Mese: marzo 2018

ROMA. ARRESTATO AL COLOSSEO NARCOTRAFFICANTE RICERCATO DAL 2016.

LA GUARDIA DI FINANZA DI ROMA HA ARRESTATO, ALL’OMBRA DEL
COLOSSEO, UN NARCOTRAFFICANTE RICERCATO DAL 2016

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Era ricercato dal 7 settembre 2016 il trentenne romano Alessandro SATTA, residente a
Phoenix (USA), uno dei vertici – secondo la Corte distrettuale della Pennsylvania – di
un’organizzazione criminale dedita allo spaccio negli Stati Uniti di considerevoli quantitativi di marijuana provenienti dal Messico, trasportati attraverso la California e distribuiti nell’area di Filadelfia.
Il latitante è stato arrestato nei giorni scorsi dai Finanzieri del Comando Provinciale di
Roma nei pressi del Colosseo. Lo stesso si era sottratto al provvedimento di cattura emesso nel settembre del 2016 all’esito di un’indagine della D.E.A. statunitense, dalla quale era emerso il suo diretto coinvolgimento nella distribuzione di 450 kg di marijuana, per un valore di oltre 2,8 milioni di dollari.
L’individuazione del SATTA, ricercato dall’ufficio Interpol di Washington, è avvenuta grazie alla quotidiana attività di monitoraggio svolta, sotto il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, dagli specialisti del G.I.C.O. (Gruppo Investigazione Criminalità Organizzata) del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria di Roma,finalizzata a verificare la presenza nella Capitale di elementi di consorterie criminali dedite al narcotraffico.
Nell’occasione, sfruttando la conoscenza degli ambienti e delle dinamiche delinquenziali e,soprattutto, analizzando i social media, i militari del G.I.C.O. – in sinergia con il Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia della Direzione Centrale della Polizia Criminale e con il II Reparto del Comando Generale della Guardia di Finanza – hanno scoperto che il narcotrafficante lavorava saltuariamente come guida turistica nell’area dei “Fori Imperiali” e, dopo qualche giorno di osservazione, lo hanno arrestato mentre dava indicazioni ad alcuni turisti americani.
Quello di SATTA è solo l’ultimo di una serie di arresti di latitanti internazionali effettuati dalle Fiamme Gialle di Roma.
Meno di due mesi fa era stato individuato e fermato, perché destinatario di un mandato di arresto europeo spiccato dal Tribunale di Barcellona, il cittadino pakistano ASHRAF
Mohammad, ritenuto dalla Policia Nacional catalana il leader di un agguerrito gruppo
criminale responsabile dell’importazione nel territorio iberico di oltre 15 kg di eroina.
Il pakistano, fuggito dalla Spagna nell’aprile del 2017, era stato riconosciuto dai Finanzieri mentre passeggiava tra le bancarelle del mercato di via Anagnina.
Negli ultimi due anni, la stessa “squadra” del G.I.C.O. ha arrestato altri latitanti di notevole spessore criminale che avevano scelto la Capitale come luogo in cui far perdere le tracce.

● il quarantacinquenne Angelo R., considerato esponente di spicco della nota
cosca di ‘ndrangheta “Alvaro” di Sinopoli (RC), che era latitante dal maggio del 2015;
● il sessantunenne Marco Torello R., inserito dal dicembre 2013 nella lista dei
100 latitanti più pericolosi, ritenuto uno dei principali broker mondiali della droga,
legato a diverse cosche di ‘ndrangheta e al centro di interessi illeciti di ogni tipo sull’asse
Sud America-Marocco-Italia;
● suo nipote Andrea R., considerato uno dei membri di un sodalizio criminale
collegato alle temute cosche calabresi “Pelle-Nirta-Giorgi” alias “Cicero” di San
Luca (Reggio Calabria)

ROMA. ARRESTATO AL COLOSSEO NARCOTRAFFICANTE RICERCATO DAL 2016.

