Mese: novembre 2019

ALESSANDRIA. ALLUVIONE: IL CONSIGLIO DEI MINISTRI STANZIA I PRIMI 17 MILIONI DI EURO.

Il consiglio dei ministri ha stanziato i primi 17 milioni di euro per sostenere le prime spese urgenti nei territori colpiti dell’alluvione il 19 e il 22 ottobre scorso.

Il Consiglio dei Ministri di oggi ha riconosciuto alla provincia di Alessandria lo stato d’emergenza per la durata di un anno mentre i 17 milioni arriveranno dal Fondo nazionale per le emergenze. Federico Fornaro, capogruppo di LeU alla camera ha spiegato: “Il governo ha dato una risposta tempestiva alla richiesta pervenuta per il tramite della Regione, grazie alla pronta attivazione del Dipartimento nazionale di Protezione civile. Ovviamente dovranno essere seguire altre risorse per gli interventi di messa in sicurezza e l’auspicabile ristoro dei danni a privati e aziende”.

PRATO. G.di F.- FRODE CAROSELLO, 17 ARRESTI.

Comando Provinciale Prato

I militari del Nucleo di Polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza di Prato – avvalendosi della preziosa collaborazione dei colleghi di Livorno, Firenze, Pistoia, Roma, Lucca, Alessandria, Campobasso, Paderno Dugnano (MI), Castiglione della Pescaia (GR), Treviglio (BG), Falconara Marittima (AN) e Civita Castellana (VT) – stanno eseguendo un’ordinanza di applicazione di misura cautelare personale emessa dal Giudice per le Indagini Preliminari presso il locale Tribunale.

I 160 Finanzieri complessivamente impiegati nelle operazioni odierne stanno procedendo all’arresto di 17 componenti di un sodalizio illecito nonché a 57 perquisizioni domiciliari e locali oltre che a consistenti sequestri patrimoniali.

Agli arrestati è contestata l’associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati tributari, quali la dichiarazione fraudolenta, l’emissione di fatture per operazioni inesistenti, l’omesso versamento di I.V.A. e l’indebita compensazione.

L’esecuzione del menzionato provvedimento cautelare costituisce l’ultimo atto di una complessa indagine, denominata “Operazione GAGARO”, coordinata dal Sostituto Procuratore presso il locale Tribunale, Dottoressa Laura CANOVAI, scaturita da una verifica fiscale intrapresa dal Nucleo di Polizia economico-finanziaria nei confronti di una società di Prato operante nel settore del commercio di materie plastiche, in particolare polimeri – sotto forma di granuli – ricavati dal petrolio. Tale impresa – pur sprovvista di idonea struttura imprenditoriale non avendo disponibilità di lavoratori dipendenti, depositi, magazzini ed attrezzature – nel suo primo anno di attività risultava aver conseguito un rilevante ed anomalo volume d’affari, pari a quasi 20 milioni di Euro, omettendo il dovuto versamento di circa 4,3 milioni di Euro di I.V.A. Le pazienti e scrupolose indagini delle Fiamme Gialle, estese poi ad altri soggetti economici di volta in volta emersi, hanno consentito di individuare e disarticolare un’associazione a delinquere operante a Prato, Livorno, Pistoia ed in altre località, dedita da circa sei anni a reiterate “frodi carosello”. Uno dei principali canali di vendita ed immissione nel mercato dei polimeri è risultata essere una società di capitali di medie dimensioni con sede a Livorno, dallo straordinario start up, capace di vendere oltre 25 milioni di euro di materie plastiche in meno di tre anni. Nutrendo sospetti sull’origine fraudolenta dei grandi quantitativi commercializzati, il Nucleo di Polizia economico-finanziaria di Livorno aveva già avviato indagini tese ad accertare l’effettiva provenienza dei polimeri, riscontrando le stesse anomalie individuate dai colleghi di Prato, con i quali sono state poi condivise le risultanze investigative così da contribuire alla completa ricostruzione del contesto illecito.

