ALESSANDRIA.DANIELE BORIOLI:RIFLESSIONI SULLA E NELLA SCONFITTA

Riflessioni sulla e nella sconfitta

Daniele Borioli (*)

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Alla fine, gli Alessandrini hanno riconsegnato la città nelle mani dei partiti protagonisti del “grande sacco” della città. Quelli che l’hanno portata negli anni compresi tra il 2007 e il 2012 nel baratro del dissesto. Quelli che, nel corso dell’ultimo quinquennio, non hanno ritenuto di dovere alla comunità s-governata neppure un accenno di mea-culpa, una riconsiderazione autocritica, neppure di fronte alle condanne pronunciate dai tribunali. Naturalmente, rivolgo questo ragionamento non alla persona del nuovo Sindaco, con il quale ho avuto in passato occasione di collaborare, né ad alcuno in particolare. Ma a un collettivo politico che, nel suo insieme, si è riproposto con forti elementi di continuità rispetto a quella disgraziata stagione. E che non ha neppure avuto bisogno di mettere in gioco chissà quale progetto alternativo per la città: gli è bastato suscitare, al secondo turno, tutto il livore ancora mobilitabile verso il Sindaco e l’amministrazione uscenti.

Quando si perde, si perde. E in democrazia il voto dei cittadini separa i torti dalle ragioni, inesorabilmente. Se Rita Rossa e la sua coalizione hanno  perso, vuol dire che il grande, encomiabile e per molti versi positivo lavoro svolto in questi anni, per risanare il bilancio pubblico e rimettere la città su un percorso di sviluppo, non ha saputo coinvolgere in maniera adeguata i cittadini, rendendoli protagonisti di un processo faticoso ma inevitabile e dei primi successivi accenni di rinascita. Secondo una dinamica consueta in politica, il medico cui è toccato il compito di guarire la malattia ha finito per apparirne, agli occhi della maggioranza dei votanti, come la causa. Su questo occorrerà aprire una riflessione profonda, evitando scorciatoie di comodo, utili  a personalizzare le colpe individuali e a scansare l’assunzione collegiale di una responsabilità.

È, insomma, fondamentale evitare di replicare a livello locale l’errore che si sta commettendo sul piano nazionale, sminuendo la portata di una sconfitta drammatica, che interrompe bruscamente un lavoro amministrativo difficile ma di chiaro segno riformatore, che stava riportando Alessandria verso un ruolo ad essa più consono nelle dinamiche di sviluppo del Nord-Ovest. Una sconfitta che altera in modo significativo gli equilibri politici in provincia e riapre, cosa non secondaria, il tema della guida dell’Amministrazione Provinciale. Un grumo di problemi che restituisce, al Pd in particolare ma non solo, il compito di ripensare alle questioni del territorio con l’approccio di una forza di governo cui, tuttavia e almeno per i capoluogo, gli elettori hanno affidato ora un altro compito. Bisognerà essere all’altezza, per recuperare il terreno e rafforzare la capacità di presenza e di proposta, superando i limiti esposti nel recente passato.

Esaminato con il “senno del poi” (che è in fondo l’unico senno utile a leggere i fenomeni), tre cose emergono con nettezza. La relativa forza del PD, che anche in virtù di una buona lista consegue un ottimo risultato al primo turno (Alessandria è uno dei tre capoluoghi in cui il PD è cresciuto in termini di voti assoluti, quasi 1000 in più rispetto al 2012), nel contesto di una relativa fragilità delle liste alleate, significativamente meno performanti rispetto al 2012; il sostanziale isolamento di questa forza relativa, incapace al secondo turno di catturare il consenso necessario a conquistare il governo; il fallimento di fatto della proposta del “quarto polo”, incapace tanto di arrivare al ballottaggio, quanto di portare, con il repentino apparentamento, i voti necessari per vincere  al centrosinistra.

Su quest’ultimo punto occorrerà riflettere bene, senza farsi e senza fare sconti. Senza farsi sconti, perché bisognerà pure che il PD Alessandrino rifletta sulle ragioni che hanno impedito, nel corso dei cinque anni della propria amministrazione, di costruire, con quei mondi che si sono ritrovati nel quarto polo, un rapporto che permettesse di trasformare quella spinta in un progetto di civismo autonomo ma collocato nel solco del centrosinistra. Senza fare sconti, perché il risultato finale dimostra come chi cerca di costruire contro il PD (e in questo caso anche contro il sindaco uscente) un’alternativa democratica e civica, finisce assai spesso per aprire le porte alla destra. Tanto più, se come è successo ad Alessandria, i registi dell’operazione civica provenivano da precisi percorsi politici e partitici, tanto rispettabili e legittimi quanto noti e precisamente individuabili in sigle e percorsi di carriera.