LA GUARDIA DI FINANZA DI ROMA HA ARRESTATO, ALL’OMBRA DEL
COLOSSEO, UN NARCOTRAFFICANTE RICERCATO DAL 2016

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Era ricercato dal 7 settembre 2016 il trentenne romano Alessandro SATTA, residente a
Phoenix (USA), uno dei vertici – secondo la Corte distrettuale della Pennsylvania – di
un’organizzazione criminale dedita allo spaccio negli Stati Uniti di considerevoli quantitativi di marijuana provenienti dal Messico, trasportati attraverso la California e distribuiti nell’area di Filadelfia.
Il latitante è stato arrestato nei giorni scorsi dai Finanzieri del Comando Provinciale di
Roma nei pressi del Colosseo. Lo stesso si era sottratto al provvedimento di cattura emesso nel settembre del 2016 all’esito di un’indagine della D.E.A. statunitense, dalla quale era emerso il suo diretto coinvolgimento nella distribuzione di 450 kg di marijuana, per un valore di oltre 2,8 milioni di dollari.
L’individuazione del SATTA, ricercato dall’ufficio Interpol di Washington, è avvenuta grazie alla quotidiana attività di monitoraggio svolta, sotto il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, dagli specialisti del G.I.C.O. (Gruppo Investigazione Criminalità Organizzata) del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria di Roma,finalizzata a verificare la presenza nella Capitale di elementi di consorterie criminali dedite al narcotraffico.
Nell’occasione, sfruttando la conoscenza degli ambienti e delle dinamiche delinquenziali e,soprattutto, analizzando i social media, i militari del G.I.C.O. – in sinergia con il Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia della Direzione Centrale della Polizia Criminale e con il II Reparto del Comando Generale della Guardia di Finanza – hanno scoperto che il narcotrafficante lavorava saltuariamente come guida turistica nell’area dei “Fori Imperiali” e, dopo qualche giorno di osservazione, lo hanno arrestato mentre dava indicazioni ad alcuni turisti americani.
Quello di SATTA è solo l’ultimo di una serie di arresti di latitanti internazionali effettuati dalle Fiamme Gialle di Roma.
Meno di due mesi fa era stato individuato e fermato, perché destinatario di un mandato di arresto europeo spiccato dal Tribunale di Barcellona, il cittadino pakistano ASHRAF
Mohammad, ritenuto dalla Policia Nacional catalana il leader di un agguerrito gruppo
criminale responsabile dell’importazione nel territorio iberico di oltre 15 kg di eroina.
Il pakistano, fuggito dalla Spagna nell’aprile del 2017, era stato riconosciuto dai Finanzieri mentre passeggiava tra le bancarelle del mercato di via Anagnina.
Negli ultimi due anni, la stessa “squadra” del G.I.C.O. ha arrestato altri latitanti di notevole spessore criminale che avevano scelto la Capitale come luogo in cui far perdere le tracce.

● il quarantacinquenne Angelo R., considerato esponente di spicco della nota
cosca di ‘ndrangheta “Alvaro” di Sinopoli (RC), che era latitante dal maggio del 2015;
● il sessantunenne Marco Torello R., inserito dal dicembre 2013 nella lista dei
100 latitanti più pericolosi, ritenuto uno dei principali broker mondiali della droga,
legato a diverse cosche di ‘ndrangheta e al centro di interessi illeciti di ogni tipo sull’asse
Sud America-Marocco-Italia;
● suo nipote Andrea R., considerato uno dei membri di un sodalizio criminale
collegato alle temute cosche calabresi “Pelle-Nirta-Giorgi” alias “Cicero” di San
Luca (Reggio Calabria)

BARI. ASSOCIAZIONE “AL DAWA”,INDAGATO PER TERRORISMO E SEQUESTRO DI BENI AL RESPONSABILE.

GUARDIA DI FINANZA: SEQUESTRATI I BENI DEL
RESPONSABILE DELL’ASSOCIAZIONE “AL DAWA”,
INDAGATO PER ASSOCIAZIONE CON FINALITÀ DI
TERRORISMO E ISTIGAZIONE A DELINQUERE.