La frode è stata realizzata secondo due differenti modalità, ovvero attraverso l’emissione e l’utilizzo di fatture soggettivamente ed oggettivamente inesistenti, come più dettagliatamente descritto nell’allegata scheda di approfondimento. Le imprese coinvolte sono complessivamente 24, di cui 6 “fornitrici” con sede all’estero, 12 “cartiere”, 3 “filtro” e 3 “rivenditrici”. La complessa ricostruzione delle operazioni commerciali, non totalmente esaurita, ha consentito di rilevare, ad oggi, un giro complessivo di fatture per operazioni inesistenti, emesse ed utilizzate, superiore ai 200 milioni di Euro, con un’I.V.A. evasa di circa 40 milioni di Euro ed omessi versamenti di imposta per oltre 20 milioni di Euro. Tuttavia tali importi sono destinati ad aumentare sensibilmente all’esito della ricostruzione contabile in ordine alla posizione di altri soggetti economici che hanno partecipato alla frode, la cui documentazione è stata sequestrata in data odierna.

Dalle indagini eseguite è emersa una figura predominante dell’ambito del sodalizio illecito: si tratta di un quarantatreenne, B.M. le sue iniziali, iscritto all’A.I.R.E. in quanto residente in Slovenia ma di fatto domiciliato nella provincia di Prato, di cui è originario. Costui, destinatario di misura restrittiva in carcere, è risultato essere l’ideatore, il promotore ed il capo dell’associazione. Gli altri 16 principali responsabili, tutti sottoposti agli arresti presso le rispettive abitazioni di residenza, hanno ricoperto svariati ruoli nell’ambito del sodalizio: alcuni hanno agito come stretti collaboratori del menzionato M.B. nella gestione delle aziende fornitrici straniere nonché delle “società cartiere” e di quelle “filtro”, altri quali amministratori o gestori di fatto delle “rivenditrici”. Di essi, 7 sono residenti nella provincia di Prato, 3 di Livorno, 3 di Pistoia, 2 di Milano ed uno di Alessandria. Le misure cautelari e le ulteriori attività di polizia giudiziaria nei confronti dei tre sodali operanti a Livorno sono state eseguite dai militari del Nucleo di Polizia economico-finanziaria della città labronica, co-delegati dall’Autorità Giudiziaria. Vi sono poi ulteriori 22 soggetti coinvolti a vario titolo nell’attività illecita. Tra questi, alcuni consulenti fiscali ed amministrativi che hanno curato la contabilità di società facenti capo al sodalizio. In totale gli indagati sono 39.

I principali responsabili ostentavano l’immagine di imprenditori rampanti e navigati e conducevano un elevato tenore di vita, cambiando spesso auto sportive di grossa cilindrata, senza farsi mancare costose vacanze e lussuosi weekend in eleganti e raffinati locali notturni e ristoranti della Versilia. Erano così convinti di avere creato una collaudata ed inespugnabile “fabbrica di denaro” da mostrare assoluta spavalderia e vantarsene nel corso di numerose conversazioni telefoniche, certi che mai sarebbero stati scoperti. Alcuni di loro erano soliti atteggiarsi attribuendosi l’appellativo di “gagari”, dal termine francese “gagà”. Da qui il nome dell’operazione di polizia giudiziaria in corso. Con i proventi realizzati, M.B. ha potuto avviare altre attività parallele, tra le quali il commercio di vini pregiati, peraltro “in nero”.

La Guardia di Finanza sta inoltre procedendo, come disposto dal Giudice per le Indagini Preliminari, al sequestro preventivo finalizzato alla confisca dei beni e delle disponibilità riconducibili alle società ed ai soggetti coinvolti, fino all’equivalente del profitto dei reati accertati, corrispondente a complessivi euro 26.325.299. Le operazioni di sequestro, in questo momento in corso, riguardano molteplici proprietà immobiliari, terreni, autovetture nonché le disponibilità finanziarie esistenti sui rapporti bancari intestati ai soggetti coinvolti.

