriva dalla convergenza di più attività investigative coordinate dal Dott. Gerardo Dominijanni, Procuratore Vicario, e dal sostituto procuratore Marco Lojodice, che hanno consentito di rilevare come gli indagati, agendo sotto lo schermo di società finanziarie appositamente costituite in Italia e all’estero, si facessero consegnare somme di denaro dai malcapitati clienti prospettandogli il reinvestimento in fondi di risparmio promettendo tassi di interesse particolarmente allettanti, talvolta anche fino al 40%.

I membri dell’associazione incameravano, quindi, le somme e – successivamente al fine di rendere più credibile lo schema truffaldino – provvedevano al rimborso, ancorché solo parziale delle stesse, in piccole “tranche” e mediante ricariche su carte prepagate.

Peraltro, a fronte delle somme ricevute a titolo di investimento, gli indagati facevano in modo che i soggetti truffati stipulassero polizze assicurative fittizie a garanzia degli investimenti, riuscendo così ad incamerare indebitamente ulteriori somme di denaro. Tali falsi piani assicurativi, gestiti da uno dei sodali mediante una società nel padovano, oltre a dare una parvenza di garanzia all’investimento, incoraggiavano i potenziali clienti a stipulare i predetti strumenti finanziari.

Le articolate indagini esperite hanno consentito altresì di rilevare che gran parte degli investimenti avveniva mediante la stipula di contratti di associazione in partecipazione all’interno di strutture piramidali (c.d. “Multi level marketing”), tra le quali i networks “Adamax”, “Unetenet”, “TelexFree” e “Lirbertagià”, gestiti dal principale indagato.

In particolare si tratta di tipologie di reti il cui core business è il sistema di pacchetti di affiliazioni e di vendite, tipico del c.d. “Schema Ponzi”, che prospetta agli investitori un rendimento proporzionale alla capacità di reclutamento di nuovi sottoscrittori dei piani di investimento. I clienti venivano, pertanto, posti di fronte ad una allettante possibilità di conseguire guadagni mediante il loro inserimento a titolo oneroso in una c.d. “Catena di Sant’Antonio”, facendo credere loro che, per ottenere maggiori compensi, avrebbero dovuto far inserire e dunque “reclutare” nuovi soggetti. In realtà, gli indagati hanno rimborsato i malcapitati clienti solo parzialmente, trattenendo gran parte delle somme investite.

Anche in questa vicenda è stata determinante la ricostruzione dei flussi finanziari, agevolata dal supporto informativo contenuto in alcune segnalazioni di operazioni sospette pervenute al Nucleo Speciale di Polizia Valutaria per fini di prevenzione antiriciclaggio. Lo sviluppo investigativo di tali preziose informazioni ha costituito, come spesso capita in questo tipo di indagini, un imprescindibile strumento di supporto utile ad orientare le investigazioni ed aggredire i patrimoni di provenienza illecita.

Il provvedimento cautelare eseguito costituisce la conclusione di un complesso iter investigativo che dimostra – ancora una volta – la costante azione della Guardia di Finanza nella ricerca e repressione dei più gravi crimini di matrice economico -finanziaria e nell’aggressione dei patrimoni illecitamente accumulati.

ALESSANDRIA. COMITATO STOP SOLVAY. LETTERA APERTA AGLI AMMINISTRATORI LOCALI SULL’AUMENTO DELLA PRODUZIONE DI C604.

Comitato Stop Solvay 

Al Presidente della Provincia di Alessandria Gianfranco Baldi,
Al Sindaco di Alessandria Gianfranco Cuttica di Revigliasco,
Ai partecipanti alla Conferenza dei Servizi istituita dalla Provincia sull’aumento della produzione di C6O4 presso la Solvay di Spinetta Marengo,