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Nella prima mattinata odierna, Finanzieri del Nucleo di Polizia EconomicoFinanziaria
(G.I.C.O.) di Bari hanno eseguito un decreto di sequestro preventivo
d’urgenza emesso dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Bari nei confronti del
cittadino egiziano ABDEL RAHMAN Mohy Eldin Mostafa Omer di anni 59, residente
a Foggia, nella sua qualità di responsabile dell’associazione culturale “AL DAWA”,
vero e proprio centro di culto islamico nel capoluogo dauno, già indagato per i reati di
associazione con finalità di terrorismo anche internazionale e istigazione a delinquere.
L’attività investigativa si inserisce nel più ampio contesto operativo che nel luglio 2017
ha portato all’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti
di tale BOMBATALIEV Eli, militante ceceno dell’ISIS, anch’esso indagato per
associazione a delinquere con finalità di terrorismo internazionale.
Le Fiamme Gialle hanno sottoposto a sequestro preventivo finalizzato alla successiva
confisca l’intero immobile, sede dell’associazione culturale “AL DAWA” e n. 3 rapporti
finanziari, il tutto per un controvalore complessivo stimato in circa 370 mila euro.
L’odierno risultato è frutto del recente protocollo d’intesa, stipulato nell’ottobre 2017 tra
la Guardia di Finanza e la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo (DNAA), che ha innovato il sistema di prevenzione antiriciclaggio e di contrasto al finanziamento del
terrorismo, attraverso un nuovo flusso di comunicazioni tendente a far convergere nei
procedimenti penali, le operazioni finanziarie collegate a soggetti sospettati di legami con il terrorismo internazionale.
Tali mirati accertamenti svolti dalle Fiamme Gialle baresi, sono scaturiti da una
segnalazione di operazioni sospette a carico del cittadino egiziano e della moglie
Vincenza BARBAROSSA di anni 79 che hanno consentito di rilevare in capo al citato
ABDEL RAHMAN una disponibilità economica sproporzionata rispetto ai redditi
dichiarati, nel periodo dal 2011 al 2017. L’ipotesi è che l’Imam possa essersi procurato
le disponibilità attraverso la cd. “zakat” (una sorta di raccolta fondi), personalmente
operata nell’ambiente dei soggetti di fede islamica frequentatori della moschea “AL
DAWA”, gestendo il denaro accumulato in maniera poco trasparente.

FIRENZE. GIOCO D’AZZARDO E TENTATA CORRUZIONE, ARRESTATI 2 ESERCENTI CINESI.

Firenze
Tentata corruzione nei confronti di militari della Guardia di Finanza
Arrestati 2 cinesi

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Nella giornata di ieri, militari del Comando Provinciale della Guardia di
Finanza di Firenze hanno tratto in arresto in flagranza di reato 2 cittadini
cinesi (entrambi 40enni e residenti, rispettivamente, a Firenze e Campi
Bisenzio) per un tentativo di corruzione operato nei confronti di un militare
del Corpo.
In particolare, i 2 cinesi erano stati denunciati, nei giorni scorsi, in quanto
gestori di un bar sito in Campi Bisenzio (FI), sorpresi ad esercitare attività di
gioco d’azzardo in un pubblico esercizio (sanzionata penalmente dagli
artt. 718 e ss. del C.P.). Il bar era già stato più volte controllato dai Finanzieri
del Gruppo di Firenze ed era stato per 2 volte sottoposto a sequestro
preventivo, poiché nel retro dell’attività era stata rinvenuta una bisca
clandestina, frequentata da cittadini cinesi.
Durante l’ultimo controllo, avvenuto nella giornata di venerdì scorso, oltre al
sequestro dell’attività, veniva avanzata anche la richiesta di sospensione
della licenza per il titolare dell’esercizio.

Ciò posto, nella giornata di ieri, uno dei soggetti cinesi ha contattato
telefonicamente, presso gli uffici del Reparto, uno dei finanzieri che aveva
condotto le operazioni investigative nei giorni scorsi, chiedendogli un incontro
fuori dalla Caserma con il pretesto di volergli fornire importanti informazioni di
natura investigativa.
Il militare, insospettito dall’insolita richiesta, rifiutava l’appuntamento ed
analoga risposta negativa veniva rivolta ad una successiva richiesta di
incontro presso un bar posto nelle immediate adiacenze della Caserma del
Corpo. Nel contempo, vista l’insistenza della persona cinese, il militare
invitava quest’ultimo a recarsi presso gli uffici ove avrebbe avuto l’opportunità
di conferire con lui.
All’atto dell’incontro, avvenuto alla presenza di diversi altri militari, i due
soggetti cinesi consegnavano inopinatamente all’ispettore capo pattuglia del
servizio – che aveva condotto le operazioni di sequestro della bisca
clandestina – una borsa borsetta griffata con all’interno 2.000 € in contanti
affermando che questo “cadeau” costituiva un regalo per lui e per la sua
fidanzata a patto che potesse essere “ammorbidita la violazione rilevata” così
da “non far sospendere la licenza” e, per il futuro, di non “eseguire più
controlli nei confronti di quel bar”.
Attesa l’evidenza, i militari nel deplorare in maniera decisa il tentativo
corruttivo che era stato perpetrato nei loro confronti dai due soggetti cinesi,
avvisavano dell’accaduto il Magistrato di turno presso la Procura della
Repubblica di Firenze, che concordava con la decisione dei militari della
Guardia di Finanza di arrestare gli autori di tale atto. La borsa ed il denaro ivi
contenuto sono stati sottoposti a sequestro quale prova del tentativo di
corruzione.

