Mese: settembre 2017

ALESSANDRIA.L’ASSESSORE GIOVANNI BAROSINI INCONTRA LE ASSOCIAZIONI ANIMALISTE.

CITTA’ DI ALESSANDRIA
UFFICIO STAMPA
Alessandria, 28 settembre 2017
COMUNICATO STAMPA
L’assessore Barosini incontra le associazioni animaliste
L’Assessore al Welfare Animale del Comune di Alessandria, Giovanni
Barosini, ha convocato le associazioni protezionistiche più attive sul
territorio comunale per avviare un percorso condiviso di lavoro.
L’incontro si terrà martedì 3 Ottobre, alle ore 17.30, in Sala Giunta.
Saranno presenti i volontari di: A.T.A. Associazione Tutela Animali,
Associazione Panciallegra, L.A.C., L.A.V. , Alessandria Attiva, Etico Etica,
Agire Ora, Animals Asia, A.T.A. Pc, , Millevite, Enpa, Salva una Vita Onlus,
Movimento Animalista (di recente fondazione come sezione di
Alessandria), Il Sogno di Romeo e Associazione Raccolta Alimentare per
Animali.
Durante l’incontro saranno predisposti gli atti preparatori per la
costituzione della Consulta Welfare Animale.
Per informazioni è possibile rivolgersi all’Ufficio Tutela Animale,
telefonicamente al numero 0131 515 249 oppure via e-mail all’indirizzo
tutela.animali@comune.alessandria.it
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ROMA.OPERAZIONE “BARBA”:ARRESTATO MASSIMO NICOLETTI,FIGLIO DEL “CASSIERE” DELLA BANDA DELLA MAGLIANA.