ci eravamo lasciati il 22 febbraio. Noi eravamo in centinaia sotto il palazzo della Provincia con le bandiere del Comitato Stop Solvay e manifestavamo per sensibilizzarvi nuovamente sull’enorme problema ambientale e sanitario di Spinetta Marengo e quindi per chiedervi di negare a Solvay l’aumento della produzione di cC6O4 alla prossima Conferenza di Servizi.
Tre mesi dopo, con i cuori ancora tormentati per gli eventi conseguenti alla pandemia, sentiamo ancora più forte il dovere di dare seguito a quella richiesta.
Abbiamo già esposto i dati e gli studi sui pericoli relativi al cC6O4, riportandoli nei nostri precedenti comunicati, durante il presidio già citato, durante l’assemblea pubblica del 7  febbraio nata dall’indignazione di molti spinettesi dopo la pubblicazione degli studi di Arpa e ASL sulle patologie caratteristiche e sulla mortalità a Spinetta.
Il cC6O4, registrato proprio da Solvay e da Miteni nel registro ECHA nell’ambito del Regolamento REACH, è classificato dall’Agenzie Europea delle sostanze chimiche come tossico, corrosivo e non biodegradabile ed è lampante che questa sostanza sia semplicemente una versione camuffata dei pluricondannati PFAS di cui sono particolarmente noti i PFOA e i PFOS, sostanze che hanno causato disastri ambientali e provocato sofferenze alle popolazioni residenti nelle vicinanze degli stabilimenti produttivi come gravi problemi al sistema immunitario, disturbi alla tiroide, tumori ai testicoli e ai reni. Banalmente, a causa della sua relativa giovinezza e della destinazione di uso, il cC6O4 è molto meno controllato e studiato e non sono ancora stati dati oggettivi limiti legali. Tutte le prevedibili conseguenze che questa sostanza avrà su di noi si aggiungeranno alle patologie già presenti in modo devastante nell’area di Spinetta (per esempio tumori a reni e vescica, malattie all’apparato respiratorio, ipertensione, tassi di mortalità anormali, come da studi Arpa e ASL).
E’ fondamentale che abbiate presente tutto ciò quando dovrete prendere una decisione così delicata durante la Conferenza.
Probabilmente vi diranno serenamente “il cC6o4 non uccide”. Sappiate che vi staranno dando in pasto una menzogna.
Le informazioni e le analisi che contraddicono questa versione sono presenti e vi sono state fornite, ma per noi è più forte la testimonianza che Michela Piccoli, del comitato Mamme no PFAS del Veneto, ha portato all’assemblea pubblica di Spinetta a Febbraio. Due ricordi sono indelebili: la dignità e la forza della loro battaglia; il dolore e la tragedia che hanno spinto queste donne straordinarie a lottare contro la Miteni, l’azienda che stava uccidendo i loro figli. La Miteni è stata giudicata colpevole del disastro ambientale causato e quindi di tutte quelle sofferenze. La Miteni si divideva il mercato di queste sostanze con la Solvay.
Voi, che siete responsabili e garanti della salute pubblica di Alessandria, potrete nascondervi e, per convenienza o comodità, accettare il loro gioco degli specchi che distorce la realtà. Oppure affermare che sono troppi gli elementi di pericolo per gli abitanti e per l’ambiente di Spinetta, che voi avete il dovere di tutelare.
Probabilmente vi diranno anche che hanno fatto tutto il necessario per rendere sicura la produzione del cC6O4 e che non ci sono pericoli di fuoriuscite.
Bisogna essere incoscienti per avere fiducia nelle capacità dello stabilimento Solvay di Spinetta di contenere fuoriuscite di materiali tossici e pericolosi. Le falde, i fiumi e i terreni sono ormai intrisi dei veleni prodotti dal Polo da decenni. L’Arpa ha già riscontrato l’anno scorso una presenza preoccupante di cC6O4 nel Bormida. La regione Veneto e il Ministero dell’Ambiente nel 2019 si sono messi in grave allarme per aver ritrovato nel Po queste sostanze e a Marzo di quest’anno hanno nuovamente rilevato una presenza di cC6O4 nel tratto veneto del Po escludendo potesse essere una perdita derivante dal sito Miteni. Abbiamo inolltre appreso che Solvay ha deciso di produrre mascherine utilizzando Algoflon  necessariamente ottenuto  utilizzando cC6O4. Siete veramente tranquilli di mettere il futuro e la vita di tutti noi nelle mani del Polo che da decenni è un colabrodo di sostanze tossiche e altamente inquinanti?
Potreste sempre fidarvi della parola di Solvay, della loro credibilità di multinazionale leader del settore chimico. Perché no?. Perché non dare credito a chi sta speculando sul bisogno di mascherine per fare business e per mettervi sotto ricatto e costringervi ad accettare l’ampliamento dello stabilimento? Perché non fidarsi di chi, all’indomani dei dati che dimostravano come ci fosse un aumento esponenziale di terribili patologie nei pressi dello stabilimento di Spinetta, ha semplicemente argomentato che “potrebbe essere dovuto dagli stili di vita dei cittadini”? Perché non fidarsi di chi, riconosciuto colpevole dell’inquinamento del territorio in cui opera, ha deciso di fare ricorso alla Corte Europea invece di chiedere perdono agli abitanti di Spinetta? Perché non fidarsi di chi infarcisce il proprio documento tecnico presentato in Conferenza dei Servizi di 56 omissis, rendendone quindi segrete alcune parti determinanti per la vostra scelta?
Per questo vi chiediamo nuovamente di non autorizzare l’aumento della produzione del cC6O4 nell’impianto Solvay di Spinetta Marengo. La scelta di negare l’aumento della produzione è quella di maggior buon senso. Al contrario la vostra concessione sarà l’ennesima coltellata alle nostre spalle.
Le terre, l’acqua, l’aria e la vita degli abitanti di Spinetta sono già segnati in modo drammatico. Noi del Comitato Stop Solvay non ci rassegniamo al fatto che Spinetta venga considerata un luogo ormai perso e da abbandonare al proprio destino di “discarica chimica”, tanto avvelenato da dover accettare tutto. Noi continueremo a portare avanti la nostra lotta qualunque decisione prenderete e lotteremo per invertire questa realtà apparentemente irreversibile. Crediamo che per dare un futuro a Spinetta, a noi e ai nostri figli si debba ripartire dalle basi: una bonifica vera e integrale, una riconversione ecologica dell’intero impianto produttivo del Polo chimico, screening gratuito della popolazione.
Un secolo di veleni,  malattie e morti può bastare.
Crediamo che la vostra decisione sia tanto semplice quanto importante.

