Mese: febbraio 2019

CATANIA.POLIZIA DI STATO- REPARTO PREVENZIONE CRIMINI.

Dopo 30 anni dalla costituzione, nuovi locali per il Reparto prevenzione crimine “Sicilia Orientale”. Nuovi uffici, all’interno del Centro polifunzionale di San Giuseppe la Rena, a Catania, sono pronti ad accogliere i 50 agenti del Reparto.

Alla cerimonia di inaugurazione erano presenti il direttore centrale Anticrimine Vittorio Rizzi, il prefetto di Catania Claudio Sammartino e il questore di Catania Alberto Francini, che ha fatto gli onori di casa.

Tra gli ospiti anche gli alunni della scuola elementare “Livio Tempesta” di Catania che,  nell’occasione hanno potuto vedere da vicino i mezzi e le attrezzature in uso alla Polizia di Stato.

Il Reparto prevenzione crimine è un’articolazione della Polizia di Stato nata con l’obiettivo di disporre di una “task force di pronto intervento” che possa essere impiegata in modo veloce nei teatri operativi più impegnativi a livello nazionale, rafforzando i servizi di prevenzione e controllo del territorio organizzati a livello locale.

Il Reparto di Catania è normalmente di supporto, oltre che alla questura di Catania, anche a quelle di Enna, Messina, Ragusa, Siracusa.

Negli ultimi due anni i poliziotti del Reparto prevenzione crimine di Catania hanno arrestato 87 persone, indagato 121 persone, effettuato 265 perquisizioni personali e 162 perquisizioni domiciliari nonché sequestrato 12 chili circa di sostanze stupefacenti.

Parole chiave:
Reparto prevenzione crimine – catania – dati sicurezza – inaugurazione

E ancora: 55mila le persone controllate su strada e 362mila i veicoli, 8.200 le contestazioni di violazioni alle norme del Codice della strada, 1.600 i veicoli sequestrati, 160 le patenti ritirate e 30 i veicoli rubati rinvenuti.

Non va dimenticato il ruolo fondamentale nel campo del soccorso pubblico in occasione dei recenti eventi sismici nelle zone pedemontane intorno all’Etna, dove i poliziotti hanno assicurato la presenza a fianco dei cittadini per garantire controllo e sicurezza.

Donatella Fioroni 22/02/2019

      

ROMA.G. di F.- 5 ARRESTI PER CORRUZIONE, COINVOLTI I VERTICI DELL’ENPAPI. OPERAZIONE ROCOCO’.

Nucleo Speciale Polizia Valutaria

Nella mattinata odierna, militari del Nucleo Speciale di Polizia Valutaria hanno eseguito 5 provvedimenti di custodia cautelare in carcere emessi dal G.I.P. del Tribunale capitolino, su richiesta della competente Procura, per reati di corruzione.

La misura è stata eseguita nei confronti del presidente e del direttore generale dell’ENPAPI (Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza della Professione Infermieristica), nonché nei confronti di un imprenditore, un avvocato e un commercialista.

Le contestazioni riguardano plurime tangenti corrisposte ai suddetti vertici ENPAPI dal predetto imprenditore e dai citati professionisti, che hanno così ripagato i notevoli vantaggi economici goduti grazie all’Ente, sotto forma di numerosi incarichi consulenza conferiti loro dalle società di gestione dei fondi ove ha investito l’Ente previdenziale, i quali hanno fruttato compensi professionali per circa 50 milioni di euro dal 2012.

Le indagini traggono origine da un’articolata analisi finanziaria antiriciclaggio, svolta “a monte” dall’Unità di Informazione Finanziaria e sviluppata sul piano investigativo dal Nucleo Speciale Polizia Valutaria, il quale ha curato – su delega dell’Autorità Giudiziaria romana – tutti gli occorrenti atti di indagine finalizzati all’acquisizione delle fonti di prova. Unitamente agli arresti, sono in corso, su tutto il territorio nazionale, anche una serie di perquisizioni presso studi professionali e aziende interessati dalla vicenda.

I militari del Nucleo Speciale Polizia Valutaria stanno procedendo, parallelamente, al sequestro di somme di denaro, beni mobili e immobili per un importo di circa 350 mila euro, pari all’importo dei fatti corruttivi finora accertati.

BOLZANO. SFRUTTAMENTO DEL LAVORO, ARRESTI PER CAPORALATO ED ESTORSIONE IN DANNO A 14 DIPENDENTI.

