Mese: febbraio 2020

ARABIA SAUDITA. ANNUNCIO STORICO, AL VIA IL PRIMO CAMPIONATO FEMMINILE.

Dopo la cina anche l’Arabia Saudita cambia passo.

Getty Image

Altro passo in avanti verso la parità di genere in Arabia. E’ stato annunciato, infatti, il primo campionato, di massima serie, di calcio femminile. A pochi giorni da un’altro annuncio importante, la massima serie di calcio femminile in Cina.

Una svolta epocale per il paese saudita, preceduta da un altro passo importante con la concessione di entrata negli stadi alle donne durante la finale di supercoppa italiana. Il torneo WFL, Women’s Football League, è stato annunciato in occasione dell’evento si lancio a Riyad.

L’iniziativa porta il nome del presidente della federazione, il principe Khaled bin Al-Waleed bin Talal, attivo negli ultimi anni per la promozione delle attività sportive per entrambi i sessi.

La WFL sarà caratterizzata da turni preliminari, che si svolgeranno nelle altre città, per costituire campionati regionali. I vincitori si qualificheranno alla competizione ad eliminazione diretta, la serie massima WFL Champions Cup, che determinerà la squadra vincitrice a livello nazionale.

Inoltre, il torneo avrà un premio finale di 130 mila euro e, nella prima stagione, si svolgerà a Riyad, Gedda e Dammam, con la possibilità di allargarsi in altre città in futuro.

REGGIO CALABRIA. ‘DRANGHETA E POLITICA, 65 ARRESTI: SINDACO, CONSIGLIERE REGIONALE DI FRATELLI D’ITALIA E RICHIESTA DI ARRESTO PER UN SENATORE DI FORZA ITALIA.

REGGIO CALABRIA. politici locali, nazionali e affiliati della ‘ndrangheta che hanno scritto una le pagine nere della storia di mafia dalla Calabria all’Australia e sono state in grado di condizionare la vita economica e politica di intere comunità sono finiti in manette su ordine del Tribunale.

‘Ndrangheta che non si è accontentata di controllare i traffici di droga, prostituzione, imporre il pizzo agli imprenditori e avvelenare la vita coivile delle comunità che controllavano direttamente e indirettamente, ma sono state in grado di insinuarsi nelle Istituzioni, mettere a libro paga i rappresentanti dei partiti politici presenti nei consigli regionali, in parlamento e i primi cittadini delle istituzioni locali.

Il neoeletto consigliere regionale di Fratelli d’Italia,Domenico C., sindaco di Sant’Eufemia e vicepresidente del parco dell’Aspromonte, è ai domiciliari aver ramazzato preferenze alle regionali senza preoccuparsi da dove veniva il consenso elettorale, anzi per gli investigatori ne era consapevole e non si è fatto scrupolo di ottenerli pur di essere eletto in consiglio regionale.

Il senatore, Marco S. di Forza Italia per il quale è stata presentata richiesta di autorizzazione a procedere.

I due politici calabresi, C. e S.,sono stati travolti dall’inchiesta insieme ad altri politici locali e agli esponenti dei clan arrestati nell’operazione di Polizia.

Sessantacinque fra capi, gregari e uomini a disposizione del clan Alvaro sono stati arrestati dagli agenti della Squadra Mobile di Reggio Calabria e del commissariato di Palmi su richiesta della procura antimafia guidata da Giovanni Bombardieri e per ordine del Tribunale.

53 sono finiti in carcere e 12 ai domiciliari, accusati a vario titolo di associazione mafiosa, diversi reati in materia di armi e di sostanze stupefacenti, estorsioni, favoreggiamento reale, violenza privata, violazioni in materia elettorale, aggravati dal ricorso al metodo mafioso e dalla finalità di aver agevolato la ‘ndrangheta, nonché di scambio elettorale politico mafioso.

Il Procuratore capo Bombardieri ha spiegato: “Emerge uno spaccato della politica locale che non ci fa onore, un mercanteggiare dei voti e una richiesta di consenso elettorale indipendente da aspirazioni ideologiche e politiche”

Il senatore S. che deve rispondere degli stessi reati deve attendere il voto del Senato che deve decidere sull’autorizzazione a procedere per essere posto ai domiciliari.

Gli elementi raccolti dagli investigatori a suo carico sono pesanti: “Questo qua è in Forza Italia … questo amico mio … questo è un dottore, Marco S., di qua, quello che ha i supermercati qua a Reggio e cose, ed è a Roma! E’ un amico nostro questo … è un medico!” spiegava ai suoi il “rappresentante elettorale dei clan”, l’imprenditore Domenico L.

Ma non è stato L. a cercare il politico, ma il senatore che, tramite un mediatore,il dottore Domenico G., massone regolarmente iscritto al Goi, ha sollecitato l’appoggio dei clan di Sant’Eufemia.

Il sostegno al Senatore discusso personalmente nel corso di un incontro organizzato alla segreteria politica del candidato, durante il quale i patti sono stati chiari.