LA GUARDIA DI FINANZA DI ROMA HA ARRESTATO MASSIMO NICOLETTI, FIGLIO DEL NOTO ENRICO, “CASSIERE” DELLA BANDA DELLA MAGLIANA. SEQUESTRATI BENI PER OLTRE 5 MILIONI DI EURO.
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I Finanzieri del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Roma hanno eseguito
un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal G.I.P. del Tribunale capitolino, su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di 4 soggetti accusati di trasferimento fraudolento di beni al fine di eludere la normativa antimafia in materia di misure di prevenzione patrimoniali.
Nel contempo i militari hanno sequestrato 2 società di capitali e le quote del capitale di una terza società, per un valore stimato di oltre 5 milioni di euro.
Target principale delle investigazioni, condotte dagli specialisti del G.I.C.O. del Nucleo di
Polizia Tributaria di Roma, è stato il pregiudicato Massimo NICOLETTI, classe 1964, figlio
del noto Enrico, storico cassiere e “riciclatore” della “Banda della Magliana”.
Massimo NICOLETTI – conosciuto negli ambienti criminali romani con il soprannome di
“Barba” (di qui il nome dell’operazione delle Fiamme Gialle) – è gravato da precedenti di
polizia per traffico di droga, usura, estorsione, oltre ad essere stato colpito da una misura di prevenzione personale e patrimoniale.
Le indagini, iniziate nel dicembre 2015, sono state sviluppate attraverso intercettazioni
telefoniche ed ambientali, pedinamenti, appostamenti e meticolosi accertamenti economico-patrimoniali, consentendo di individuare il circuito relazionale del NICOLETTI il quale – ancorché in maniera occulta, attesi i trascorsi giudiziari – è emerso come dominus di rilevanti investimenti nel mercato immobiliare dell’hinterland romano.
Tra le varie iniziative imprenditoriali spicca la realizzazione di un importante complesso
residenziale, composto da ben 42 immobili di pregio, con un investimento iniziale pari a circa 3 milioni di euro di sospetta provenienza.
Due le società di capitali utilizzate per la realizzazione di tali investimenti, la KOROS S.r.l e la DAMA INVESTMENT S.r.l., entrambe con sede a Roma: la prima, utilizzata per
acquistare il complesso immobiliare e portare a completamento i lavori di costruzione delle abitazioni; la seconda, incaricata dell’alienazione delle abitazioni agli acquirenti finali.
Le citate società, oggi sequestrate, erano di fatto gestite dal NICOLETTI in quanto i formali soci e amministratori erano meri “prestanome” che, per di più, operavano anche a favore di altri due noti pregiudicati gravati da precedenti di polizia per associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, furto, rapina, violenza e truffe.
I due, destinatari di Ordinanza di Custodia Cautelare e tuttora oggetto di ricerche
anche all’estero, “schermavano” al pari del NICOLETTI, i loro rilevanti apporti di capitale, di origine ignota, intestando le partecipazioni societarie a congiunti e soggetti contigui – anch’essi, pertanto, qualificabili come prestanome – allo scopo di eludere la normativa antimafia ovvero favorire operazioni di riciclaggio.
In questo contesto, si inseriva la figura dell’imprenditore romano Mario MATTEI, anch’egli destinatario di ordinanza custodiale, in affari con “BARBA” ed incaricato della gestione dei rapporti con gli occulti finanziatori delle lucrose speculazioni immobiliari.
Più in particolare, il MATTEI agiva come factotum del NICOLETTI: incaricato solo
formalmente dell’amministrazione della DAMA INVESTMENT S.r.l., era privo di qualsivoglia autonomia decisionale e, di fatto, “asservito” al NICOLETTI, cui riferiva tutte le vicende gestionali della società.
Nel corso delle indagini emergeva come, anche a causa della profonda crisi del settore
immobiliare, i compartecipi/finanziatori occulti del NICOLETTI, avendo deciso di desistere dagli investimenti iniziali, pretendessero la restituzione delle provviste finanziarie conferite: pretese non onorabili perché i relativi capitali erano stati “drenati” dal NICOLETTI. Ne scaturivano minacce nei confronti del MATTEI, che veniva pure selvaggiamente picchiato, tanto da essere costretto a far allontanare i propri familiari dall’abitazione.
Destinatari della misura cautelare sono 4 soggetti, tra i quali i menzionati NICOLETTI e
MATTEI.
È stato, inoltre, eseguito il sequestro preventivo:
 del capitale sociale, delle quote societarie e dell’intero compendio aziendale della
DAMA INVESTMENT 2011 S.r.l., con sede a Roma, esercente l’attività di
“compravendita di beni immobili effettuata su beni propri”;
 del capitale sociale, delle quote societarie e dell’intero compendio aziendale della
KOROS S.r.l., con sede a Roma, esercente l’attività di “costruzione di edifici
residenziali e non residenziali”;
 della quota di partecipazione pari al 32% del capitale sociale della E.L. IMMOBILIARE
2007 S.r.l., con sede a Rocca Priora (RM), esercente l’attività di “costruzione, acquisto,
vendita e locazione di beni immobili di proprietà”
per un valore complessivo pari ad oltre 5 milioni di euro.
Tra i beni in sequestro spicca il rilevante patrimonio immobiliare facente capo alla KOROS
S.r.l., composto – come detto – da 42 beni immobili (13 villini e 29 box), siti a Roma in
località Vermicino.
Sono stati impiegati sul campo più di 80 Finanzieri, che hanno effettuato, altresì, numerose perquisizioni.