Bolzano, 19 febbraio 2019

Sfruttamento del lavoro - Arresti per caporalato ed estorsione in danno di 14 dipendenti

Comando Provinciale Bolzano

I militari della Compagnia della Guardia di Finanza di Bolzano hanno eseguito tre ordinanze di custodia cautelare in carcere a seguito di provvedimento emesso dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Bolzano nei confronti di altrettanti cittadini cinesi che gestivano, in franchising, un esercizio pubblico situato in un centro commerciale ubicato nel capoluogo altoatesino, facente capo ad un noto marchio di ristorazione orientale.

Le tre persone (due uomini: Z.H. – 30 anni –, L.H. – 39 anni – e una donna: W.S. – 29 anni), rispettivamente amministratore unico e soci della società, sono state tratte in arresto nelle prime ore della mattinata odierna con le gravi accuse di sfruttamento aggravato del lavoro ed estorsione in danno di 14 lavoratori pachistani regolarmente residenti in Italia.

Le indagini, svolte anche attraverso proficui contatti con esponenti di un’organizzazione sindacale, sono partite qualche mese fa e hanno consentito di accertare che i soggetti arrestati avevano impiantato un sistema criminoso finalizzato al reclutamento di manodopera in condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori, mediante la reiterata corresponsione di retribuzioni in modo palesemente difforme dai contratti collettivi nazionali o comunque sproporzionato rispetto alla quantità del lavoro prestato e con la sottoposizione a condizioni lavorative e alloggiative degradanti.

I lavoratori, tutti di nazionalità pachistana e impiegati in varie mansioni (camerieri, aiuto cuoco, lavapiatti, etc.) venivano “arruolati” mediante il sistema del passaparola o attraverso contatti diretti. L’”identikit” preferito era quello di soggetti regolarmente presenti in Italia, che versavano in stato di bisogno, sia economico che logistico. I malcapitati sottoscrivevano contratti a tempo determinato o indeterminato, anche part time, per 40 ore settimanali (sette ore al giorno per cinque giorni e una giornata da cinque ore), che includevano la fruizione di vitto e alloggio. Gli stessi contratti riportavano spesso mansioni inferiori rispetto a quelle realmente svolte.

Ma la realtà dei fatti accertata era completamente diversa.

I dipendenti erano costretti a lavorare 11-12 ore al giorno, non fruivano di ferie (anche se i congedi risultavano comunque inseriti nelle buste paga) e potevano effettuare una sola pausa pranzo, che, in alcuni casi (in particolare il sabato e la domenica), veniva addirittura negata in relazione al maggiore afflusso di clienti presso il ristorante.

In caso di assenza per malattia, i dipendenti subivano una significativa trattenuta dallo stipendio, calcolata in base al periodo d’assenza. Nell’ipotesi d’infortuni certificati da strutture ospedaliere, i lavoratori venivano costretti a lavorare pur in presenza di evidenti ferite da taglio o di gonfiori agli arti.

Inoltre, gli stessi soggiacevano a una decurtazione in busta paga di 150 euro al mese per il vitto, che era costituito da una modica quantità di pollo e verdura o riso. Se un dipendente veniva sorpreso a mangiare altro, rischiava una sorta di “sanzione” di 50 euro.

All’atto dell’assunzione, alcuni lavoratori erano costretti a sottoscrivere fogli firmati in bianco, successivamente utilizzati per far risultare falsamente le loro dimissioni.

In totale sono quattordici i dipendenti pachistani individuati dalle Fiamme Gialle che sono stati oggetto di sfruttamento e di soprusi.

I lavoratori erano anche costretti ad alloggiare in un appartamento, situato a Bolzano, nel quale era vietato l’uso della cucina (chiusa a chiave e utilizzata come stanza privata da uno degli arrestati – L.H. –) mentre i bagni erano malfunzionanti e in condizioni igienico sanitarie precarie. Gli stessi avevano a disposizione un posto letto ed erano spesso stipati all’interno dei vani dell’alloggio. Per tale sistemazione, subivano una trattenuta in busta paga di ulteriori 200 euro al mese e, in alcuni casi (come quello di M.F.), la decurtazione veniva effettuata nonostante l’interessato dimorasse presso il Centro d’accoglienza di via Gobetti a Bolzano.