ALESSANDRIA. STORIA DI UNA IMPIEGATA: MISSIVE PER PROCEDIMENTI PENALI; UNA TRUFFA O PRESSIONI INDEBITE SU UNA TESTIMONE?

La storia si ripete,e quasi sempre uguale a se stessa,ma qualche volta accade che la vittima decida di rivolgersi al nostro giornale, piccolo con lettori di nicchia, pronto denunciare tutti gli eventuali abusi, le pressioni indebite e l’uso della giustizia con metodi che poco hanno a che fare con l’ordinamento giudiziario ed un uso inconsueto del codice di procedura penale in cui la persona sottoposta a indagine,l’indagato, dovrebbe almeno ricevere un avviso di garanzia per le indagini in corso sul suo conto.

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Ma questo non è mai avvenuto e l’impiegata, di cui abbiamo già raccontato la brutta storia e la disavventura, pur non avendo mai ricevuto alcun avviso da parte della Procura,PUR NON ESSENDO MAI STATA IMPUTATA,contrariamente a quanto afferma l’avvocato, ha invece ricevuto una missiva di un conosciuto studio legale alessandrino che a sua insaputa ne avrebbe preso la difesa d’ufficio:

lettera studio legale Vaccaro 2

Interpellato dal nostro giornale: alla richiesta di chiarimenti  lo studio legale rispondeva in maniera piuttosto minacciosa e ne  riportiamo la risposta sotto omettendo il nome dello studio legale che forniremo invece a tempo debito:

 

“E con viva e vibrante soddisfazione che colgo la presente occasione per comunicarLe che noi avvocati siamo soggetti ad un principio – che a Lei apparirà “eccentrico” – che si chiama “segreto professionale”.

Pertanto, La prego di voler comunicare a chi Le ha consegnato la mia missiva (ovvero: ad A. R. R.) che, nell’interesse della medesima, è necessario ed urgente che prenda contatto con il mio studio legale, al fine di concordare un appuntamento che mi dia la possibilità di discutere con la medesima del reato – che prevede come minimo della pena un anno di reclusione – del quale la signora è imputata.

Attendo con impazienza che Lei pubblichi sulla Sua rivista online la mia lettera, per l’ovvio prestigio che me ne deriverà (l’unica mia doglianza riguarda il fatto che la Sua pubblicazione ictu oculi appare rivolgersi ad un pubblico ristretto di “affezionati”).

La prego, altresì, di volermi confermare l’avvenuta pubblicazione affinché io possa dare a questa forma d’inattesa pubblicità la massima cassa di risonanza.

Cordiali saluti.”

E’ chiarissimo che si tratta di un atto intimidatori nei confronti dell’impiegata che è anche testimone nel processo che vede opposte una agenzia di assicurazioni alessandrina e la casa madre, una primaria e importante compagnia di assicurazioni nazionale.

L’articolo riportato di seguito racconta quanto accaduto all’impiegata della compagnia di assicurazioni:

ALESSANDRIA.L’ARTICOLO 18 NON SERVE SE SEI TRUFFATO,DIFFAMATO E LICENZIATO. L’IMPIEGATA, 56 ANNI,DA 30 DIPENDENTE,DI UNA PRIMARIA COMPAGNIA DI ASSICURAZIONI LICENZIATA DOPO ESSERE STATA TRUFFATA E DIFFAMATA DALLA CARROZZERIA DI FIDUCIA DELLA COMPAGNIA,MA A LEI L’ART.18 NON SI APPLICA: “CI BASTA LA DICHIARAZIONE DEL CARROZZIERE PER LICENZIARLA NON LE PERIZIAMO NEPPURE L’AUTO,SE LA FACCIA PERIZIARE LEI”.