FOGGIA.OPERAZIONE “SPARTACUS”: 4 ARRESTI PER DOPING

FOGGIA. Operazione “Spartacus”. Violazione della normativa antidoping. Commercio di farmaci attraverso canali diversi dalle farmacie aperte al pubblico  e l’esecuzione di misure cautelari. Nella prima mattinata odierna, nell’ambito di un’attività coordinata dalla Procura della Repubblica di Foggia, personale della Guardia di Finanza di Foggia e della Squadra Mobile di Foggia hanno eseguito la misura cautelare degli arresti domiciliari nei confronti delle seguenti persone:
1. C. Maurizio nato a Foggia classe 1969;
2. B. Domenico nato a Foggia classe 1988;
3. R. Jonata nato a Manfredonia (FG) classe 1991;
4. A. Gianfranco nato a Foggia classe 1970.
L’attività d’indagine ha preso impulso dalla denuncia sporta dal padre di R. Giovanni, giovane bodybuilder foggiano, allorquando il figlio veniva ricoverato, in gravissime condizioni di salute, presso gli O.O.R.R. di Foggia e, successivamente, trasferito presso l’ospedale S. Paolo di Bari dove il 17 aprile 2016 moriva.
Pertanto, personale della Squadra Mobile e della Guardia di Finanza intraprendevano
un’attività info-investigativa nei confronti del preparatore atletico del giovane e di altri
soggetti che gravitano nel mondo dei bodybuilder.
Dette attività d’indagine venivano corroborate da attività tecniche di intercettazione
telefonica ed ambientale.
Grazie alle attività tipiche e atipiche d’indagine, quali pedinamenti, osservazioni e
perquisizioni, si riuscivano ad individuare alcuni luoghi in cui gli indagati occultavano i
farmaci dopanti che commercializzavano.
In data 4 maggio 2016 si individuava un immobile in via Polare , in uso ad I.Claudio, dove, a seguito di perquisizione locale, si rinvenivano numerosi farmaci di natura dopante e si constatava l’utilizzo e la somministrazione degli stessi in quel luogo.
Pertanto, si traeva in arresto I. Claudio.
In data 10 giugno, grazie alle risultanze di alcuni servizi di osservazione e pedinamento
nei confronti del C. Maurizio si individuavano due palestre in Cassano allo Ionio
(CS) dove presumibilmente si andava a rifornire di farmaci dopanti lo stesso C.Maurizio.
All’interno delle predette palestre, di proprietà di tale D. Vincenzo, a seguito di
perquisizione, si rinvenivano e sequestravano numerosi farmaci dopanti e si traeva in
arresto il D. Vincenzo.
Dall’attività di osservazione e pedinamento di C. Maurizio si constatava che lo
stesso, in più occasioni si recava presso un garage in via Ruggiero Grieco , in Foggia, che
risulterà essere di proprietà del fratello Michele. Pertanto, in data 9 giugno 2016 nelle
more della perquisizione eseguita presso il Bar e l’abitazione di C. Maurizio,
l’atto di p.g. si estendeva anche al garage in questione. Nella circostanza, ben occultati in
alcuni cartoni, si rinvenivano numerosi farmaci di natura dopante risultati essere nella
disponibilità proprio del C. Maurizio.
Analoga situazione si presentava per quanto riguarda l’indagato B. Domenico.
Infatti, a seguito di alcuni servizi di osservazione, si individuava un locale interrato in via Natola nella disponibilità di B.Domenico di proprietà del padre. In data 20 giugno 2016 si procedeva a perquisizione locale del predetto immobile e si rinvenivano e
sequestravano numerosi farmaci dopanti di provenienza illegale.
Mirate perquisizioni effettuate a carico di A. Gianfranco e R. Jonata, presso le
rispettive abitazioni ed alcune palestre, consentivano il rinvenimento di vari farmaci
destinati alla commercializzazione.
Durante l’indagine si è proceduto al sequestro di oltre 1.500 confezioni di farmaci dopanti di provenienza illecita.