Siclari, scrive il gip “era consapevole dello “status” dello ndranghetista di L. e fu infatti per questa ragione che scelse di vederlo privatamente in forma riservata, all’interno della sua segreteria politica, per evitare ripercussioni che avrebbero potuto avere un effetto boomerang durante la campagna elettorale”.

S. sapeva che l’appoggio della ‘ndrangheta non sarebbe stato gratis e nella corsa per il Senato, S. ha raccolto percentuali bulgare, “più del candidato del paese” Luigi Fedele (non indagato), ex consigliere e assessore regionale di Forza Italia, all’epoca capolista per il partito “Noi per l’Italia” e candidato del clan alla Camera. “Forza Italia gli meni nel Senato e via, alla Camera c’è Luigi” secondo le istruzioni di L.

Fedele, però non è stato eletto alla camera e allora a S. sono arrivate le richieste dei “signori di Sant’Eufemia” a partire dal trasferimento di una dipendente di Poste italiane, dal Nord Italia a Messina.

Da una intercettazione il mediatore G. a L. ha spiegato che: “Una questione che S. avrebbe risolto tramite l’onorevole Antonio Tajani, che aveva un contatto con un soggetto di Riccione che avrebbe potuto risolvere la vicenda nel senso auspicato dal mafioso”.

Per la signora è stato creato effettivamente un posto ad hoc.

La richiesta dell’assunzione del figlio di L., da collocare in un non meglio precisato ufficio pubblico e poi altre ancora ancora, come hanno annotato gli inquirenti nelle carte, potrebbero essere state avanzate, ma l’impossibilità di intercettare il senatore e una sua maggiore prudenza nella gestione dei contatti hanno impedito agli investigatori di approfondire.

Le cautele non hanno mai interessato il consigliere regionale Domenico C. e suo fratello Antonio che con gli Alvaro si sono incontrati all’interno del palazzo comunale.

Lo spregiudicato neoconsigliere C., passato dal centrosinistra al centrodestra, voleva essere eletto in Consiglio regionale con una percentuale di voti tale da poter pretendere un ruolo.

Vantava l’interesse di tutti i partiti, “corteggiato da tutti i partiti”, ma preferiva la Lega, dove, però non ha trovato spazio, parcheggiandosi momentaneamente in Fratelli d’Italia. 

C. prima ancora di scegliere il partito con cui correre alle elezioni aveva già stretto un patto con la ‘ndrangheta, che per lui la ha raccolto voti trasversali, strappando l’appoggio di pezzi di Lega, grazie al ginecologo Nino C., sorpreso a chiacchierare in un ristorante di lusso con il rappresentante elettorale dei clan,  e di Carmelo P., capo segreteria del Presidente del gruppo di Forza Italia nel Consiglio Regionale Calabrese e per lungo tempo uomo di fiducia dell’ex consigliere regionale Alessandro N., arrestato per mafia nell’agosto scorso.

Chiarissimo è stato il “prezzo” dell’appoggio nelle urne: “aggiustare” il processo d’appello Xenopolis, in cui L. era imputato dopo la condanna in primo grado.

Servizio che Antonino C., fratello del neoconsigliere e finanziere di professione, si era impegnato ad assicurare a L. grazie ad un funzionario amico, anzi fratello, in grado di arrivare ad un giudice di Corte d’Appello: “Io ho dato ordine a quello che … (incomprensibile)… come ti dicevo io oggi che è un fratello”. Di loggia? Forse. Lo riferisce poi diligentemente lo stesso L. al boss Cosimo A. Antonino C., gli racconta, non solo gli avrebbe permesso di avvicinare uno dei giudici della Corte di Appello di Reggio Calabria, mentre un secondo contatto un dottore avrebbe dovuto aiutarlo ad avvicinare il giudice dr Minniti, che, però veniva visto come un magistrato meno abbordabile e quindi più difficilmente corruttibile. Ma C. si era attivato anche per il boss Cosimo A., in quel periodo in attesa di verdetto definitivo per il processo “Meta”, con un viaggio a Roma per sollecitare i servizi di “un aggancio pesante” in Cassazione.

A C., finanziere di professione, non importava di piegare al volere dei clan il corso della giustizia.

Così come poco sembrava importare alla moglie, carabiniera, Ivana F. non indagata, e figlia del brigadiere Nino F., assassinato dai clan negli attentati con cui la ‘ndrangheta ha firmato la propria partecipazione agli attentati continentali, di sedersi al tavolo con uomini dei clan.

Gli investigatori, sulla carabiniera, nelle intercettazioni annotano: “era commensale di A. Domenico classe 1977, come già rilevato, condannato per mafia nel processo Xenopolis, figlio di A. Nicola, condannato per mafia nel procedimento Prima e per estorsione aggravata da modalità mafiose nel processo “il Guardiano”,nonché cognato di C. Giuseppe, esponente di spicco della ndrina Crea di Rizziconi”. Uomini dei clan della Piana, gli stessi che per i magistrati le avrebbero ammazzato il padre. Più volte poi, su sollecitazione del marito avrebbe attivato le sue conoscenze in prefettura per garantire a degli imprenditori certificazioni antimafia su commissione.

