Mese: novembre 2018

PALERMO. ASSESSORATO ALLA SALUTE: 20 DIPENDENTI DENUNCIATI E 22 SOTTOPOSTI A MISURE RESTRITTIVE.

Comando Provinciale Palermo

Continua senza sosta la lotta al fenomeno dell’assenteismo nelle Pubbliche Amministrazioni dello Stato da parte dei finanzieri del Comando Provinciale di Palermo.A finire questa volta nel mirino degli investigatori è stato l’Assessorato Regionale alla Salute sito in piazza Ottavio Ziino.

L’attività investigativa, coordinata dalla Procura della Repubblica di Palermo, ha messo in luce l’esistenza di una consolidata prassi di assenteismo ingiustificato realizzata attraverso un andirivieni di dipendenti pubblici che, in completa autonomia, gestivano i loro turni di servizio con presenze fittizie debitamente e furbescamente certificate.

I “furbetti del cartellino” grazie alla mutua collaborazione fra loro, ovvero tramite lo scambio dei badge e l’utilizzo improprio dei pc aziendali, riuscivano in modo sistematico ad attesta- re false presenze. Molti dipendenti infatti, seppur fittiziamente risultavano in servizio, erano soliti recarsi a lavoro con circa 3 ore di ritardo, occuparsi di faccende private quali per esempio la spesa o il parrucchiere e in taluni casi persino raggiungere località fuori Palermo.

Gli accertamenti svolti dalle Fiamme Gialle, attraverso pedinamenti riscontri sul territorio e tramite l’utilizzo di microspie hanno consentito di smascherare il fenomeno di cd dipendenti fantasma, rilevando e censendo più di 400 ore fraudolentemente attestate ma in realtà mai rese.

A finire sotto accusa sono stati 42 dipendenti dell’Assessorato Regionale che, a vario titolo, risponderanno dei reati di truffa aggravata, accesso abusivo al sistema informatico e false attestazioni e certificazioni, di cui 11 sono stati sottoposti alla misura cautelare degli arresti domiciliari, 11 sono stati destinatari della misura dell’obbligo di firma e 20 denunciati a piedi libero.

LODI. OPERAZIONE “PASSEUR”, TRAFFICO DI ESSERI UMANI.

Comando Provinciale Lodi

Dalle prime luci dell’alba oltre 100 militari della Guardia di Finanza di Lodi, con l’ausilio di personale specializzato anti-terrorismo e pronto impiego di Milano, Bergamo, Varese e Piacenza stanno eseguendo 10 ordinanze di custodia cautelare in carcere e numerose perquisizioni in Lombardia ed Emilia Romagna.

Le indagini, inizialmente coordinate dalla Procura di Lodi, sono state successivamente trasferite per competenza alla Direzione Distrettuale Antimafia di Milano – D.ssa Alessandra Dolci e Dr. Adriano Scudieri – ed hanno permesso di smantellare una pericolosa organizzazione criminale dedita al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina ed al riciclaggio dei proventi derivanti dall’attività illecita.

Nell’agosto del 2017, i finanzieri di Lodi fermavano un cittadino egiziano in possesso di carte d’identità, passaporti, buste paga e titoli di viaggio; da questo banale rinvenimento si sviluppavano complesse investigazioni dalle quali appariva la sussistenza di un’associazione strutturata, impegnata nella frenetica attività di trasporto di immigrati clandestini, provenienti in particolare da due aree geografiche, il Nord Africa e l’Asia Centrale, in ingresso e in uscita dal territorio nazionale verso altri Paesi UE.

Sono 49 i viaggi complessivamente ricostruiti dalle Fiamme Gialle attraverso i quali sono transitati sul suolo nazionale centinaia di immigrati. La strutturata e capillare organizzazione era capace sia di entrare in contatto, tramite i propri canali, con gli immigrati che intendevano attraversare l’Europa, sia di pianificare e curare i viaggi che si svolgevano in genere lungo il traforo del Monte Bianco per raggiungere la Francia.

Le specifiche modalità e le peculiari circostanze con cui venivano consumati i reati appaiono sintomatiche di personalità particolarmente avvezze a compiere traffici illeciti ed allo sfruttamento della disperazione degli immigrati. Essi, dopo aver pagato 4-5 mila euro per giungere in Italia attraverso la Turchia e la Grecia, solo dopo aver pagato ulteriori 500 euro venivano raccolti in piccoli gruppi e trasportati altrove mediante grosse autovetture, del tipo van, in genere a sette o più posti, grazie ai cosiddetti passeur, ovvero i “traghettatori” che fanno la spola fra i confini nazionali di più Stati per trasferire clandestinamente persone.

RIMINI. OPERAZIONE “RASY BRIDGE”, SEQUESTRATI BENI PER 10 MILIONI DI EURO.

Comando Provinciale Rimini

All’esito di una complessa e articolata attività d’indagine, coordinata dalla locale Procura della Repubblica, i militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Rimini, in queste ore stanno dando esecuzione, con la collaborazione dei colleghi della Guardia di Finanza di Ferrara e, ambito rogatoria internazionale, delle Autorità di San Marino, ad un provvedimento di sequestro “per equivalente” emesso dal GIP del Tribunale di Rimini nei confronti di quattro soggetti (due gioiellieri di Ferrara e due professionisti con cittadinanza della Repubblica di San Marino), responsabili, secondo le risultanze investigative, di aver riciclato denaro quantificato per 5 milioni di euro.

Altri 5 soggetti (3 di origine campana e 2 siciliana) sono stati interessati dalle indagini perché ritenuti responsabili di esercizio abusivo dell’attività finanziaria.

In sostanza, gli accertamenti capillari, fatti scattare dai finanzieri del Nucleo di Polizia Economico – Finanziaria di Rimini su una copiosa serie di transazioni finanziarie sospette, hanno consentito di svelare un sofisticato ed insidioso meccanismo finalizzato a sostituire il denaro contante di sospetta provenienza illecita “polverizzandolo” in oltre 2 mila assegni emessi da persone che potrebbero essere con ogni probabilità addirittura inconsapevoli dello scopo, bypassando in tal modo i presidi previsti dalla normativa di prevenzione dell’utilizzo del sistema finanziario a scopo di riciclaggio.

Nello specifico, lo schema di “money laundry” individuato dalle fiamme gialle di Rimini parte, quale primo step, dalla raccolta, ad opera di cosiddetti “collettori” (in prevalenza si tratta di pregiudicati di origine campana, tra i quali anche un gioielliere, risultato anche contiguo, a seguito di altre investigazioni, con la criminalità organizzata) di assegni post-datati emessi da privati e commercianti nell’ambito delle loro attività d’impresa, successivamente “monetizzati” con denaro contante di dubbia provenienza.

Una volta “ripulita” la liquidità in mano ai pregiudicati mediante illecite e abusive operazioni di “sconto”, gli assegni – con tanto di clausola di non trasferibilità – ma privi dell’indicazione del beneficiario venivano consegnati agli autori dell’illecita pratica per completare il riciclaggio: dopo aver inserito nel campo “beneficiario” alternativamente il nome di due società di diritto sammarinese, gli indagati provvedevano a versare gli assegni sui conti correnti a queste intestati, simulando così plausibili operazioni commerciali.

In realtà, come emerso dalle indagini dei finanzieri riminesi, tra l’emittente degli assegni e le società beneficiarie non è risultato intercorrere alcun rapporto commerciale che giustificasse quei pagamenti, mentre le due persone giuridiche sono invece risultate essere riconducibili di fatto agli indagati; poi le somme in assegni versate sui conti correnti sammarinesi venivano “messe in sicurezza” attraverso l’integrale trasferimento da San Marino verso società con sede in Paesi extra UE, quali Panama, Dubai, Emirati Arabi, Hong Kong.

La Procura della Repubblica di Rimini, nella persona del Sostituto Procuratore, Dr. Luca Bertuzzi, alla luce delle risultanze investigative rapportate dalla Guardia di Finanza, che ha potuto contare sulla fattiva collaborazione degli Organi collaterali della Repubblica del Titano, ha richiesto ed ottenuto dal GIP presso il Tribunale un provvedimento di sequestro patrimoniale per equivalente nei confronti degli indagati, in fase cautelare, sino all’ammontare di quasi 10 milioni di euro.

Il provvedimento magistratuale è in corso di esecuzione nelle province di Rimini, Ferrara e, con la collaborazione delle Autorità Sammarinesi anche nella Repubblica del Titano.

BOLOGNA. OPERAZIONE “NEBBIA CALABRA”, 3 ARRESTI E SEQUESTRO DI BENI PER 8 MILIONI DI EURO.

Comando Provinciale Bologna

I finanzieri del Comando Provinciale di Bologna, in collaborazione con i colleghi dello S.C.I.C.O. (Servizio Centrale Investigazione Criminalità Organizzata) di Roma e l’ausilio del personale del Comando Provinciale di Reggio-Calabria e Frosinone, hanno eseguito, tra le province di Bologna, Reggio-Calabria, Roma, Piacenza, Frosinone, Cremona e Monza-Brianza, delle misure cautelari nei confronti di 3 persone, contigue alla cosca Iamonte di Melito Porto Salvo (RC), ritenute responsabili del reato di intestazione fittizia di beni con l’aggravante del fine di voler agevolare l’attività dell’organizzazione mafiosa.

Sequestrati inoltre beni per un valore complessivo di circa 8,5 milioni di euro. In particolare, gli specialisti del G.I.C.O. del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Bologna hanno dato attuazione ad un’ordinanza, emessa dal G.I.P. presso il Tribunale di Bologna, Dott. Alberto Gamberini su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia, nella persona del Procuratore Aggiunto Dott. Francesco Caleca, che ha disposto la custodia cautelare in carcere nei confronti di P.A.D., classe 1970 e residente a Zola Predosa (BO), l’applicazione degli arresti domiciliari nei confronti di T.M.F., classe 1977e residente a Melito Porto Salvo (RC), e l’obbligo di dimora nei confronti di S.C., classe 1970 residente a Zola Predosa. I sequestri hanno invece avuto ad oggetto appartamenti, garage, terreni, locali commerciali, capannoni industriali e quote di società situate nei comuni di Bologna, Sala Bolognese (BO), Zola Predosa (BO), Cave (RM), Fiumicino (RM) e Montebello Ionico (RC).

L’operazione, denominata “Nebbia Calabra”, nel fare nuovamente luce sulle modalità di infiltrazione nel tessuto economico delle organizzazioni malavitose, si incentra sulle attività illecite svolte dal destinatario della misura cautelare in carcere, P.A.D., un imprenditore di origini calabresi operante nel settore dell’autotrasporto, radicatosi già dagli inizi degli anni duemila sul territorio emiliano e che, come dimostrato dalle attività investigative e sancito da alcuni collaboratori di giustizia, è risultato essere, scrive il G.I.P., “in intensi rapporti personali e di affari con soggetti di primo piano della criminalità organizzata calabrese”.

Le minuziose attività d’indagine, sviluppate mediante accertamenti bancari, patrimoniali, intercettazioni telefoniche ed ambientali, hanno permesso di documentare il ricorso, in via sistematica, da parte del citato soggetto, all’intestazione fittizia di aziende e società, allo scopo di schermare l’origine del patrimonio accumulato ed eludere l’applicazione di misure patrimoniali.

Infatti, le ingenti risorse finanziarie che negli anni ha controllato e gestito in via continuativa mediante un considerevole numero di prestanome compiacenti (in primis i componenti del suo nucleo familiare, spesso del tutto privi di qualsivoglia autonomia economica e/o meri esecutori delle sue direttive), sono state dal medesimo investite nell’acquisto e nella gestione di attività imprenditoriali (in particolare società di trasporto), nonché in beni mobili ed immobili, anche di lusso, costituenti incrementi patrimoniali del tutto sproporzionati rispetto alle dichiarazioni reddituali prodotte.

Particolarmente esemplificative sono le vicende relative all’acquisto di una rivendita di tabacchi sita all’interno del centro commerciale “Pilastro” in Bologna che veniva fittiziamente intestata alla figlia dell’imprenditore.

Gli accertamenti svolti hanno permesso di dimostrare come, sottolinea il G.I.P.. “parti considerevoli della provvista impiegata per l’acquisizione siano riconducibili a versamenti operati da soggetti di origine calabrese residenti in Lombardia intranei o comunque contigui alla c.d. Locale di Ndrangheta di Desio, struttura criminale collegata alla cosca Iamonte …. e nell’interesse dei quali ha evidentemente operato” il P.A.D.

Sono state altresì contestate agli indagati la ricettazione e la detenzione di una pistola semiautomatica con matricola abrasa, rinvenuta in un appartamento di Bologna, presumibilmente utilizzato come nascondiglio e/o punto appoggio logistico.

Contestualmente all’esecuzione dei provvedimenti cautelari sono tuttora in corso numerose perquisizioni che hanno richiesto l’impiego di oltre 100 militari.

L’intervento si colloca nell’ambito della missione istituzionale della Guardia di Finanza, quale polizia economico-finanziaria volta a garantire la tutela degli operatori di mercato onesti e rispettosi delle regole, a contrasto della criminalità organizzata di stampo mafioso e ai tentativi di inquinamento dell’economia legale, distorsivi dei meccanismi di libera concorrenza.

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