L’attività operativa, condotta dalla Guardia di Finanza secondo le direttive impartite dall’Autorità Giudiziaria, s’inquadra nelle linee strategiche dell’azione del Corpo, volte a rafforzare il contrasto ai più complessi fenomeni di frode, a tutela della collettività oltre che del comparto economico di riferimento. L’articolato meccanismo fraudolento non ha infatti comportato solo un ingente danno all’Erario per le imposte non versate, ma ha altresì inciso sull’economia locale in quanto le materie prime plastiche sono state immesse nel circuito produttivo a prezzi notevolmente inferiori rispetto a quelli di mercato, circostanza che ha danneggiato gli imprenditori onesti del settore che hanno subito uno svantaggio concorrenziale difficilmente contrastabile con i mezzi a loro disposizione.

REGGIO CALABRIA. G.di F.- SEQUESTRO RECORD DI COCAINA PURISSIMA NEL PORTO DI GIOIA TAURO.

Comando Provinciale Reggio Calabria

Lunedi mattina, i carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria, unitamente al R.O.S., unitamente ai finanzieri del comando provinciale della Guardia di Finanza, con il supporto dei funzionari dell’Agenzia delle dogane di Gioia Tauro e il concorso operativo di funzionari Europol hanno sequestrato 1.176 chili di cocaina, occultata in 144 imballi celati in un container refrigerato adibito al trasporto di banane.

Il container, proveniente dal Sud America e sbarcato a Gioia Tauro, era cartolarmente destinato in Germania.

L’imponente risultato è frutto dello sforzo congiunto e sinergico di più componenti operative attive nel contrasto ai grandi traffici di sostanze stupefacenti:

  • da una parte le risultanze della cooperazione internazionale di polizia assicurata dalle componenti dell’Arma, grazie al supporto della Direzione Centrale per i Servizi Antidroga ed Europol;
  • dall’altro una convergente e approfondita analisi di rischio effettuata dai finanzieri e dai funzionari doganali sull’intero carico trasportato dalla portacontainer in arrivo allo scalo portuale di Gioia Tauro nella notte di sabato scorso, a seguito della quale è stato enucleato un ristretto numero di box per i quali veniva riconosciuto un possibile rischio di contaminazione.

In tutte le fasi, le operazioni sono state eseguite in perfetta sinergia con i funzionari dell’Agenzia delle Dogane di Gioia Tauro. Gli operanti hanno infatti scoperto l’ingente quantitativo di droga a seguito di scansione radiogena eseguita mediante le sofisticate attrezzature in dotazione all’Agenzia delle Dogane.

L’attività, di cui è stata data tempestiva comunicazione alla locale Direzione Distrettuale Antimafia diretta dal Procuratore Giovanni Bombardieri, è stata propiziata dalla collaborazione, anche internazionale, tra le forze in campo nel contrasto al narcotraffico, come testimoniato dalla presenza sul campo dell’Agenzia Europea di Polizia, che ha confermato la centralità della piana e del porto di Gioia Tauro, quale nodo di transito prioritario per i grandi traffici di cocaina, in linea con gli esiti di pregresse indagini condotte dall’Arma dei Carabinieri in direzione di sodalizi di matrice ‘ndranghetistica sistematicamente attivi nel traffico internazionale di cocaina (in particolare le indagini DECOLLO, SOLARE, CRIMINE TRE, ACERO e ARES).

Ad analoghe ed univoche conferme, circa l’operatività delle principali cosche di ‘ndrangheta operanti nella piana, depongono gli esiti di importanti attività antidroga concluse dal GOA della Guardia di Finanza nei tempi recenti (quali ad esempio, le operazioni PUERTO LIBERADO, RIO DE JANEIRO, PUERTO CONNECTION, VULCANO e BALBOA).