Comitato Stop Solvay di Spinetta Marengo

A sostegno:
Fridays For Future Alessandria;
Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta;
Sezzadio Ambiente;
Comitato Vivere a Predosa;
Comitato 3a Carentino-Oviglio;
Comitato torrente Orba;
Circolo Legambiente Ovadese.

ITALIA. 10 ANNI DI OSCAD, L’OSSERVATORIO CONTRO GLI ATTI DISCRIMINATORI.

Dieci anni fa nasceva l’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori (Oscad): un’intuizione dell’allora capo della Polizia Antonio Manganelli, che seppe dare ascolto alle richieste di aiuto delle associazioni poiché, affermò, “alle vittime di discriminazioni viene impedito di vivere”.

La prevenzione ed il contrasto ai reati d’odio, alle forme più violente di razzismo e di intolleranza hanno reso l’Oscad, in questo decennio, un solido punto di riferimento nel panorama nazionale e internazionale.

L’Osservatorio in tutti questi anni ha lavorato in sinergia con l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Unar) della Presidenza del consiglio dei Ministri.

L’attuale presidente dell’Oscad, nonché vice capo della polizia, prefetto Vittorio Rizzi, ha colto l’occasione della ricorrenza per fare un bilancio dell’attività svolta finora dall’Osservatorio.

L’inserto “Quando l’odio diventa reato – caratteristiche e normativa di contrasto degli hate crimes”, presentato a gennaio alla presenza del Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, del Ministro delle Pari Opportunità e la Famiglia Elena Bonetti e del Capo della Polizia, Prefetto Franco Gabrielli, è stato pubblicato sul mensile ufficiale della Polizia di Stato PoliziaModerna.

La pubblicazione, disponibile anche in lingua inglese, costituisce uno strumento informativo di facile lettura per comprendere al meglio crimini e discorsi d’odio, le loro caratteristiche e specificità, gli indicatori di pregiudizio, le vittime vulnerabili e la normativa di riferimento: caratteristiche che le Forze di polizia sono chiamate a contrastare ogni giorno per proteggere le parti più vulnerabili della società e per contribuire alla diffusione di una cultura della tolleranza e del rispetto.

CASERTA. SEQUESTRATE OLTRE 1,2 MILIONI DI MASCHERINE NON SICURE E 565 TERMOSCANNER NON CERTIFICATI.

Continua senza sosta e con risultati straordinari l’attività di contrasto alla commercializzazione illecita negli esercizi commerciali della provincia di Caserta di dispositivi di protezione individuali importati prevalentemente dalla Cina, privi di idonee certificazioni circa la sicurezza e affidabilità del prodotto e riportanti falsamente il marchio “CE”.

Partendo dai controlli nei confronti di alcuni punti vendita al dettaglio, in questi ultimi giorni i militari delle Compagnie di Caserta e Marcianise sono passati ad ispezionare i grossisti che avevano rifornito quei negozi per poi presentarsi, risalendo nella filiera distributiva, agli importatori che hanno avuto i contatti diretti con i produttori/intermediari cinesi.

I risultati hanno confermato i sospetti iniziali, ossia che numerosi imprenditori operanti nei più disparati settori commerciali, soprattutto nell’area napoletana hanno “fiutato l’affare” e si sono cimentati nell’importazione di questi articoli, senza preoccuparsi della qualità e della certificazione di sicurezza che accompagna la merce, con il solo fine di lucrare il più possibile nel momento di maggiore domanda del mercato, dovuta anche alla riapertura degli esercizi commerciali e delle imprese produttive che devono approvvigionarsi di questa specifica categoria di dispositivi di sicurezza per proteggere i propri dipendenti e rispettare gli accordi stipulati a livello centrale per la sicurezza nei luoghi di lavoro durante l’emergenza sanitaria.

In 8 accessi ispettivi, infatti, le Fiamme Gialle hanno sequestrato complessivamente più di 1,2 milioni di mascherine per la quasi totalità classificate FFP2 / KN95, ma anche 64.000 mascherine FFP3, tutte risultate prive di idonea certificazione e con marchio “CE” contraffatto in quanto accompagnate da certificati qualitativi rilasciati da enti non accreditati, ovvero relativi ad altri prodotti o, ancora, completamente falsificati.

In particolare la Compagnia di Marcianise ha individuato e sottoposto a sequestro quasi 900mila mascherine facciali con marchio “CE” falso partendo dallo sviluppo delle risultanze di un primo controllo eseguito nei confronti di una società per azioni operante come grossista di articoli da ferramenta con sede operativa in San Marco Evangelista (CE).

Presso il magazzino della società sono stati, infatti, rinvenuti numerosi pacchi contenenti complessivamente oltre 132.500 mascherine facciali di provenienza cinese con il marchio certificativo “CE”, che dovrebbe rappresentare il lasciapassare di sicurezza per la vendita di prodotti fabbricati fuori dall’Unione Europea, apposto sulla base di un “Certificate of Compliance” rilasciato da un soggetto non abilitato alla certificazione comunitaria.

Peraltro la documentazione esibita era del tutto similare a quella già presente sui siti dell’ente ufficiale nazionale di accreditamento in un apposito “warning” per prevenire la diffusione di tali sistemi di frode e dopo pochi giorni oggetto anche di uno specifico servizio giornalistico di una notissima trasmissione televisiva.

La falsa marcatura CE ingenerava infatti nei clienti l’ingannevole convinzione di utilizzare presidi capaci di filtrare con efficacia eventuali agenti patogeni e di garantire, di conseguenza, una maggiore protezione dal rischio di contagio rispetto alle ordinarie mascherine non certificate, giustificando così anche il prezzo maggiorato di questi prodotti.

Peraltro, il commerciante non si era preoccupato neanche di verificare se la merce fosse stata importata con la procedura “in deroga” prevista dalla normativa emergenziale, che prevede la possibilità di importare o produrre tali dispositivi di protezione in assenza della ordinaria certificazione comunitaria (marchio CE), ma solo se si ottiene l’autorizzazione dell’Istituto Superiore di Sanità (per le mascherine chirurgiche) o dell’INAIL (per i dispositivi di protezione individuale che vengono destinati ad uso professionale per la protezione dei lavoratori).

In realtà il grossista ispezionato, peraltro operante nello specifico settore dei dispositivi di sicurezza per i lavoratori e quindi sicuramente a conoscenza degli obblighi normativi che vincolano la produzione e la distribuzione di questa tipologia di prodotti, ha volontariamente acquistato tali prodotti su un mercato parallelo e incontrollato per eludere le limitazioni normative vigenti e assicurarsi una ingente fornitura di merce da collocare subito sul mercato.

Ulteriore conferma della spregiudicata politica di accaparramento delle mascherine si ricavava dal fatto che pur essendo un operatore professionale del settore con unità locali anche in altre regioni d’Italia, il grossista aveva acquistato la partita di merce da un importatore “improvvisato” che opera nel campo dei “bed and breakfast” e nella produzione di abbigliamento con magazzino in Palma Campania (NA).