ASTI. MAXI FRODE TRA ASTI E TREVISO:VINO CON FALSE ETICHETTE “IGT”

MAXI-FRODE FISCALE NEL SETTORE VINICOLO
3 ARRESTI, 2 OBBLIGHI DI DIMORA E SEQUESTRI DI BENI E VALORI PER OLTRE 23 MILIONI DI EURO
Nella mattinata di oggi il Nucleo di Polizia Tributaria di Venezia ha dato
esecuzione all’ordinanza con cui il Giudice delle Indagini Preliminari di Asti ha
disposto la custodia cautelare in carcere nei confronti di 3 persone, l’obbligo
di dimora per altre 2 e il sequestro per equivalente di oltre 23 milioni di euro,
perché gravemente indiziati dei reati di associazione a delinquere
transnazionale, finalizzata all’evasione fiscale, alla frode in commercio e al
riciclaggio.
Sono state eseguite, in tutto il territorio nazionale, perquisizioni e acquisizioni
documentali nei confronti di ulteriori soggetti coinvolti nella frode, in cui sono
complessivamente indagate 60 persone.
L’indagine, coordinata dalla Procura della Repubblica di Asti, è stata originata
da una verifica fiscale, avviata nel corso dal Nucleo di polizia tributaria di
Venezia nei confronti di un’azienda agricola trevigiana, risultata aver
imbottigliato e immesso in consumo, in ambito nazionale e comunitario, vini
bianchi, rossi e rosati da tavola falsamente etichettati “IGT”.
Dai successivi riscontri di polizia giudiziaria è stato appurato che oltre
254.000 bottiglie di tale prodotto erano state cedute a un’impresa del
cuneese che, a propria volta, le aveva distribuite sui mercati italiano e
nordeuropeo con altro vino dalle medesime caratteristiche reperito da altri
operatori.
Le perquisizioni eseguite nei confronti della rete di società risultate coinvolte
hanno permesso di sequestrare, nel complesso, circa 150.000 bottiglie di
vino fraudolentemente etichettate DOC e/o IGT, nonché documentazione
contabile ed extracontabile attestante il trasporto di ingenti quantitativi di vino
verso il Regno Unito, il Belgio e la Germania.
Con approfondimenti contabili e indagini finanziarie i finanzieri hanno
ricostruito la filiera illecita e i sistemi di frode utilizzati per immettere in
consumo vino, birra e superalcolici in evasione d’imposta.
Gli schemi fraudolenti utilizzati dall’organizzazione variavano a seconda che i
prodotti fossero destinati in Italia o all’estero.
Nel primo caso, le imprese produttrici operavano la cessione di modesti
quantitativi di vino a operatori economici compiacenti, emettendo regolare
documento di trasporto e fattura con applicazione dell’IVA.
A queste stesse ditte, in realtà, il vino veniva ceduto “in nero” in quantità ben
maggiori, grazie all’interposizione di imprese virtuali, senza un’effettiva
organizzazione aziendale, alle quali il prodotto veniva fittiziamente venduto
con false fatture, tra l’altro senza applicazione dell’IVA per effetto dell’utilizzo
di dichiarazioni attestanti l’intento di esportare la merce emesse dalle stesse
aziende fantasma.
Per le cessioni di prodotto nel territorio comunitario, invece, veniva
predisposto il documento univoco di accompagnamento prescritto dalla
normativa in materia di accise per i trasporti di prodotti alcolici.
Se, durante il tragitto per raggiungere la destinazione indicata nei documenti,
il carico non aveva subito controlli delle Autorità, la merce veniva dirottata, in
evasione di IVA e accise, presso siti di stoccaggio di soggetti terzi complici
dell’acquirente comunitario.
Lì, il documento di trasporto originariamente predisposto veniva sostituito con
altro attestante la cessione di pasta fresca, alimentari o succhi di frutta,
gravati da imposizione fiscale molto minore rispetto a quella prevista nei
Paesi nord-europei per i prodotti alcolici.
Tale procedura veniva ripetuta più volte, per cui a fronte di un unico
documento venivano effettuati numerosi trasporti, di cui solo l’ultimo era
regolarmente fatturato.
L’indebito risparmio d’imposta quantificato in relazione alla mancata
applicazione dell’accisa per le cessioni operate dall’organizzazione all’estero
è stato quantificato complessivamente in oltre 12 milioni di euro.
Per effetto del sistema di frode, inoltre, le imprese italiane coinvolte hanno
omesso di dichiarare ricavi per oltre 25 milioni di euro ed evaso l’IVA per oltre
7 milioni.
Parte dei proventi ottenuti dall’attività illecita è stata utilizzata da uno degli
arrestati per acquistare un immobile, intestandolo alla figlia, che è stata
denunciata per riciclaggio, in quanto risultata essere a conoscenza
dell’origine illecita della provvista di denaro.