Deve essere sottolineato, infine, il fondamentale ruolo del sistema di controllo preventivo e di analisi del rischio posto in essere dalle forze presenti all’interno del Porto di Gioia Tauro, bacino che rimane strategico nelle rotte dello stupefacente, che ha consentito alla Guardia di finanza ed all’Agenzia delle Dogane – solo negli ultimi 12 mesi – di sequestrare oltre 2,5 tonnellate di cocaina.

Si tratta di uno dei sequestri più ingenti mai effettuati nel territorio nazionale: la cocaina, purissima, una volta tagliata ed immessa sul mercato, avrebbe fruttato oltre 250 milioni di euro ai trafficanti.

ROMA. G.di F.-RICICLAGGIO INTERNAZIONALE: CORRUZIONE, TRAFFICO ILLEGALE DI ORO E RICICLAGGIO.

Nucleo Speciale Polizia Valutaria

I finanzieri del Nucleo Speciale di Polizia Valutaria, coordinati dalla Procura della Repubblica di Roma hanno effettuato indagini nei confronti di alcuni imprenditori colombiani ritenuti, dalle Autorità degli Stati Uniti d’America, coinvolti in una vasta rete di corruzione internazionale finalizzata all’ottenimento di numerosi ed ingenti contratti commerciali con il Governo del Venezuela tra cui quello relativo ai sussidi alimentari, comunemente noto come CLAP (Comités Locales de Abastecimiento y Producciòn), e nel riciclaggio dei relativi proventi.

Sono emerse, in particolare, le figure di due fratelli colombiani di origine libanese A.N.S.M (classe ‘71) e L.A.S.M. (classe ‘76), oggetto di una serie di indagini penali da parte di diversi Paesi (Stati Uniti d’America, Bulgaria, Colombia) per ipotesi di corruzione internazionale, traffico illegale di oro, riciclaggio, appropriazione indebita, importazioni ed esportazioni fittizie, truffa aggravata ed inseriti dal Dipartimento del Tesoro degli Esteri e della Financial Intelligence degli Stati Uniti d’America nelle liste OFAC (OFFICE OF FOREIGN ASSETS CONTROL).

Più nel dettaglio, attraverso la corruzione di funzionari venezuelani, il principale indagato sarebbe riuscito a costituire notevoli provviste di denaro che da diversi Paesi, anche inseriti in Black List (Panama), sono poi, in parte, confluite in Italia sotto forma di investimenti e pagamenti.

E’, altresì, oggetto di investigazioni una fitta rete di veicoli societari localizzati in diversi Paesi anche a fiscalità privilegiata, gestiti da una serie di prestanomi e membri della propria famiglia. In particolare, sono state rilevate due operazioni caratterizzate da elevata opacità riguardanti, rispettivamente:

  • il trasferimento di ingenti disponibilità economiche su un conto corrente italiano attraverso plurimi bonifici provenienti dall’estero (Spagna e Inghilterra), privi di motivazione sottostante;
  • l’acquisto, nell’ottobre 2018, di un immobile di altissimo pregio sito nel centro storico di Roma (Via Condotti) del valore di circa euro 4,8 milioni, intestato ad una società inglese riconducibile alla moglie italiana del principale indagato.

Durante le indagini, si è proceduto al sequestro di somme depositate su conti correnti pari a circa 1,8 milioni di euro e dell’immobile. Quattro i soggetti complessivamente indagati per trasferimento fraudolento di valori e riciclaggio. Sono state, altresì, eseguite numerose perquisizioni locali nei confronti dei due fratelli colombiani, nonché dei soggetti italiani a vario titolo coinvolti nella vicenda. Nel corso di tali attività, sono stati sottoposti a sequestro anche somme di denaro contante (in valute varie) pari a circa 31.000 euro, nonché 8 quadri ed 1 arazzo.

ROMA. POLIZIA DI STATO. 8 ARRESTI PER SFRUTTAMENTO DELLA PROSTITUZIONE.