Per comprendere appieno quali fossero le condizioni di sfruttamento a cui erano costretti i lavoratori, basti pensare al caso di F.I.H., un giovane ventiquattrenne al quale era stato vietato, da una delle persone arrestate (W.S., moglie dell’amministratore della società Z.H.), di recarsi presso l’ospedale dopo essersi tagliato un dito con un coltello da cucina. Lo stesso, nonostante l’infortunio, era stato costretto a proseguire il lavoro con la mano ferita.

Si evidenzia che i dipendenti sfruttati non perderanno il posto di lavoro.

Infatti, il giudice per le indagini preliminari, avvalendosi di una normativa in vigore da poco più di due anni (l’art. 3 della legge n. 199 del 29 ottobre 2016), ha disposto, su richiesta del Pubblico Ministero, il controllo giudiziario del ristorante. In sostanza, nei casi come quello accertato, in cui potrebbero ricorrere i presupposti per il sequestro preventivo dell’azienda (circostanza che, di fatto, impedirebbe al dipendente di continuare il rapporto di lavoro), è ora possibile nominare un amministratore giudiziario, il quale, tra l’altro, è tenuto a controllare il rispetto delle norme e delle condizioni lavorative e a regolarizzare eventuali lavoratori in nero ovvero con contratto non regolare, riferendo al giudice almeno ogni tre mesi o comunque ogni qualvolta emergano irregolarità circa l’andamento dell’attività aziendale.

L’operazione di servizio fa parte del complesso di attività ed iniziative che la Guardia di Finanza dispiega a tutela del mercato del lavoro per contrastare, in particolare, le più gravi forme di prevaricazione e sfruttamento in danno dei lavoratori dipendenti, specie se costoro si trovano in condizioni di particolare debolezza o bisogno, anche per il fatto che questo genere di condotte illegali altera le regole del mercato e danneggia i cittadini, i lavoratori e gli imprenditori onesti.

ROMA. PRESTITI A USURA PER FARE FRONTE ALLE SPESE MEDICHE, 4 ARRESTI.

Comando Provinciale Roma

Militari del Comando Provinciale di Roma stanno eseguendo un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Giudice delle Indagini Preliminari del Tribunale capitolino nei confronti di quattro soggetti, accusati di usura ed esercizio abusivo dell’attività finanziaria.

L’indagine, coordinata dalla Procura della Repubblica – Gruppo di lavoro reati gravi contro il patrimonio e stupefacenti, trae origine dalla denuncia presentata nel novembre 2017 da una donna che, dopo essersi rivolta a un patronato del quartiere di Centocelle per istruire una pratica di finanziamento al fine di far fronte a impellenti spese mediche, era rimasta vittima di veri e propri usurai.

Non essendo riuscita ad ottenere il prestito, la denunciante era stata costretta ad accettare le condizioni capestro imposte dagli indagati, che si erano proposti di concedere direttamente il denaro richiesto ma con l’applicazione di tassi di interesse mensili oscillanti tra il 20% e il 25%, corrispondenti a circa il 300% annuo.

Gli approfondimenti eseguiti dal Gruppo Investigazione Criminalità Organizzata del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria hanno portato alla luce un più ampio sistema illecito perpetrato ai danni di diverse persone, le quali, versando in precarie condizioni economiche che non consentivano loro di accedere al credito legale, erano cadute nella “trappola” dell’usura, ordita dalla titolare dell’ente associativo, dai suoi due figli e da un quarto soggetto, “finanziatore” delle condotte delittuose.

L’erogazione delle somme era “schermata” dalle finalità del patronato, ovvero quelle di offrire assistenza agli utenti per l’espletamento di pratiche amministrative di vario genere.

Nel corso di perquisizioni, i Finanzieri hanno rinvenuto, tra l’altro, un vero e proprio “libro mastro” in cui venivano annotate, con certosina precisione contabile, le somme prestate e le relative restituzioni, comprensive degli esosi interessi applicati.

Al contempo, le intercettazioni hanno fatto emergere la “professionalità” dell’attività criminosa, evidenziando l’assoluta prudenza utilizzata dai protagonisti della vicenda nelle reciproche interlocuzioni, caratterizzate dall’uso di un gergo “cifrato”, secondo il quale i prestiti erano “torte” o “feste” o “compleanni” o “album”, le rate “regali” e gli interessi “candeline” o “figurine”.

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