TARANTO. SEQUESTRATA CENTRALE TERMOELETTRICA,LO STABILIMENTO DI CEMENTIR E COMPONENTI AZIENDALI DELL’ILVA.

TRAFFICO DI RIFIUTI – SEQUESTRATA IN LOCALITA’ CERANO (BRINDISI) LA CENTRALE TERMOELETTRICA DI ENEL PRODUZIONE S.p.A. ED IN TARANTO LO
STABILIMENTO DI CEMENTIR S.p.A. OLTRE ALCUNI COMPENDI AZIENDALI DI ILVA S.p.A. IN A.S. NEI CONFRONTI DI ENEL PRODUZIONE S.p.A. E’ IN CORSO
DI ESECUZIONE UN SEQUESTRO PER EQUIVALENTE DELL’INGIUSTO PROFITTO PARI A MEZZO MILIARDO DI EURO.

16322_Operazione Araba Fenice
Nella mattinata odierna militari del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Taranto hanno eseguito un decreto che dispone il sequestro preventivo della centrale termoelettrica “Federico II” sita in località Cerano del comune di Tuturano (BR),
di proprietà della S.p.A. “Enel Produzione”, dello stabilimento di Taranto della “Cementir Italia S.p.A.”, nonché dei parchi “loppa d’altoforno, nastri trasportatori e tramogge” siti in quest’ultimo stabilimento nonché nello stabilimento siderurgico “Ilva”.
Il provvedimento è stato disposto dal G.I.P. del Tribunale di Lecce,su richiesta della Procura della Repubblica a questa sede alla quale è stato anche applicato un magistrato dalla Procura di Taranto.
L’operazione delle Fiamme Gialle, denominata “Araba Fenice”, ha tratto origine da una attività di iniziativa conclusasi con un sequestro penale, eseguita cinque anni fa, di due aree dello  Procura della Repubblica.
Presso il Tribunale di Lecce stabilimento “Cementir Italia S.p.A.” di Taranto, illecitamente
adibite a discarica di rifiuti industriali, gran parte dei quali originati dall’adiacente stabilimento siderurgico “Ilva S.p.A.”.
I successivi approfondimenti investigativi, esperiti anche avvalendosi di intercettazioni telefoniche e telematiche, sono stati corroborati dagli esiti di una perizia tecnica disposta da questa Procura e dalle risultanze di analisi chimiche che hanno consentito di accertare che le materie prime utilizzate da “Cementir Italia S.p.A.” per la produzione di cemento e acquistate dall’Ilva S.p.A. e dallo stabilimento Enel di Cerano non erano
conformi agli standard richiesti dalle normative vigenti.
Infatti, la loppa d’altoforno, venduta dall’Ilva alla Cementir è risultata presentare criticità connesse alla commistione della stessa con scarti/rifiuti eterogenei (scaglie di ghisa, materiale lapideo, profilati ferrosi, pietrisco e loppa di sopravaglio) che ne
inficiano la capacità di impiego allo stato tal quale nell’ambito del ciclo produttivo del cemento.
A causa della presenza di tali materiali estranei, la loppa, per poter essere utilizzata nel processo produttivo del cemento, ha necessitato di operazioni non previste nella c.d. “normale pratica industriale” quali la “vagliatura” (finalizzata alla rimozione dei
rifiuti eterogenei e dei frammenti di dimensioni più consistenti), la “deferrizzazione” (finalizzata alla rimozione dei residui metallici- profilati di ferro , crostoni nonché gocce, polveri e frammenti di ghisa c.d. “ghisetta”) che sono state effettuate, parzialmente ed
in maniera insufficiente, sia dal produttore che dal destinatario (Cementir S.p.A.), quest’ultimo in assenza di specifiche autorizzazioni in A.I.A. al trattamento della specifica tipologia di
rifiuto.
Per le criticità esposte la loppa prodotta e commercializzata da Ilva S.p.A. deve essere esclusa dal novero dei sottoprodotti ed inserita in quella dei rifiuti (genererebbe polveri, particolato e percolato).
Una volta accertate le violazioni di legge nella produzione del cemento attraverso l’utilizzo della loppa, gli inquirenti hanno focalizzato la propria attenzione sui quantitativi di ceneri leggere (c.d. “volanti”) che la “Cementir Italia S.p.A.” ha acquistato dallo stabilimento di Cerano (BR) di “Enel Produzione” S.p.A.
A tal riguardo, è stato accertato che la citata società di produzione di energia elettrica ha classificato le suddette ceneri come provenienti tutte dalla sola combustione di carbone, e classificate come “rifiuto speciale non pericoloso”.