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L’avventura inizia nel 2013 quando la donna decide di far sostituire il parabrezza dell’auto,danneggiato da una pietra.

I FATTI IN BREVE.

Un mattino del mese di luglio,a ridosso delle ferie,decide di recarsi presso la carrozzeria di fiducia della compagnia per la sostituzione del parabrezza.Parcheggia l’auto in strada e si reca in carrozzeria dove viene accolto da un impiegata,l’uomo le chiede se può parlare con il carrozziere che si presenta qualche minuto dopo. I due vanno in strada per constatare il danno al vetro,che può essere sostituito in un paio di ore e viene invitato a lasciare le chiavi dell’auto per essere portata all’interno dell’officina. L’uomo lascia l’auto in strada e le chiavi al carrozziere;si allontana per due ore per poi fare ritorno alla carrozzeria,suona,ma a riceverlo non c’è l’impiegata,ma il titolare che lo invita ad aspettare fuori per il ritiro dell’auto.Tutto a posto il parabrezza è sostituito,lo assicura il carrozziere: la fattura non serve perchè la invierà direttamente alla compagnia per la liquidazione del danno.

I due marito e moglie nei giorni successivi partono per le vacanze,tutto procede regolarmente anche al ritorno,da mesi i due si coniugi si sono perfino dimenticati della sostituzione del parabrezza.

Ad Aprile dell’anno successivo la doccia fredda; il carrozziere sospettato di frodare la compagnia intervistato dagli investigatori per un indagine interna dichiara: “non ho mai sostituito il vetro ala macchina della vostra impiegata e mostra alcune fatture per l’acquisto di materiale in date diverse del giorno della riparazione ed una fattura post datata,di quando l’impiegata era in ferie.

L’impiegata senza troppi complimenti viene sospesa dal servizio, e nonostante dato la disponibilità a far periziare la macchina per dimostrare la sua buonafede non viene neppure presa in considerazione. il funzionario la liquida con queste parole: “A noi basta la dichiarazione del carrozziere,la macchina se la faccia periziare lei”,quindici giorni dopo arriva il licenziamento per giusta causa.

La storia prosegue con l’impugnazione del licenziamento,la perizia di parte della macchina che dimostra come il carrozziere avesse reso una testimonianza falsa alla compagnia,le parti da lui dichiarate non sono mai state sostituite e neppure il parabrezza lo era,perché solo riparato,ma all’impiegata era stata fatta firmare una cessione di credito(in bianco) a cui la carrozzeria avrebbe dovuto aggiungere la marca e il numero di serie del vetro sostituito.L’udienza preliminare in tribunale,con l’applicazione della legge Fornero,ha inizio e l’avvocato della compagnia di assicurazioni,dopo aver tentato di contestare la perizia di parte senza per altro riuscirci decide che quel processo non s’aveva da fare.

Il carrozziere sbugiardato dalla perizia,la consapevolezza che le fatture erano dei falsi clamorosi serviti  per giustificare il licenziamento,che non avrebbero retto in tribunale,le date di acquisto erano diverse(date di acquisto posteriori, quando l’auto era già stata ritirata dall’officina) dal giorno in cui la macchina era stata ferma in carrozzeria,l’avvocato della compagnia si inventa una magia,non lascia neppure parlare i presenti e offre all’impiegata un indennizzo per il licenziamento purché non si proceda con il processo civile per licenziamento senza giusta causa,che avrebbe visto la compagnia assicuratrice perdere la faccia,causa con il dovere di reintegrare l’impiegata,ormai non più gradita.la legge Fornero che pur prevedeva il reintegro,ed anche un possibile successivo nuovo licenziamento per motivi economici,come a dire punto e a capo ti licenzio e non ti faccio più rientrare in azienda,così malgrado la volontà di proseguire nella causa contro l’azienda l’impiegata ha accetto di barattare il posto di lavoro con il risarcimento del danno; l’art.18 non si applica ai lavoratori truffati,diffamati e licenziati.