Il materiale per riflettere e tentare di riannodare le fila del centrosinistra alessandrino, con pazienza e spirito autocritico (doveroso, ovviamente e prima di tutto da parte di chi scrive) non manca. Ed è auspicabile che nessuno si ritragga di fronte a questo compito. Ma è sulla dimensione nazionale del voto, che occorre a mio avviso concentrare in modo particolare l’attenzione. Perché, questa è la mia opinione, pur senza ritrarsi dal dovere di analizzare le concause anche locali della sconfitta, è del tutto evidente che è nelle difficoltà di rapporto tra il Partito Democratico e una parte significativa del Paese che va rintracciata la ragione principale di una sconfitta vasta e diffusa: una tendenza generale contraddetta in pochi punti e particolarmente nelle città di media dimensione, dove il voto di opinione ha da sempre un peso molto più rilevante che nei piccoli centri.

Certo, anche uno juventino come me potrebbe dire che a Cardiff “poteva andare meglio”, mutuando le parole che il nostro segretario ha usato per commentare le amministrative. Ma una debacle resta una debacle, al di là dei dolcificanti con cui la si vuole condire. A caldo, ho provato a sintetizzare con alcuni amici e compagni in una formula prepolitica quella che mi pare un’evidenza plastica: chi non ci vota, ci odia, e non perde l’occasione, quando gli viene data, di farci perdere.

Per un partito che continua ad autodefinirsi “a vocazione maggioritaria”, questo non è un problema secondario. Infatti, una delle peculiarità della vocazione maggioritaria è proprio quella di saper catturare e aggregare consensi, in misura sufficiente a governare, al di fuori dell’ambito più circoscritto di quanti pienamente si riconoscono nei tuoi principi fondativi, culturali e politici. Esattamente la qualità che al PD sembra essere venuta meno sia nelle amministrative dello scorso anno sia nelle ultime. Ciò a cui siamo di fronte è in sostanza un vero e proprio paradosso: sotto la guida di Renzi, il PD si sta trasformando in una sorta di forza saldamente identitaria stretta intorno alla leadership, incapace tuttavia di estendersi oltre quel pur ampio recinto. E, in aggiunta a questo, in una forza che, almeno sino alle ultime dichiarazioni del segretario, rifiuta programmaticamente il ritorno a una strategia di coalizione.

Certo, non si può trascurare nella ricerca delle ragioni della sconfitta l’indubbio peso che hanno giocato i fattori legati alle difficoltà della ripresa, la cui responsabilità i cittadini fanno naturalmente ricadere prima di tutto in capo alle forze di governo. Così come non va trascurata, nella forte avanzata leghista, l’incidenza delle diverse paure e fobie legate ai fenomeni migratori. Anche se, in questo secondo caso, non si può neppure trascurare il peso contingente e dannoso che sicuramente ha avuto la infelice idea dei vertici nazionali del PD di rilanciare la pur sacrosanta questione dello ius soli proprio nella settimana che portava ai ballottaggi.

Un passaggio, quest’ultimo, che riconnette direttamente alla più macroscopica delle evidenze: il distacco con cui il Partito Democratico ha teorizzato e vissuto le elezioni di giugno. Un distacco vertiginoso, dichiarato e suffragato da Renzi con la bolla secondo la quale chi ha “male amministrato o non aveva progetti” ha giustamente perso. Insomma, come si diceva una volta in dialettale gergo calcistico “ciapa su e porta a ca”. Una formuletta troppo facile, per scaricarsi di dosso ogni responsabilità: che infatti non ha funzionato.

Per quanto ci si ostini a negarlo, infatti, la sconfitta da isolamento del PD è piaccia o meno il tema più rilevante dell’agenda politica. Insieme alle difficoltà di decollo dei progetti che si muovono a sinistra del Partito Democratico: i quali ancora si attardano a inseguire il disegno di un’autosufficienza, alternativa e ostile al PD. Trascurando di vedere l’alto tasso di velleitarismo che tale disegno contiene. Orlando nel PD e Pisapia nel nuovo campo progressista, oltre naturalmente ai padri nobili Prodi, Veltroni, Letta, sono le uniche voci che provano, con ostinazione, a cantare fuori dal coro. Per ora inascoltate dai flussi polemici, paralleli e contrapposti, lungo i quali si muovono da un lato Renzi e dall’altro D’Alema e Bersani. A meno che……

Una rilevazione di IPR Marketing pubblicata proprio in questi giorni dice che ben il 62% degli elettori del PD, e quindi molto presumibilmente gli stessi che hanno votato Renzi alle primarie di aprile, vogliono che il PD si coalizzi con le altre forze della sinistra. Una spinta dal basso alla ragionevolezza, che merita di essere ascoltata. E che dice come l’unità del centrosinistra sia ritenuta da gran parte del popolo che ha creduto nell’Ulivo e poi nel Partito Democratico come un valore che prescinde le liti e le intese contingenti tra gli stati maggiori. Ed è bene che si ascolti questa voce, prima che sia troppo tardi.

(*) Senatore PD della provincia di Alessandria


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