In realtà il produttore ha impiegato, nel proprio ciclo produttivo, combustibili (OCD e gasolio) generando ceneri contaminate da sostanze pericolose derivanti sia dall’impiego di combustibili diversi dal carbone che dai processi di denitrificazione a base di
ammoniaca.
La gestione promiscua delle diverse tipologie di ceneri da parte di Enel stabilimento di Cerano, si è tradotta in un oggettivo vantaggio patrimoniale per la compagine societaria consistente nel risparmio dei costi correlati alla separazione nonché al corretto smaltimento di quei rifiuti, quantificati in circa 2 milioni e 553 mila tonnellate.
La successiva commercializzazione ha rappresentato per Enel un espediente dietro il quale si è celato l’intento di reperire un canale di smaltimento di questi rifiuti, alternativo e più economico rispetto a quelli conformi alla normativa vigente.
Peraltro la condotta, è stata ritenuta particolarmente grave tenuto conto che presso la centrale sono presenti impianti che avrebbero consentito lo stoccaggio e la separazione delle ceneri e che tuttavia non sono mai stati utilizzati.
Enel avrebbe dovuto sostenere costi esponenzialmente più elevati per avviare a smaltimento le proprie ceneri presso siti autorizzati a trattarli in conformità alla loro reale natura di rifiuti pericolosi anziché classificarli fraudolentemente come rifiuti non
pericolosi.
Che alcuni indagati, in posizione dirigenziale, fossero perfettamente a conoscenza del fatto che le ceneri erano pericolose, emerge anche dalla captazione di alcune
conversazioni telefoniche in cui gli stessi fanno riferimento alla necessità di confondere gli inquirenti presentando loro dati alterati e non veritieri e, di evitare di comunicare con l’ARPA.
Tale condotta illecita ha di fatto trasformato una voce di costo aziendale legata allo smaltimento di rifiuti, in una fonte di introiti  di Enel rappresentato dal prezzo corrisposto da Cementir per la somministrazione delle ceneri.
A nulla rileva l’irrisorietà di tale prezzo di vendita posto che l’intera condotta, nella prospettiva di Enel Produzione, assume una connotazione economica di primaria importanza se parametrato al costo che l’azienda avrebbe dovuto sostenere per
smaltire correttamente le ceneri-rifiuto pericoloso ed inquinante.
In esecuzione del decreto di sequestro disposto dal G.I.P., il Nucleo di Polizia Tributaria di Taranto sta procedendo, anche per valore equivalente, al sequestro dei saldi attivi di c/c, delle quote e/o partecipazioni azionarie, dei depositi, titoli, crediti, dei beni
mobili registrati ed immobili del profitto dei reati contestati a Enel Produzione quantificato in complessivi 523 milioni e 326 mila euro, riferiti al periodo settembre 2011 – settembre 2016.
Per quanto sopra, nei confronti di 31 persone facenti parte a vario titolo delle 3 società menzionate si procede per l’ ipotesi di reato di traffico illecito di rifiuti ed attività di gestione di rifiuti non autorizzata.
Parimenti si procede nei confronti delle tre società in relazione agli illeciti amministrativi di cui al D.Lgs. 231/2001.
Nel decreto del predetto G.I.P. è stato altresì disposto:
 la provvisoria facoltà d’uso alle società suindicate, per un termine non superiore a 60 giorni:
 della centrale termoelettrica “Federico II” di proprietà della S.p.A. “Enel Produzione”, sita a Tuturano (BR) località
Cerano, subordinata:
– all’utilizzo delle infrastrutture dedicate per la separata
evacuazione delle ceneri derivanti dai differenti processi
di combustione;
– all’invio, per lo smaltimento presso impianti autorizzati al trattamento di rifiuti pericolosi, di tutte le predette ceneri;
 dello stabilimento di Taranto della “Cementir Italia S.p.A.”, subordinata alla prescrizione di cessare l’approvvigionamento di ceneri dalla predetta centrale
termoelettrica Enel di Brindisi, nonché di impiegare, nel proprio ciclo produttivo del cemento, solo ceneri leggere conformi alla vigente normativa;
 dei parchi loppa con i materiali ivi stoccati, dei nastri trasportatori e delle tramogge di pertinenza dello stabilimento siderurgico Ilva di Taranto subordinato alla prescrizione di procedere alla gestione della loppa come rifiuto secondo gli obblighi previsti dalla normativa in materia ambientale.