L’immediata estensione dei controlli presso l’importatore, ha quindi permesso di rinvenire oltre 556.000 mascherine acquistate per lo più da una società con sede in Ungheria, ma provenienti direttamente dalla Cina, tutte aventi le medesime caratteristiche di quelle già sequestrate nell’ingrosso di ferramenta, ovvero accompagnate da un certificato di qualità con l’apposizione di un marchio “CE” contraffatto.

Sono state, dunque, eseguite diverse perquisizioni nelle province di Napoli, Roma e Modena presso diversi acquirenti finali delle mascherine già distribuite al dettaglio. Sono state, inoltre, intercettate presso un corriere espresso di Arzano (NA) altre due spedizioni di mascherine analoghe provenienti direttamente dalla Cina e destinate al mercato nazionale.

Contemporaneamente, la scorsa settimana la Compagnia di Caserta ha eseguito una serie di sequestri che hanno consentito di togliere dal mercato complessivamente oltre 375.000 maschere FFP2 e FFP3.

Anche in questo caso partendo da una serie di interventi eseguiti presso piccoli rivenditori al dettaglio come tabaccai e ferramenta, sono state ricostruite, attraverso un’attenta disamina della documentazione commerciale e tecnica nonché con l’esecuzione di attività di sopralluogo e pedinamento, le filiere di approvvigionamento, risalendo ai grossisti ed infine agli importatori dei prodotti, provenienti direttamente dalla Cina.

In particolare, il 19 maggio i finanzieri accedevano presso un ingrosso di articoli di elettronica di Casoria dove rinvenivano circa 21.000 mascherine FFP2 riportanti il marchio “CE” falsificato e accompagnate da una certificazione altrettanto falsa rilasciata da un ente non accreditato. Sono stati inoltre sequestrati 565 termo-scanner sprovvisti del regolare marchio CE previsto per tali dispositivi medici.

Il giorno successivo, l’intervento ha riguardato un importatore con uffici a Napoli e deposito a Casoria, operante nel settore del commercio all’ingrosso di prodotti alimentari, con consolidati rapporti commerciali con l’estremo oriente, che da ultimo ha deciso anche lui di investire nel redditizio “business delle mascherine”. Soltanto nell’ultimo mese aveva importato dalla Cina ben 300.000 mascherine che aveva poi rivenduto su tutto il territorio nazionale ed in particolare sul mercato campano.

Nel magazzino sono stati rinvenuti oltre 221.000 dispositivi di protezione individuale, accompagnati da certificazioni di conformità che, sebbene fossero state rilasciate da enti abilitati, facevano riferimento ad altra tipologia di prodotto, sia con riguardo al produttore che al modello.

Infine, il 22 maggio, è stata la volta di un altro importatore, con sede a San Prisco, dove in un deposito della società, attiva nel settore del commercio di elettrodomestici ed elettronica, anch’essa con stretti legami con fornitori cinesi, erano immagazzinate circa 133.000 mascherine FFP2 e FFP3 scortate da certificazioni autentiche, ma riferibili a dispositivi di altra natura. In quest’ultima circostanza venivano sottoposte a sequestro anche circa 800 etichette riportanti informazioni ingannevoli.

Queste ultime operazioni delle fiamme gialle casertane hanno quindi consentito di disarticolare diverse filiere distributive di maschere professionali filtranti non a norma e di denunciare alla competente Autorità Giudiziaria per falsificazione dei marchi e frode in commercio ben 10 responsabili, tra grossisti e/o importatori, che alimentavano il mercato al dettaglio locale.

Sommando l’esito di questi ultimi sequestri ai numerosi interventi già svolti recentemente nei confronti di diverse categorie di dettaglianti, i Reparti del Comando Provinciale di Caserta dall’inizio dell’emergenza hanno tolto dal mercato oltre 1,5 milioni di mascherine FFP2 o FFP3 non certificate, a dimostrazione del costante impegno profuso nel presidiare il territorio al fine di individuare le imprese che, approfittando dell’emergenza sanitaria in corso, convertono la propria attività, dedicandosi alla importazione e al commercio illegale di questo genere di prodotti irregolari, ingenerando nel consumatore la convinzione di acquistare dispositivi con una maggiore capacità filtrante e quindi di protezione dal contagio, ma in realtà assolutamente non controllate circa la loro effettiva corrispondenza agli standard qualitativi dichiarati, e peraltro rivenduti spesso con ricarichi altissimi rispetto al prezzo originario di acquisto.

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