Sfruttamento della prostituzione: 8 arresti a Roma


Una prostituta lungo la strada è l’immagine che ci ritorna a conclusione dell’inchiesta che ha portato all’arresto di 11 persone di origine nigeriana.

Le accuse sono di riduzione in schiavitù nei confronti di moltissime donne nigeriane.

In carcere sono finiti otto nigeriani, due hanno lasciato da tempo l’Italia ed uno è ricercato.

Gli investigatori della Squadra mobile romana hanno ricostruito il percorso, il calvario di queste donne emigrate dalla Nigeria all’Italia.

La collaborazione di alcune delle vittime della tratta delle donne ha consentito in particolare di ricostruire le fasi del reclutamento e della partenza dai villaggi di origine.

Le donne, spesso minorenni, venivano avvicinate da persone vicine al clan familiare e lusingate con promesse di facili guadagni in Europa.

Non veniva nascosta l’attività di prostituzione che sarebbe stata svolta al loro arrivo in Italia, ma ne venivano enfatizzati gli aspetti positivi: guadagni ingenti e poche o nulle le spese di viaggio e mantenimento.

Dopo aver accettato, le donne venivano sottoposte ad un rito religioso con uno stregone che suggellava il patto con le divinità.

Il culto JuJu in Nigeria è molto diffuso e i patti stipulati con i “sacerdoti” di questa religione sono molto temuti dalla popolazione: non rispettarli significherebbe per le ragazze attirare su di sé e sui propri congiunti malattie, sciagure e morte.

Non appena il rito veniva compiuto le ragazze venivano allontanate dalla propria famiglia; in buona sostanza venivano prese in consegna dall’organizzazione che le teneva rinchiuse in attesa della partenza.

Dalla Nigeria le donne, attraverso il Niger, arrivavano sino a ridosso delle coste libiche, dove venivano alloggiate all’interno di “connection house”, in attesa del passaggio via mare a bordo di barconi.

Ovviamente, già durante il viaggio, le donne capivano che i guadagni promessi non sarebbero mai stati realizzati: il viaggio in camion o in bus veniva anticipato dalle “madame” residenti in Europa. Costava da 30 mila a 35 mila euro, da ripagare in prestazioni sessuali, e anche il cibo e la permanenza nella “connection house” dovevano essere ripagati nello stesso modo.

Durante il tragitto le donne venivano violentate e malmenate, anche per iniziare quella sorta di assoggettamento che le avrebbe rese oggetti di proprietà dell’organizzazione.

Arrivate in Europa, le donne venivano affidate alle “madame” che continuavano l’assoggettamento psicologico e fisico: permanenza in casa con la “madame”, nessuna relazione sentimentale, pagamento dell’alloggio, del vitto e dell’affitto del marciapiede dove prostituirsi.

Non c’era nessuna possibilità di ribellarsi: il rapporto era talmente stretto che le malcapitate chiamavano le “madame” con il diminutivo di “mami”, mentre le ragazze a loro volta erano chiamate figlie.

Difficile è stato ricostruire il passaggio di denaro tra questi moderni schiavisti.

I criminali infatti non utilizzavano sistemi bancari o di money transfer, ma utilizzavano il sistema Hawala; un sistema molto semplice che non prevede reali passaggi di denaro durante la transazione. Il soggetto, che chiameremo A, avendo la necessità di trasferire del denaro al soggetto B, si avvale di un intermediario, l’hawaladar broker, che riceve il denaro e che si rivolge ad un suo referente, un altro hawaladar broker, nella località di destinazione del denaro.

Il segreto sta in un codice, una parola cifrata, un simbolo, che il primo intermediario consegna al soggetto A; questo lo comunicherà al soggetto B, che, a sua volta, lo utilizzerà con il secondo intermediario; quest’ultimo riterrà il codice comunicato, come un codice di sblocco del denaro, che verrà quindi consegnato al soggetto B, fruitore finale della intermediazione.

Il denaro, fisicamente, invece, viaggerà in modo separato attraverso dei corrieri, nascosto in valigie o con altri sistemi.