TORINO.SOUVENIR DALL’AFRICA:IL CRANIO DIUN BABBUINO

LA GUARDIA DI FINANZA DI TORINO HA BLOCCATO UN TUTISTA SBARCATO CON CRANIO DI BABBUINO NEL BAGAGLIO

“E’ un souvenir, un ricordo della vacanza trascorsa in Africa”. Questo si sono sentiti 

rispondere i Finanzieri della Compagnia di Caselle ed i Funzionari doganali alla richiesta di spiegazioni su cosa ci facesse un cranio di babbuino all’interno del 

bagaglio.

E’ quanto è accaduto nei giorni scorsi all’Aeroporto torinese, dove un quarantenne italiano, di ritorno da una vacanza in Sud Africa, è stato fermato dalle Fiamme Gialle con all’interno del proprio bagaglio, nascosto tra gli effetti personali, il cranio del primate.

Il teschio, in seguito agli accertamenti condotti dall’Università degli Studi di Torino –Struttura Didattica Speciale Veterinaria C.A.N.C. (Centro Animali Non Convenzionali), è stato classificato al genere “papio”, specie comunemente nota come babbuino.

L’esemplare, come dichiarato dall’uomo, era un “ricordo” di un periodo di soggiorno trascorso nella savana, ma, ovviamente, non è passato inosservato ai Finanzieri in servizio presso lo scalo “Sandro Pertini”, già protagonisti negli ultimi mesi di vari sequestri di animali e piante minacciate di estinzione e protette dalla convenzione di Washington.

L’intervento della Guardia di Finanza torinese sono inquadrate nell’ampio dispositivo mirato al contrasto dell’importazione illegale di “specimen” protette che generano annualmente un giro d’affari di diversi milioni di euro.

Il cranio del babbuino è stato sequestrato mentre l’uomo rischia ora una sanzione fino a 15.000 euro.

ALESSANDRIA.LA FIGURA,LA STATURA MORALE E POLITICA DI UMBERTO ECO INCUTE “TIMORE” E “PAURA”. NO DEL SINDACO E DELLA GIUNTA AL LICEO ECO.