Il vicesindaco di Sant’Eufemia, Cosimo I., è finito in manette come elemento di vertice del clan, il Presidente del Consiglio Comunale Angelo A., considerato il “mastro di giornata” della cosca, il Responsabile dell’Ufficio Tecnico ingegnere Domenico L., referente per gli appalti pubblici del Comune e Domenico “Dominique” F., consigliere comunale di minoranza, che aveva il compito di monitorare  appalti e lavori per consentire l’infiltrazione da parte delle imprese riconducibili alla cosca eufemiese.

REGGIO CALABRIA. POLIZIA DI STATO. ‘NDRANGHETA 65 ARRESTI.

‘Ndrangheta: 65 arresti a Reggio Calabria

arresti a reggio calabria ndranghetaOltre 600 agenti sono stati impegnati per portare a termine un’operazione a Reggio Calabria contro la ‘Ndrangheta. Capi storici, affiliati e giovani leve di un “Locale” dipendente dalla cosca Alvaro che condizionavano totalmente la vita di Sant’Eufemia e di tutto il comprensorio aspromontano sono stati fermati. In totale gli arresti sono stati 65, di cui 53 in carcere e 12 agli arresti domiciliari.

Sono tutti ritenuti responsabili di associazione mafiosa, diversi reati in materia di armi e di sostanze stupefacenti, estorsioni, favoreggiamento reale, violenza privata, violazioni in materia elettorale, aggravati dal ricorso al metodo mafioso e dalla finalità di aver agevolato la ‘Ndrangheta, nonché di scambio elettorale politico mafioso.

L’operazione è stata condotta dai poliziotti della Squadra mobile di Reggio Calabria e del commissariato di Palmi, con il coordinamento del Servizio centrale operativo e con il concorso degli equipaggi del Reparto prevenzione crimine e delle Squadre mobili di varie province.

Tutti gli arrestati di oggi rivestivano un ruolo di peso nella cosca di Sant’Eufemia d’Aspromonte. Un clan feroce, aggressivo e ramificato, in grado di imporre estorsioni, assunzioni di maestranze e acquisti di forniture agli imprenditori impegnati nei lavori pubblici in paese e nelle zone limitrofe, come di gestire un traffico e spaccio di cocaina e marijuana. Il clan decideva anche le sorti delle diramazioni di ‘Ndrangheta delle famiglie da tempo trasferite in Australia. Nel corso delle indagini, più di un esponente di vertice del clan degli Alvaro è stato monitorato nei suoi viaggi all’estero per dirimere controversie. Ma il clan era attivo anche in Lombardia, soprattutto nel pavese, dove gli Alvaro sono storicamente radicati

Arresti e perquisizioni sono stati compiuti in diverse zone d’Italia, nello specifico Reggio Calabria, Milano, Bergamo, Novara, Lodi, Pavia, Ancona, Pesaro Urbino e Perugia.

Donatella Fioroni
 

CATANIA. SCOPERTA CENTRALE DI MASTERIZZAZIONE E CONTRAFFAZIONE

I militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Catania hanno eseguito, nei giorni scorsi, un importante intervento nel settore della “pirateria” audiovisiva, scoprendo una vera e propria “centrale di masterizzazione”, nascosta all’interno di un appartamento del quartiere San Cristoforo di Catania, gestita da quattro soggetti extracomunitari di origini senegalesi.

Le Fiamme Gialle della Compagnia di Catania hanno monitorato gli spostamenti dei soggetti, riuscendo ad individuare l’appartamento utilizzato per l’attività di riproduzione seriale di CD e DVD illegali, poi venduti al pubblico presso le aree mercatali di Catania. Nel corso dell’intervento i Finanzieri hanno sequestrato tutto il materiale hardware (personal computer, stampanti) e oltre 20 masterizzatori necessari a duplicare film, opere musicali e videogiochi, nonché 15.000 supporti ottici già contenenti le ultime novità cinematografiche e musicali, tra le quali gli ultimi successi presentati al Festival di Sanremo 2020.

Nel corso dell’accesso, inoltre, sono state rinvenute oltre 4.500 etichette di stoffa raffiguranti i loghi delle più famose case di alta moda, pronte ad essere utilizzate per la contraffazione di capi ed accessori di abbigliamento. I gestori della sala di masterizzazione sono stati deferiti alla locale Autorità Giudiziaria per i reati previsti dalla L. 633/1941 relativa alla tutela del diritto d’autore, per il reato di ricettazione (648 c.p.) e commercio di prodotti con segni falsi (474 c.p.).

L’operazione si inserisce nell’ambito delle attività svolte dalla Guardia di Finanza di Catania per contrastare un settore illecito che costituisce un serio danno per l’industria cinematografica e musicale italiana ed il mercato della moda.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: