ROMA. ALITALIA: VINCE IL “NO” AL REFERENDUM CONTRO I PIANI INDUSTRIALI CHE OGNI TRE ANNI MASSACRANO I DIRITTI DEI LAVORATORI.

ROMA. Il voto contro l’accordo azienda-sindacati sul piano di salvataggio della compagnia aerea getta le basi per il suo fallimento oppure per cessione dell’azienda ad altri soggetti per il rilancio e l’acquisizione di nuove tratte. L’ultimo capitolo di un pasticcio all’italiana che ha visto la compagnia di bandiera presa e abbandonata,usata per conquistare voti, acquisire consensi politici e nuovamente abbandonata a se stessa nelle mani di cordate di “imprenditori coraggiosi”,fino all’epilogo attuale: il più amaro di un brutto pasticcio all’italiana.

Lo Stato e il mercato, la politica e il sindacato e gli imprenditori coraggiosi hanno contribuito a scrivere una brutta pagina di storia dell’Alitalia. Azionisti pubblici,capitalisti privati,manager cinici e dipendenti privilegiati tutti colpevoli o tutti vittime di interessi che vanno oltre quelli economici.Nessuno è innocente e nessuno può tirarsi fuori da una vicenda su cui cala il sipario e dire “io non c’ero o io non centro”. Gli unici che hanno pagato le conseguenze di un disastro annunciato e la strumentalizzazione politica a cui è stato sottoposta la compagnia di bandiera sono i lavoratori di cielo e di terra,sottoposti al nuovo ricatto del giro di vite occupazionale,che il referendum lo hanno bocciato con l’ultimatum dell’azienda:1.300 esuberi, 900 in cassa integrazione straordinaria, 8 per cento di stipendio in meno per tutti.La proposta di Etihad, Invitalia e le banche avevano subordinato la concessione di altri 2 miliardi di capitali per tenere in piedi la compagnia all’accettazione di nuovi tagli e nuovi sacrifici solo per i lavoratori della compagnia,già scesi da 22 mila a meno di 12 mila dipendenti nel corso delle ultime ristrutturazioni.  I lavoratori del’Alitalia possono pagare per colpe che non hanno.

Ovviamente i molti “NO” al referendum sono stati caratterizzati dalla consapevolezza che potesse esistere un paiano B di salvataggio dell’azienda,che negli anni è stata oggetto di difeso,pur essendo indifendibile,per ragioni puramente politiche ed elettorali: L’italia non può fare ameno di una compagnia di bandiera e perciò bisogna salvaguardarne l’italianità,così tuonava Berlusconi in campagna elettorale e invece di cedere ai Francesi che avrebbero acquisito debiti e crediti la politica decise di tenersi i debiti e vendere ai privati la parte che creava profitti,almeno nelle intenzioni ora defunte definitivamente. Il Cd’A ha deciso che l’unica via e  l’amministrazione straordinaria e la nomina di un commissario, che salda i creditori che può saldare e poi porta i libri in tribunale.Il doloroso esito finale di una vicenda che si trascina da decenni che non è dettato solo dalla solita Europa, che vieta gli aiuti di Stato. L’Alitalia è una compagnia aerea che perde 700 milioni all’anno, 2 milioni al giorno, 80 mila euro l’ora. Luigi Gubitosi è l’ultimo presidente arrivato al capezzale del moribondo per tentare di rianimarlo,ma non ci sono più rotte da percorrere in concorrenza delle ricchissime compagnie degli Emirati,con  Ryanair e Easyjet che gli rubavano le tratte turistiche a corto e medio raggio e Freccerosse e Italo gli scippavano quelle pregiate come la Roma-Milano. I colpevoli della fine di Alitalia deve essere imputato ai politici che l’Alitalia l’hanno usata come fosse un taxi gratuito per motivi elettorali e spesso personali.Durante la Prima Repubblica la hanno  spolpata  le cavallette Dc e Psi con nomine lottizzate e assunzioni clientelari. La Seconda, quando Berlusconi nel 2008 l’ha  giocata al tavolo della roulotte della campagna elettorale, facendo saltare il banco dell’unica fusione che aveva ancora un senso, con Air France-Klm. La Terza repubblica Alitaliana difesa a chiacchiere, mentre si cedevano pezzi di mercato alle low cost straniere. L’Alitalia i privati l’hanno usata come fa un ruffiano col potere di Palazzo,accadde con i “patrioti coraggiosi” che su ordine del Cavaliere ci misero un obolo solo per garantire la patetica difesa dell’italianita’,senza una strategia credibile.

I manager l’Alitalia l’hanno sfasciata,con piani industriali da scaricare al macero e di bonus astronomici nel portafoglio.Tre manager all’anno per cinquant’anni, cinque solo negli ultimi cinque anni. Nordio ,Cempella,Mengozzi a Cimoli,Sabelli, Ragnetti, Cassano una squadra di calcio che non meriterebbe neppure la serie C cisti i pasivi che si sono andati moltiplicando ogni anno. Mengozzi e Cimoli tra una condanna a 6 e a otto anni qualcosa hanno restituito. I sindacati che hanno bloccato le possibili alleanze industriali,convinti che il bengodi degli anni ‘70 non sarebbe mai finito. Ormai siamo ai playoff, dentro o fuori,il tempo delle cicale è finito e l’unica speranza per la “defunta” compagnia di bandiera,mantenuta in vita fino ad oggi solo per calcolo politico, si accompagna all’arrivo di un partner industriale che si prenda cura del “morto”,lo resusciti e lo faccia tornare a volare nei cieli di un mondo globalizzato dove veder sfrecciare la compagnia di bandiera inorgoglisce i fanatici dell’identità nazionale,ma svuota le tasche della collettività e non da certezze di futuro ai lavoratori. Dal 1974 e il 2014,il Lazzaro italiano che non ha potuto contare sui miracoli e  l’intervento di Cristo, è costato 7,4 miliardi di denaro pubblico. Una tassa occulta,ma neppure troppo che vale 180 milioni l’anno. Il capolinea è dietro l’angolo e senza interventi pubblici o privati l’Italia può dare l’estrema unzione alla compagnia di bandiera ridotta a un colabrodo pubblico che ha riempito le tasche di tanti privati, può bastare in questo mondo di ladri qualche volta di troppa ingordigia si può anche morire.

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