LICEO INTITOLATO A UMBERTO ECO:SI DELLA FAMIGLIA,NON DEL SINDACO GIANFRANCO CUTTICA E DELLA GIUNTA DI CENTRO DESTRA A GUIDA LEGHISTA. BLOCCATA LA PRATICA IN PROVVEDITORATO E SI DOVRANNO ATTENDERE ALTRI 5 ANNI.

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Autore,semiologo e studente alessandrino,Umberto Eco subisce lo “schiaffo” della giunta di centro destra a guida leghista del sindaco Gianfranco Cuttica di Revigliasco che ha dato parere contrario all’intitolazione del liceo classico all’autore alessandrino.

La giunta infastidita da Umberto Eco scrittore,uomo,intellettuale con una statura morale e politica lontanissima da questi amministratori,che mai si potranno affacciare o paragonare alla figura di Eco, ha votato all’unanimità contro l’ipotesi di intitolargli l’istituto dove aveva mosso i primi passi da studente,ma la domanda è che cosa non infastidisce ,in generale,le giunte di centro destra a guida leghista?

Il dirigente scolastico,Roberto Grenna,amareggiato e deluso al quotidiano La Stampa ha dichiarato di aver ottenuto il si dl consiglio di istituto,l’approvazione della vedova Renate Ramge e dei figli dello scrittore,ma il comune ha messo una pietra tombale sull’iniziativa con il suo No: “Pare che la Giunta abbia votato all’unanimità contro questa intitolazione e quindi abbiamo dovuto bloccare tutto. La trovo una decisione incomprensibile che non vorrei fosse dettata anche da tutto il bailamme che c’è stato intorno a questa cosa”.

L’iniziativa non era piaciuta agli studenti del Plana che si erano schierati contro,ma aveva trovato il gradimento dei professori e molti cittadini tra cui l’amico Gianni Coscia.

Prosegue Grenna:”Umberto Eco è l’unico personaggio alessandrino famoso a livello internazionale. in città abbiamo la scuola dove è andato e non gliela intitoliamo? Vorrei capire perché. Vorrei sapere le motivazioni del no della Giunta comunale, a me sembrava un gesto di buon senso”.

Umberto Eco morto il 19 febbraio 2016,all’età di 84 anni, scrittore, filosofo e semiologo, a Monte Cerignone nell’Urbinate, dove aveva ristrutturato un ex convento dei gesuiti ed aveva trascorso gli ultimi giorni della sua vita festeggiando l’addio al 2016 in compagnia della moglie e degli amci tra cui Gianni Coscia,avvocato,e fisarmonicista.

La vicenda di Umberto Eco aldilà della decisione,molto discutibile, della giunta comunale di Alessandria pone molti interrogativi sulle amministrazioni di centro destra a guida leghista nel nostro paese,che se da una parte incita all’odio contro i migranti,gli zingari e più in generale verso gli accattoni con provvedimenti e ordinanze che vietano l’accattonaggio e invitano i cittadini a non concedere elemosine dall’altra,come a “Seregno”,dalla cronaca di questi giorni, e in Lombardia,mostrano l’altra faccia della medaglia: “asserviti alle logiche spartitorie e agli interessi delle” ‘ndrine” e delle “cosche”. Succede che il giorno dopo essere stato eletto sindaco di Seregno,oggi agli arresti domiciliari,ovviamente con una campagna elettorale, fotocopia di quella alessandrina, tutta improntata sulla sicurezza,la lotta alla criminalità extracomunitaria,all’immigrazione clandestina e all’accattonaggio,il sindaco riceve una telefonata,intercettata dai Carabinieri,in cui l’interlocutore lo tratta,letteralmente,come una pezza da piedi e gli intima di mettere al primo posto dell’agenda della nuova amministrazione i suoi interessi personali e gli interessi delle cosche.Insomma per farla breve potremmo dire:”Prepotenti con i deboli e zerbini coi potenti”.Ma ad Alessandria,siamo sicuri che questo non succederà mai e mai il sindaco,Gianfranco Cuttica di Revigliasco,si piegherà agli interessi personalissimi di qualche potente.

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